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Martedì 04 Settembre 2007 06:18

Una tra le più odiose prassi della propaganda "occidentalista" -ossia, viene da pensare, di tutti i media a più alta diffusione nessuno escluso- consiste nella ricerca di qualunque tipo di personaggio, di entità, di organizzazione o di sito capace di confermare le tesi dell'imperialismo yankee, della "legge" e dell'"ordine"; se proprio è difficile trovare quanto serve, si crea qualcosa ad hoc tagliando, sforbiciando, nascondendo e soprattutto mentendo. In questo modo individui od organizzazioni non allineati all'imperante clima di idiozia possono essere caricaturalizzati e delegittimati con poca fatica, anche in considerazione del diritto di replica praticamente nullo che viene loro concesso. Tra i casi più celebri, tra queste operazioni mediatiche responsabili in larga misura della decerebrazione collettiva ormai ultimata, quello di Adel Smith, estroso signore noto tra i credenti e tra gli studiosi di fenomeni religiosi per non rappresentare altri che se stesso, puntualmente presentato dai mass media come un autorevole e soprattutto rappresentativo protagonista della realtà islamica peninsulare...
Chi invece volesse puntare il dito sulle nefandezze dei media "occidentalisti" non avrebbe alcun bisogno di cercare tra personaggi del genere, pur abbondantissimi anche -e forse soprattutto- tra le schiere degli americani di complemento; questo perché i consapevoli autori della disinformazione e della menzogna non hanno alcuna voglia o necessità di nascondersi.
Intendiamoci: non che la questione sia nuova. Il "Corriere della Sera" ha una storia plurisecolare in questo senso, essendosi segnalato nella difesa dell'indifendibile almeno dal 1900, quando osò paragonare il tenente Carlo Trivulzio, protagonista col ruolo di colpevole in una vicenda vergognosa ricostruita un secolo dopo da Dacia Maraini, all'ufficiale alsaziano Alfred Dreyfus.
Oggi i media capaci di questo e d'altro non si contano neanche più, essendo l'industria della denigrazione redditizia ed incontrastata. Un foglio diffusissimo, l'antico e mai blasonato quotidiano "La Nazione" di Firenze è in grado di fornire non una tantum, ma praticamente tutti i giorni, esempi concreti della prassi "occidentalista" del linciaggio preventivo. Neppure "La Nazione" è nuova a questo modo di fare (dis)informazione: quando Pietro Valpreda finì in carcere -e ci rimase tre anni, accusato innocente di strage- su "La Nazione" imperversava un certo Enzo Tortora, secondo il quale il "mostro Valpreda" "messo alle strette dagli inquirenti, si rotola per terra nella cella, schiumando bava e sangue". Un po' di giustizia, tuttavia, c'è anche in questo mondo, e Tortora si trovò a fare la stessa esperienza diversi anni dopo e ad essere trattato, dai suoi colleghi giornalisti, in modo anche peggiore.

La Nazione - 12 dicembre 2006 - Strage di Erba

L'edizione del 12 dicembre 2006 de "La Nazione" si apriva dunque con una prima pagina da brivido. "Orrore nel comasco - Sgozzati e bruciati - Raccapricciante strage in centro a Erba: i vigili del fuoco allertati per l'incendio di una casa, trovano i cadaveri di quattro persone, tre donne e un bambino di tre anni, con la gola tagliata. Un quinto uomo portato via intubato ma vivo. La polizia dà la caccia al padre del piccolo, un ex detenuto maghrebino liberato dall'indulto. Sul massacro l'ombra dell'integralismo islamico".
Non contenti, i signori Magni e Pioppi "accreditati" dell'edificante scoop infierivano alle pagine 3, 4 e 5 con articoli intitolati "Massacra la famiglia e incendia la casa - Sgozzate tre donne e un bambino, un ferito. Caccia al marito tunisino di una delle vittime" "L'angoscia di tutto il paese: ha tradito la nostra fiducia" e soprattutto l'immancabile "movente" perfettamente in linea con le esigenze dell'agenda setting e soprattutto delle tirature: "Il bambino deve seguire le regole dell'Islam - All'origine della tragedia le pretese del tunisino di 'convertire' la sua famiglia italiana d'adozione".

A completare un numero emblematico più di tanti altri per serietà, autorevolezza e inconfutabilità delle fonti e delle ricostruzioni, fastidiosi articoli sulla "contestazione" a Romano Prodi intentata da un grupponzolo di perdigiorno per sapiente caso presente al Motorshow di Bologna e la consueta tiritera contro Mahmoud Ahmadinejad, leitmotiv preferito di questi anni. Fin qui la "cronaca", una cronaca che la realtà si incarica di smontare e di smentire in neppure ventiquattro ore. In meno di una giornata infatti il mondo cade addosso alla redazione di piazza Ghiberti: il principale indiziato, per il quale nessun castigo sarebbe stato abbastanza severo e che già forniva ottime prospettive per almeno un mese di editoriali forcaioli, era sì irreperibile ma per il motivo, piuttosto buono, che mentre gli massacravano la famiglia e gli bruciavano la casa si trovava in visita dai parenti in Tunisia.
I veri colpevoli vengono arrestati esattamente un mese dopo: sono Angela Rosa Bazzi ed Olindo Romano, marito e moglie, che hanno agito al termine di una edificante spirale di beghe da cortile. Nessun "islamico", dunque, tantomeno "estremista", ma una coppia la cui vita quotidiana, descritta con dovizia di dettagli dai giornali e fatta di isolamento siderale, di abitudini ferree, di pulizie maniacali, di casetta in Canadà, di "valori" piccoloborghesi, fornisce l'immagine perfetta dell'"occidentale" contemporaneo. Quello, per intenderci, che "vota per Fini perché parla bene" e che segue con razionalità ovina chiunque gli prometta di togliere i negri dalle strade.
Senza alcuna apparente ironia, mesi dopo la stampa "occidentalista" informa i suoi lettori che Olindo Romano, in carcere, trascorre molto tempo leggendo i "libri" di Oriana Fallaci.

 

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