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Ma la cultura occidentale è superiore a quella islamica? Ecco la risposta PDF Stampa E-mail

Il sito che abbiamo deciso di stangare pone, sotto questo titolo, una lunga antologia di ciarle da bar tesa a dimostrare la superiorità della cultura "occidentale" (qualunque cosa voglia dire) su quella "islamica". Dal momento che sono anni che 'sta roba ha anche troppo posto e che siamo stufi di confutarne le bassezze, facciamo una poderosa eccezione alle regole non scritte che governano la redazione di quanto pubblicato sotto la sezione "Il Punto". La sostituiamo di peso con una lunga (ed incompleta) ricostruzione del processo mediatico e geopolitico che ha portato alla tragica situazione attuale e alla contemporanea edificazione di un nemico metafisico; operazione che ha, proprio nel nostro sito bersaglio, una delle sue realizzazioni più servili e pedestri.

Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno certamente rappresentato un evento storico per più motivi; in primo luogo, il suolo degli Stati Uniti continentali non era oggetto di azioni di guerra di una qualche rilevanza dai tempi della guerra di secessione; in secondo luogo, gli attaccanti hanno potuto infilarsi nelle maglie dei sistemi di sicurezza che tutelavano alcuni tra i luoghi teoricamente meglio difesi del mondo con incredibile -e sospetta- facilità. Terzo, il rapporto economico tra effettivi impiegati e danni inflitti, pesantemente favorevole agli attaccanti; in ultimo, il riscontro mediatico ottenuto, assolutamente senza precedenti.
Non ci interessa certamente unirci alle fin troppe letture dietrologiche della questione. Ci interessa invece sottolineare che mentre l'identificazione dei colpevoli prendeva immediatamente la strada del cosiddetto "estremismo islamico", politici e padroni dell'informazione hanno colto la palla al balzo approfittando in modo magistrale delle circostanze. Rimasti orfani di un nemico dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, gli "occidentalisti", tutti in varia misura asserviti al potere politico e/o economico yankee o comunque sudditi acritici di un americanismo preconcetto, hanno trovato in un "Islam" di cui non sanno nulla e di cui hanno capito ancora meno (e di cui nulla gli interessa, in fin dei conti) un sostituto eccezionale. La costruzione di un nuovo nemico era da tempo indispensabile, per evitare che un giorno o l'altro fossero gli stessi sudditi dei paesi "occidentali" a chiedere conto ai loro politici ed ai principali beneficiari del sistema economico capitalista del perché dei tanti fallimenti inanellati e delle tante promesse non mantenute. Alain de Benoist, attento spettatore dell'operazione, notò immediatamente che si andava preparando un clima mediatico, e di riflesso una prassi comportamentale condivisa a tutti i livelli, in cui la minima critica al modello occidentale veniva immediatamente fatta risalire a cultori di nostalgie totalitarie, a menti retrograde o a veri e propri pazzi furiosi, dei quali Bin Laden, arrivato a puntino per incarnarne l'esempio, avrebbe rappresentato l'archetipo. L'occasione offerta da quello che fin da subito è stato indicato come un "terrorismo islamico", presentato come l'incarnazione metafisica del Male e sorvolando con disinvoltura sugli avvenimenti storici e geopolitici dei decenni passati, ivi compresa la riedizione del big game in Asia Centrale messa in piedi a partire dagli anni Settanta da USA ed URSS, non è stata persa; è a tutt'oggi utilizzata senza tregua per rilegittimare agli occhi della pubblica opinione un modello di società che ha per lo meno un rapporto circolare con la disugaglianza e con la disperazione, e che si basa sull'estensione della logica del capitale ad ogni aspetto del reale e sulla mercantilizzazione di ogni relazione sociale.
