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Lo sterminio degli armeni - Parte IV (fino al 24 aprile 1915) PDF Stampa E-mail
Domenica 23 Dicembre 2007 17:53

Il CUP non digerì mai il rifiuto degli armeni di adoperarsi per facilitare la formazione di una quinta colonna in territorio russo. Per questo rifiuto, e non per altri motivi essendo al momento la vittoria in guerra l'obiettivo da perseguire con ogni mezzo, Bahaettin Shakir, l'emissario del CUP incaricato dell'operazione e che già apparteneva all'ala più antiarmena del movimento politico, fece uccidere alcuni appartenenti al Dashnak.
Fino a questo momento le violenze interetniche accadute nell'areale geografico di interesse non hanno mai assunto, per quanto aspre, un carattere genocidiario. Con la guerra e con la mobilitazione totale della società imposta da essa le cose cambiano. In Armenia come altrove, essa fece da catalizzatore per i processi di demonizzazione dell'altro da sé in generale e del nemico in particolare; l'odio nazionale, etnico e razziale che da anni i nazionalismi stavano fomentando trovò nella guerra la condizione essenziale per trasformarsi in massacro, essenzialmente perché la guerra mondiale alzò molto, nelle popolazioni coinvolte, il livello di tolleranza nei confronti della violenza. La storiografia turca parla anche di una "psicosi da scomparsa", strumentalizzata e coltivata dal potere, nata dalla diffusa convinzione che, dopo un lungo declino fattosi repentinamente più grave, l'impero fosse ad un passo dalla fine.
L'impero ottomano entrò in guerra con un esercito in condizioni di grave impreparazione, cui si univano croniche mancanze nei materiali e negli equipaggiamenti e le gelosie reciproche, l'arretratezza e l'improvvisazione dei comandanti. In queste condizioni, l'impero ottomano andò incontro ad immediati e gravi rovesci militari nel Caucaso e sul canale di Suez. Tra il febbraio ed il marzo del 1915 la situazione si fece pressoché disperata perché la flotta inglese, dopo due tentativi respinti di forzare lo stretto dei Dardanelli e compiere uno sbarco ad Istanbul, il 25 aprile 1915 fece prendere terra attorno a Gallipoli a soldati australiani e neozelandesi. Lo sbarco fu immediatamente contenuto, ma i molti mesi di presenza straniera a poca distanza dalla capitale ebbero un'importanza fondamentale per il precipitare delle sorti della popolazione armena: la decisione di cacciare gli armeni dalle loro abitazioni fu presa infatti dal governo di un impero assediato. Le cause della catena di eventi che hanno condotto al genocidio, dovrebbe essere a questo punto chiaro a chiunque non sia un cinghiale o un estimatore di Oriana Fallaci, sono per intero da ricercarsi nella situazione contingente e nell'impatto della modernità sulla società ottomana, anziché in un "islam" tanto metafisicamente malvagio quanto cialtronescamente presentato.
Nel febbraio 1915, prima dello sbarco alleato a Gallipoli, tutti i soldati armeni in servizio nell'esercito erano stati disarmati e riuniti in battaglioni di lavoro; la decisione fu presa nel timore che la popolazione armena del Caucaso si prestasse ai disegni zaristi: non si volevano fornire, ad una eventuale insurrezione nazionalista, truppe omogenee e pronte al combattimento. La mobilitazione totale del conflitto imponeva inoltre la necessità di una enorme quantità di mano d'opera, reperita in poco tempo e a buon mercato usando questo sistema. La sconfitta della prima offensiva ottomana nel Caucaso aveva anche provocato, negli stessi mesi, il crollo della prospettiva turaniana che era stata tra le motivazioni più importanti per l'ingresso in guerra contro la Russia e a fianco della Germania. Non potendo ammettere la sconfitta, militari e politici turchi accelerarono la ricerca dei "traditori" e dei capri espiatori. Le premesse perché questo ruolo fosse rivestito dagli armeni c'erano già, ed a rafforzare le preoccupazioni del governo c'era, almeno dal 1914, l'azione dei militanti del Dashnak.
L'inizio della guerra aveva trovato la stragrande maggioranza della popolazione armena in uno stato di relativa passività, cui si sottraevano soltanto minoranze colte ed estremamente politicizzate che il Dashnak preparò alla difesa delle comunità in Anatolia orientale. Alla presenza di bande turche e dell'Organizzazione Speciale fece da contrappeso la presenza di questi gruppi di autodifesa e quella di molti profughi armeni nelle file dell'esercito russo. Durante le ostilità dell'inverno 1914-1915, gruppi di combattenti armeni avevano facilitato l'avanzata russa nel Caucaso, fornendo all'Organizzazione Speciale il pretesto per i primi massacri nei territori di confine, che più volte passarono di mano con l'ondeggiare del fronte e nei quali l'esercito ottomano, costretto dalla logistica pressoché inesistente a sopravvivere con la spoliazione delle zone attraversate, non acquistò certo alcuna popolarità. Nei massacri perpetrati dalla O.S. si intrecciavano motivazioni di diverso ordine: la punizione di civili percepiti come vendutisi al nemico comincia a lasciare il posto alla persecuzione della nazionalità armena in quanto tale. Non l'"islam", ma la realtà della guerra va riconosciuta come causa scatenante di un precipitare degli eventi e di una costellazione di azioni di cui il genocidio fu il risultato complessivo.
In questo quadro vanno collocati gli avvenimenti che si verificarono nella città di Van e che, pressoché contemporanei al succitato sbarco, contribuirono a spingere il potere centrale verso la scelta di un trattamento del tutto intransigente nei confronti della popolazione armena. Nella città di Van gli armeni erano i tre quinti della popolazione; già alla fine del 1914 la presenza degli armati del Dashnak e quella della gendarmeria ottomana a caccia di disertori avevano determinato un clima di estrema tensione. La vicinanza del fronte -in Persia erano di stanza truppe russe, in cui gli elementi armeni, oltre ad essere fittamente rappresentati, erano spesso costituite da disertori dell'esercito ottomano- aveva messo in allarme i vertici militari della zona, nonostante le ampie rassicurazioni di lealtà che venivano dai massimi rappresentanti della comunità armena. Nel marzo 1915 rientrò in città il governatore Tahir Cevdet Bey, che aveva subìto una sconfitta ad opera dei russi e che temeva il loro arrivo a Van. I quattromila coscritti per il lavoro obbligatorio da lui richiesti al distretto di Shatakh non si presentarono: Tahir inviò soldati e truppe irregolari curde e circasse all'assalto di Shatakh, ma la loro azione fu talmente improvvisata che si scatenò sulle comunità armene attorno a Van. Molti armeni cercarono protezione all'interno della città, dove nuclei armati di autodifesa presero il controllo di alcuni edifici pubblici e riuscirono a tenerli per due settimane. All'inizio di maggio i russi si misero effettivamente in marcia per Van ed Erzurum; raggiunsero Van il 18 maggio 1915 assieme ai reparti armeni inquadrati nell'esercito zarista, quando ormai qualunque armeno, in armi o meno, era considerato dai quadri militari e politici ottomani come un pericolo effettivo.

Bibliografia
D. Nicolle, R. Ruggeri, The Ottoman Army 1914-1918, Osprey, 1994.
P. Simkins, G. Jukes, M. Hickey, The first world war, Osprey, 2003.
M. Flores, Il genocidio degli armeni, Il Mulino 2005.

 

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