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Magdi Allam a Padova PDF Stampa E-mail
Domenica 18 Novembre 2007 11:10
Il 24 ottobre 2006 Magdi Allam, il Pinocchio d'Egitto fatto allegramente a pezzi anni fa da Valerio Evangelisti, ha presentato a Padova il suo ennesimo libro edito da Mondadori, il cui impegnativo titolo è "Io amo l'Italia ma gli Italiani la amano?". E’ stata di sicuro una magnifica occasione per conoscere dal vivo il suo "pensiero" e potergli presentare qualche domanda: tra gli "occidentalisti" la persona è ben nota per quelle caratteristiche che a loro detta si chiamano equilibrio, cortesia e coraggio e che chi "occidentalista" non è identifica con tutt'altri e meno lusinghieri vocaboli. Strapagato, Allam da anni ed anni si presenta -ed è percepito dal suo pubblico- come divulgatore di limiti e pericoli di un "islam" genericamente inteso e delle società di dar al'Islam, agendo invece concretamente come un denigratore indefesso. Gli esempi non smentiti di ricostruzioni ardite, conclusioni errate e scempiaggine pura e semplice che è possibile riscontrare nei suoi articoli sono talmente tanti che c'è chi si è preso la briga di elencarne giusto qualcuno, tanto per dare un'idea.
Il volume presentato è una sorta di autobiografia -ed autoagiografia- dell'autore; fu, a suo tempo, utilizzato dalla premiata ditta Martinez & Valent (islamonazicomunisti in servizio permanente effettivo) per una divertente serie di smentite e di considerazioni non benevole. La dice lunga sulla questione il fatto che fossero intitolate "Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio".
Il 24 ottobre 2006, Allam avrebbe permesso al suo uditorio di trarre le seguenti conclusioni, da noi commentate.

- E’ sbagliato e dannoso cercare di identificare nell’Islam come interlocutore istituzionale da parte dello Stato un qualunque Imam che sappia solamente gestire la sua figura mediatica. L’Imam è solamente una persona che si offre di fare un servizio guidando la liturgia. Ogni musulmano potrebbe farlo.
Il sistema politico peninsulare, che di quello mediatico è diventato un riflesso, sceglie da sempre con estrema cura gli a'immah (pardon, gli imams...!) da dare in pasto al pubblico tra i personaggi più stravaganti che siano reperibili sulla piazza. In qualche caso il termine "piazza" va inteso in senso letterale. Ovviamente, così facendo si contribuisce in modo determinante alla fabbricazione di un prodotto-informazione facilmente smerciabile e si portano altre risorse alla Fabbrica della Paura perennemente in funzione, ma non si rendono ulteriori servizi a nessuno. E' strano che Magdi Allam, che di "informazione" campa, stigmatizzi un comportamento che è la prassi quotidiana dei media peninsulari, compresi -e forse soprattutto- quelli per i quali lavora.

- È sbagliato e dannoso legiferare come ha fatto recentemente la Cassazione che il velo sia un simbolo distintivo della religione islamica. In passato era usato in tutto il vicino oriente da una esigua minoranza. Si vuol far passare come islamico da un gruppo di integralisti questo costume invalso abbastanza di recente, mentre in realtà è solo uno strumento di soggezione nei confronti delle donne.
La prescrizione di girare con i capelli coperti è coranica: si trova in XXIV-31 ed "in passato", ossia fino a non più di trent'anni fa, anche le donne toscane giravano normalmente con i capelli coperti da un fazzoletto. San Paolo ne prescrive l'uso in modo piuttosto drastico nella prima lettera ai Corinzi, ed infatti a tutt'oggi non è cessato l'uso, per le donne, di entrare in chiesa a capo coperto. Che la cosa fosse uso, volontà e desiderio di "una esigua minoranza" lo si può anche statuire, ma dimostrarlo è tutto un altro discorso. A nostro avviso i veri motivi per cui in "occidente" l'avversione verso l'osservanza dello hijab trova tanti proseliti sono esclusivamente economici: parrucchieri e multinazionali del cosmetico potrebbero risentirne!

- Un metodo da mettere in opera per favorire un’integrazione vera e non di facciata (i fallimenti un po’ dovunque in Europa ci dicono che finora si è sbagliato approccio) potrebbe essere quello di sottoporre i candidati ad immigrare ad un esame di lingua e cultura italiana nel paese d’origine, prima di concedere visto e permesso di soggiorno. In pratica, qualcosa di simile a quanto adottato ora in Olanda.
Potremmo essere d'accordo: cominceremmo con l'imporre qualcosa di simile ai nordamericani, sorvolando sul fatto che una simile prassi -non sappiamo fino a che punto codificata per legge- è già in atto da tempo per gli studenti provenienti dalla Repubblica Islamica dell'Iran, o almeno così ci hanno riferito i pochi con cui abbiamo avuto occasione di parlare. Persone in grado di esprimersi correntemente, e con una proprietà di linguaggio immensamente superiore a quella dei loro coetanei nati ad Abbiategrasso o a Valdobbiàdene che riempiono i propri scritti di xché e di nn. E che delle verità rivelate sfornate dalla grande editoria sono sia il target che il risultato.




 

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