Ogni nemico metafisico che si rispetti deve essere completamente privo di qualità percepibili come positive; nel mondo in generale e nella penisola italiana in particolare, per demonizzare dar al'islam nella sua interezza sono stati mobilitati arsenali mediatici tra il desueto ed il ridicolo: un ridicolo sfidato senza alcun timore da un'intera tornata di mezzibusti, di bellimbusti, di manutengoli e di cialtroni dell'etere e del video. Talk show e redazioni, statuito l'11 settembre sera che "siamo tutti americani", sono invasi daI toni molto al di là del tollerabile con i quali Oriana Fallaci dipinge instancabilmente dar al'Islam, toni che trovano ovunque una risonanza ed una ripetizione ecoica ineludibile, nonostante si tratti di invettive a tratti talmente forsennate che c'è da pensare che a renderli digeribili per commentatori e recensori -tutti estremamente compiacenti ma che nonostante tutto ci piace pensare come esseri dotati di discernimento- possano esser state esclusivamente le generosissime prebende distribuite dai padroni della grande editoria. Di un contraddittorio televisivo o giornalistico non si parla neppure: una serie di trucchetti da bassa redazione, come la collaudata formula del "panino", fornisce ad una torma di democraticonzoli d'accatto messisi al servizio della comunicazione di massa controllata dai padroni strumenti redazionali che permettono di sminuire e di ridicolizzare qualunque tesi contraria a quella di chi comanda. Quando non basta c'è l'accusa di terrorismo, allegramente estesa fino a comprendere, come notava nel 2002 Erri de Luca, qualunque comportamento umano non avesse come fine la produzione di un reddito. A questo si accompagna l'accurata cernita dei testimonial di parte avversa cui concedere una parvenza di parola, accuratamente scelti tra i meno preparati e tra i meglio ridicolizzabili, onde utilizzarli per gettare il massimo discredito possibile su quella parte di opinione pubblica che osi mostrarsi refrattaria alla perentoria chiamata alle armi.
Ovvio che, contro il Male metafisico, non può contrapporsi altro che un Bene metafisico: la tragedia -perché di questo si tratta- arriva al punto che l'operazione di aggressione all'Afghanistan, messa in piedi e realizzata in meno di un mese, deve cambiare nome in corso d'opera essendo il primo prescelto ("Giustizia Infinita") considerato assurdo perfino dai macellai del Pentagono. Sul tamburo gli americani compilano le liste dei buoni -i servi- e dei cattivi -i paesi che hanno quel minimo di realismo da mostrare scetticismo verso i piani di conquista e di ripulitura del mondo enunciati in mondovisione da un presidentucolo scagliato dagli eventi -o almeno così pare- in una vicenda assai al di là della sua comprensione. Per non parlare della comprensione del popolo americano, molti esponenti del quale non sanno neppure dove siano i paesi che il loro costosissimo esercito sta per aggredire.
Le flebili obiezioni del Pakistan di Musharraf, il quale Musharraf sta letteralmente a sedere su una polveriera ed ha giustificati motivi di temere per la propria pelle, vengono tacitate da un Armitage che minaccia di riportare il paese "all'età della pietra". Va anche detto che dall'età della pietra il Pakistan è uscito da un pezzo, quanto basta per possedere un arsenale nucleare -che a differenza del reattore di Natanz non dà fastidio a nessuno- e da vantare università che sfornano premi Nobel per la fisica; non esattamente quel deserto di cammelli rognosi instancabilmente raffigurato dagli "occidentalisti" che meglio interpretano il loro ruolo, dunque.
Compratisi a suon di miliardi i diritti di stanza e di sorvolo in diversi paesi dell'ex URSS, che con l'eccezione della Georgia inviteranno gli americani a togliersi da tre passi a patibolo appena sparecchiato, gli USA foraggiano di gran carriera gli afghani della "alleanza del nord", coacervo di milizie incaricato di ripulire il terreno dopo il passaggio dei B52, ed in meno di un mese spazzano via dall'Afghanistan il sistema di potere degli "studenti islamici" e della fantomatica AlQaeda. O almeno così dànno ad intendere, dal momento che sei anni dopo il presidente Hamid Karzai era ancora definito, in sostanza, il "sindaco di Kabul". I media si buttano a pesce sulle pronosticate vittorie, elargendo come coronamento dei successi militari sporadiche immagini di donne afghane con smalto e rossetto, che poi sono l'unica cosa che il volgo d'"Occidente" è in grado di intendere di tutta quanta la faccenda. Immagini scomparse presto dai teleschermi davanti al profilarsi della realtà, la quale realtà ha il brutto vizio di andare spesso e volentieri in direzione ostinata e contraria rispetto ai desideri degli atelier parigini: il vituperato burqa torna in voga come e più di prima, adesso che l'aggressione straniera ne ha legittimato l'uso come segno identitario, e ad esso si accosta, indubbia conquista della ritrovata "libertà", l'incremento esponenziale nella produzione del papavero da oppio. Si riaccende così la guerra del narcotraffico alla frontiera iraniana, combattuta dalla Repubblica Islamica con repressioni pazzesche ed impiccagioni in piazza puntualmente stigmatizzate dai media "occidentali" che si guardano bene dal contestualizzarle. Per anni l'Iran è lasciato da solo a smazzarsi milioni di profughi che solo molto per gradi cominciano a rientrare in Afghanistan. Il quale Afghanistan "liberato" adotta la denominazione ufficiale di "Repubblica Islamica dell'Afghanistan" senza che la cosa scandalizzi nessuno: la mistica presenza dei militari yankee è sufficiente a metabolizzare il "nemico islamico" e a regolarizzare come per magia il funzionamento di tornate elettorali e di assemblee costituzionali!
Sbrigata alla svelta -o almeno così dànno ad intendere- la pratica afghana, i vertici politici e militari americani cominciano la campagna di denigrazione atta a preparare il terreno al passo successivo, l'aggressione all'Iraq.
L'Iraq baathista era da dodici anni sotto il fuoco, sporadico ma continuo, dei bombardamenti "occidentali"; la sovranità effettiva del "regime" di Saddam Hussein ricopriva solo un terzo del paese, essendo il sud sciita ed il nord curdo sotto la tutela delle "no fly zones" istituite dopo la prima guerra del Golfo. Ebbene, un paese in queste condizioni, bombardato ad arbitrio e con un'economia a livelli di sussistenza, viene accreditato... di un arsenale di "armi di distruzione di massa". Un'asserzione che appare immediatamente come una barzelletta geopolitica, e che come tale sarebbe stata liquidata, se la fonte non fosse stata il dipartimento di stato USA, validamente spalleggiato dalla non disinteressata opera di una torma di think tank, servizi (e servizietti) segreti ed altra razzumaglia del politicame "occidentale". La macchina bellicista gira a pieno regime: per tutto il 2002 si susseguono in Iraq ispezioni delle Nazioni Unite che non trovano un bel nulla ed ottengono peraltro che l'esercito iracheno distrugga pubblicamente alcuni missili balistici, tra le pochissime armi efficienti di cui dispone. Per aggredire il paese, gli yankee e la "coalizione" ben infarcita di americani di complemento e di paesi dell'ex orbita sovietica ansiosi di attestare sul campo l'avvenuto cambio di padrone calpestano più volte le Nazioni Unite, affidando a gazzettieri ed apprendisti stregoni della geopolitica il compito di demolirne l'autorevolezza e la credibilità. L'ONU non è l'unico organismo a contrastare la foia dissennata dell'amministrazione Bush: per aggredire quel che resta di un paese sovrano i militari americani dovranno fare a meno anche dell'appoggio siriano, turco e saudita che non era mancato nel 1991.
Dopo un annetto di preparazione mediatica accuratissima e di preparazione militare un po' meno ok (i risultati si vedranno ad aggressione conclusa, con deficit disastrosi e rivelatori negli equipaggiamenti e nelle dotazioni), il 20 marzo 2003 inizia l'aggressione, pomposamente denominata "Iraqi Freedom". Nella penisola italiana i redattori radiotelevisivi dànno fondo per tutto il tempo al loro peggio, con pseudodibattiti a senso unico e ripetizioni ecoiche delle bugie costruite -senza neppure eccessiva abilità- dalla propaganda inglese e statunitense. Bugie che crolleranno alle prime evidenze e che chiunque avesse un minimo di rispetto per se stesso, e non solo per il proprio portafoglio, si sarebbe guardato bene dal divulgare. Tra i tanti episodi inqualificabili, troppo numerosi per poterli contare, potemmo assistere in pieno 2004 al tragicomico spettacolino offerto da un Enrico Mentana in patetico affanno, intento a giustificare il macello in corso d'opera come "un dopoguerra costellato di battaglie", dal momento che il padrone vero, George Diabolus Bush, aveva statuito d'imperio la fine della guerra il primo maggio del 2003 parlando in pompa magna dal ponte di una portaerei, e non era certo il caso di contraddirlo: aveva ragione, povero Enrico; nessuno vuol finire, da vecchio, a vendere bottoni ed accendini all'uscita delle scuole.
Si poteva capire che c'era qualcosa di orribilmente storto, nelle dichiarazioni a manina sul cuore mandate in onda a reti e a giornali unificati in tutto l'"Occidente", fin dai giorni dell'invasione. I cronisti inviati sul campo a documentare i trionfi e le vittorie pronosticate faticarono parecchio a mettere insieme un po' di claque che applaudisse gli Abrahams che passavano per le strade irachene coi Marines ben pigiati dentro e chiusi a tripla mandata; le statue di Saddam Hussein abbattute nelle piazze deserte e la sostanziale freddezza con cui la popolazione accoglieva i "liberatori" avrebbero dovuto essere valutati con molta più attenzione, specie da chi aveva responsabilità politiche di un qualche rilievo.
L'impegno sul campo, durato poi un anno e mezzo, di squadre di ricerca americane appurò abbastanza alla svelta che l'esercito iracheno non aveva un solo grammo di quelle armi ABC inventate dai servizi segreti inglesi per giustificare l'aggressione. In compenso -e di questo faranno le spese gli invasori- aveva depositi e depositi di Ak47 e di fucili da cecchini, in quantità più che sufficiente da esasperare il più insistente dei piazzisti di democrazia che passasse da quelle parti. Con l'arrivo degli yankee l'esercito iracheno viene congedato in blocco e tutti i suoi componenti rimandati rapidamente a casa, ovviamente senza bandiera, senza soldo e con zero prospettive. Le prime sommosse di piazza vengono soffocate istantaneamente nel sangue dagli invasori, che sono pressoché tutti completamente digiuni di cultura locale, al punto che molti civili iracheni sono stati freddati ai posti di blocco per non aver rispettato un "alt" imposto con un gesto che essi interpretavano come un saluto.
Con la fine dell'embargo il paese si riempie rapidamente di personaggi loschi, di trafficanti di saponette, di mercenari e di altri figuri del genere. Il ricostituito esercito irachen, nel quale sono stati cooptati tutti i meno impresentabili appartenenti della vecchia casta degli ufficiali, comincia, non si sa se seguendo piani prestabiliti da tempo o improvvisando, a fare il triplo o quadruplo gioco, infiltrato fin da subito da miliziani di tutte le fazioni immaginabili. Chi sa leggere tra le righe di comunicati già poco trionfalistici per conto loro capisce che il controllo degli invasori sul territorio iracheno è praticamente nullo al di fuori delle green zone dove si ammassano gli straricchi ed i quisling della "nuova" amministrazione. Nella prima estate del "dopoguerra" decretato da Bush viene spazzata via la sede dell'ONU, mentre nell'autunno seguente una decina di spie spagnole viene sorpresa e fatta a pezzi nell'esultanza generale: non proprio la reazione che ci si attenderebbe da chi prova gratitudine per dei "liberatori". Nei mesi e negli anni a venire il passaggio dei convogli statunitensi viene accolto da colpi di mitra e di mortaio; in un caso particolare, avvenuto nel 2004, pochi armati riescono ad impadronirsi e ad incendiare 60 (sessanta) autocisterne. Questo, come esempio della quotidianità locale. In aggiunta vengono commesse leggerezze incredibili: il personale di scorta ai convogli è costretto a recuperare Kalashnikov qua e là, non essendo stato fornito di fucili d'assalto per la propria difesa. Il tempo non insegna praticamente nulla e alla tragedia si aggiungono sprechi faraonici: nel febbraio 2007 si scopre che otto miliardi di dollari in biglietti da cento, inviati senza preoccupazioni in zona di guerra, sono spariti nel nulla.
Abbiamo scritto che la balla delle armi chimiche si rivela velocemente per quello che è. Nel 2004-2005 la propaganda cambia dunque toni e versione, e mette in campo il pretesto dell'Iraq da ricostruire: dopo un biennio in cui i "contractors" accorsi alla prospettiva di un facile guadagno in una terra di nessuno (camionisti, guardie del corpo...) vengono ammazzati a centinaia -quadro in cui si inserisce la storia di Quattrocchi, Agliana, Cupertino e Stefio- e che gli iracheni passano arraffando quattrini e facendo sparire forniture, anche a questo argomento si mette la sordina: la farsa era arrivata al punto che la compagnia di mercenari responsabile della vigilanza all'aeroporto di Baghdad rimette il mandato ed abbandona l'incarico dopo aver atteso per sei mesi i pagamenti da parte del governo collaborazionista.
Le condizioni della vita quotidiana in Iraq sono e restano infernali; nel 2005 tutti gli imprenditori stranieri o "iracheni di ritorno" hanno ormai lasciato il paese e comincia anche l'esodo dei cittadini, a cominciare dalla borghesia più o meno alta per finire allla gente comune. Nonostante tutto questo gli americani devono onorare gli impegni: la lista dei buoni da ammettere alla scorpacciata e quella dei cattivi da lasciar fuori dalla porta (principalmente francesi, russi e tedeschi) era pronta da prima della guerra e non si può far finta di nulla. Alla malaccorta insipienza delle imprese americane, per le quali lavorare con un minimo di pace è pura utopia e le cui spese per la "sicurezza" sono tali da mangiarsi ogni margine di eventuale guadagno, si accompagna il discreto successo di quelle mediorientali, legalissimamente ammesse a prendere parte a commesse ed appalti e molto meglio erudite circa gli usi e le necessità locali; con tanti saluti alla postulata superiorità "occidentale", la ricostruzione irachena è affare di sauditi, di giordani e soprattutto di iraniani: la Repubblica Islamica inonda il paese di automobili e di alimentari, restaura moschee, inaugura scuole e rimette in piedi ospedali, pubblicizzando al massimo il proprio impegno.
Eppure, proprio l'allettante prospettiva della "ricostruzione" aveva mosso governi filoamericani in ogni parte del globo. Dopo aver pudicamente atteso la risoluzione ONU 1483, lo stato che occupa la penisola italiana aveva inviato propri militari nella regione di Nassyria; tra i pochi che obiettano, Giorgio Bocca è l'unico autore cui venga concesso un minimo di visibilità a supporre che dietro gli intenti umanitari e culturali della missione (il patrimonio archeologico iracheno, inestimabile, era rimasto privo di qualunque tutela) ci sia il fine di "prenotare i campi petroliferi per conto dell'ENI". Un simile calcolo si rivelerà sbagliato su tutta la linea: i soldati dovranno vedersela con una situazione di calma minacciosa che finisce il 12 novembre 2003, giorno dell'attentato alla base "Maestrale" che causa una trentina di morti. Il moto istantaneo di indignazione patriottarda provato da un'opinione pubblica che vive sulle nuvole al punto da accorgersi di schianto (e solo adesso, sembrerebbe) del fatto che in guerra si muore viene sapientemente amplificato da una propaganda che non si vergogna più di nulla, neppure dei toni da 1914-18 con cui la vicenda viene trattata in ogni sede. Tra i pochi a disertare la coscrizione obbligatoria delle penne e delle lingue, Massimo Fini suppone che senza accordi coi servizi segreti di Tehran gli occupanti di Nassirya avrebbero dovuto affrontare le milizie sciite dell'esercito del Mahdi e che l'attentato, in pratica, può considerarsi l'equivalente di un modesto avvertimento circa la realtà dei fatti. Ad ulteriore conferma, nei mesi e negli anni seguenti i combattimenti veri e propri e le bombe a bordo strada, autentico flagello contro il quale non c'è difesa, vorranno la loro parte di vittime.
Naufragata dunque nel 2005 la prospettiva di un rapido ritorno economico dell'impresa irachena, la propaganda "occidentalista" tira fuori l'asso nella manica -che si rivelerà anch'esso un miserabile due di coppe- rappresentato dalla "esportazione della democrazia". Si organizzano le elezioni, che vedono un successo di partecipazione formidabile. Peccato che a conteggi finiti -con comodo, ci volle circa un mese sicuramente adoperato per dare una sistematina alle cose- salti fuori una maggioranza sciita propensa ad instaurare una repubblica islamica... A questo punto va specificato che l'unica Repubblica Islamica contro cui si scagliano gli "occidentalisti" è quella iraniana, "colpevole" di essere nata senza l'avallo dei mitra americani. Nel nuovo parlamento entrano anche gruppi curdi propensi al separatismo, cui poco importa dell'Iraq. Il boicottaggio elettorale sunnita va considerato il prodromo di una delle guerre civili (quattro contemporaneamente, secondo fonti americane del febbraio 2007) che hanno messo definitivamente in ginocchio il paese.
Nel frattempo si verificano altri episodi eloquenti circa la considerazione degli yankee per la popolazione e le realtà locali, come la distruzione completa della città di Falluja ed i casi di tortura documentati ad Abu Grahib. Più di una volta gli invasori si fanno beccare a violentare e a fucilare come SS qualunque, mentre la lista dei paesi complici va via via assottigliandosi finendo col lasciare con il cerino in mano americani, inglesi e polacchi, accompagnati da contingenti simbolici di fanteria albanese e di sminatori kazachi. Il fatto Per interi anni il fatto che per ogni palazzo distrutto, per ogni bambino mutilato, per ogni donna uccisa ci siano tre generazioni intere che te la giurano per la vita, e che AlJazeera ed altri media stiano lì a mostrare a tutto il mondo come stanno davvero le cose, non influenza minimamente la spensierata ed allegra amministrazione statunitense, intenta a prospettare trionfi su trionfi che rimangono regolarmente ad un passo dietro l'angolo.
E' proprio nel corso del 2005 che le violenze settarie, i rapimenti, le sparizioni neanche tanto misteriose di decine di persone ogni notte, molte delle quali ripescate nei fiumi o lungo le strade orrendamente torturate ed uccise, dànno il vero avvio alla costellazione di guerre civili in cui si dibatte la regione. Per tutti gli anni a seguire il premier Al Maliki viene chiamato ogni tanto a Washington, dove riceve lavate di capo talmente generose da rendergli impossibile il subire senza obiettare. Dopo aver cambiato metodi e forma diverse volte, gli attacchi di guerriglia diretti contro gli occupanti si stabilizzano nell'uso delle bombe a bordo strada ed in quello dei cecchini. Giorgio Bocca ha notato come l'efficacia e la mortalità degli attacchi siano molto superiori a quelli della Resistenza del periodo 43-45. Nel corso del 2006 vengono destituiti tremila agenti della polizia, una polizia infiltrata, ingovernabile, impresentabile di cui nel 2007 si propone seriamente lo scioglimento.
Nel 2006 la guerra contro gli occupanti, la guerriglia di "AlQaeda" (qualunque cosa essa sia), la guerra degli sciiti contro i sunniti e viceversa, il separatismo curdo rendono ingovernabile il paese e le stragi di civili non si contano più: attentati eclatanti fanno morti a centinaia per volta nell'indifferenza assoluta dei media "occidentalisti", per i quali, evidentemente, i morti sono delle tragedie (e non delle statistiche) solo se nati in aree geografiche ben delimitate. Il controllo degli occupanti sul territorio è talmente ferreo che le milizie possono organizzare parate vere e proprie nelle città principali, tra l'esultanza dei propri sostenitori. La pulizia etnica, postulato della guerriglia, causa chi dice due e chi dice quattro milioni di profughi, che affollano da tempo le strade ed i sobborghi delle città iraniane, siriane e giordane. Il numero dei morti civili è stato a lungo un tabù, ed i conti sono a tutt'oggi fatti in base a stime.
Il "nuovo Iraq democratico", distantissimo dalle previsioni in malafede dei cultori della superiorità "occidentale", è senza classe media, senza insegnanti, senza tecnici, senza dirigenti, con una mortalità infantile da brivido e servizi minimi pressappoco inesistenti. Intanto, il governo iracheno -rinserrato in una green zone che ha dato in più casi segni di cedimento- è minato da boicottaggi incrociati e da una credibilità sotto zero, mentre le vendette contro i baathisti ottengono l'avallo legale di processi rapidi e di impiccagioni anche più veloci, utilissime per tappare la bocca ad un'intera generazione di testimoni scomodi.
Tutto questo si traduce per gli occupanti in caterve di soldi buttati ed in una scia di morti e di mutilati costante -se non in aumento- dall'inizio della occupazione.
La guerra, allontanatesi le prospettive non soltanto di una vittoria, ma anche solo di una via di uscita minimamente dignitosa, da tempo è presente in secondo piano nei media occidentali; d'altronde, a suo tempo le previsioni pessimistiche sugli esiti della democrazia da esportazione sono state censurate e denigrate con ogni mezzo proprio da essi media, moncordemente dominati dalla propaganda "occidentalista"; in tutti questi anni non abbiamo mai visto o sentito una parola di autocritica da parte dei caldeggiatori dell'aggressione e dei cantori della superiorità occidentale.

 

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