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Lo sterminio degli armeni - Parte V (aprile-dicembre 1915) PDF Stampa E-mail
Mercoledì 26 Dicembre 2007 10:35

Un tratto comune alla storia di tutti i genocidi del ventesimo secolo è che a posteriori riesce difficile identificare il momento esatto e la sede in cui venne presa la decisione finale e la si cominciò a diffondere lungo le scale gerarchiche delle isitituzioni. I processi intentati nel 1918 contro i principali responsabili del genocidio fanno pensare che il comitato centrale del CUP abbia preso a metà del marzo 1915, nel contesto storico e sociale già delineato, la decisione di deportare gli armeni. In capo ad un mese scarso gli elementi moderati del CUP vengono messi da parte e con il radicalizzarsi delle posizioni anche gli ufficiali restii alla deportazione intesa come cancellazione fisica a mezzo di stenti verranno in svariati casi messi brutalmente in condizioni di non nuocere.
Alla fine di marzo 1915 la popolazione armena di Zeytun, in Cilicia, fu la prima ad essere deportata massicciamente. Mentre russi ed inglesi attaccavano l'Anatolia Boghos Nubar, fondatore della unione generale della beneficenza armena e voce ascoltata presso le diplomazie europee, era andato incoraggiando presso le cancellerie la prospettiva di una Cilicia neutrale, liberata dall'intervento congiunto delle forze dell'Intesa e dall'insurrezione della popolazione locale. Nello stesso momento gli armeni di Zeytun avevano contattato i russi assicurando di essere in grado di far insorgere quindicimila uomini, a patto di avere armi e munizioni a sufficienza. Il comando delle truppe ottomane nella zona di Zeytun era in mano ad un bavarese, tale capitano Wolffskeel, che approfittò del primo scontro tra truppe regolari e disertori armeni per lanciare le sue truppe contro i villaggi montani della Cilicia. Dopo tre giorni di massacri, attorno all'undici di aprile del 1915 la popolazione armena di Zeytun fu smembrata. Gli uomini inviati a piedi a Deir Zor, oggi in Siria, le donne ed i bambini verso Sultania e Konya. Non ci furono uccisioni nel corso della marcia ed i sopravvissuti alle vicende che seguirono affermano che le autorità imperiali non sapevano bene cosa fare di loro. Lo stesso ministro dell'interno, Talat Pascià, ammise nel dopoguerra la natura essenzialmente preventiva -e non sterminatrice- delle prime deportazioni.
Se sono ignote la data ed i dettagli della decisione finale in merito, è noto il primo episodio di natura genocidiaria verificatosi ai danni della popolazione armena. Il 24 aprile 1915, su ordine del ministero dell'interno, furono arrestati in tutto l'impero più di duemila rappresentanti della élite culturale, politica ed economica armena. All'arresto seguiva la teorica deportazione in campi dell'Anatolia centrale: in realtà la stragrande maggioranza degli arrestati non era viva una settimana più tardi. Soltanto nella capitale ed in città dove la presenza straniera (americana e tedesca in particolare) era più consistente e non era consigliabile adottare come prassi la giustizia sommaria, fu possibile che qualcuno sfuggisse all'arresto.
Nei fatti, gli arresti del 24 aprile decapitano la nazione armena e precedono la deportazione di tutti gli armeni di Cilicia, dopo quelli di Zeytun.  Privilegiando le presunte direttrici di marcia degli invasori russi -fatto che testimonia ancora una volta l'ormai avvenuta identificazione tra "armeno" e "traditore", le vittime vengono sospinte verso sud per tutto il mese di maggio. Il contesto è ancora caotico e non si hanno dati sufficienti per poter affermare che l'annichilimento degli armeni come tali seguisse un piano preordinato e messo a punto nei dettagli, nonostante gli episodi di uccisioni di gruppo ormai non si contino più.
La disparità di trattamento dei deportati è ancora frequente nei mesi di giugno e di luglio; tuttavia il fenomeno sembra dovuto più alle carenze logistiche, alle difficoltà della macchina della repressione di mettersi al passo con la volontà politica, che non ad una mancanza di intenzionalità. Un fatto nuovo è intervenuto, il 27 maggio 1915, a confermare la scelta delle opzioni strategiche più radicali fino a quel momento rimaste nei discorsi e nelle intenzioni dei più intransigenti membri del CUP e dei tagliagole inquadrati nelle bande paramilitari. Il 27 maggio, con la legge di deportazione, la volontà di annientare gli armeni come popolo diventa legge dello stato. Il 24 maggio le potenze dell'Intesa avevano emesso una dichiarazione congiunta che stigmatizzava gli episodi in atto ed affermava che i governi alleati avrebbero considerato tutti i membri del governo ottomano, compresi i rappresentanti locali che risultassero implicati nella repressione, responsabili di quanto fosse accaduto. La prima versione del comunicato definiva la persecuzione antiarmena un crimine "contro la cristianità e la civiltà"; dietro insistenza francese e dopo un giro di consultzioni diplomatiche l'espressione fu cambiata in "contro l'umanità e la civiltà", dal momento che l'esercito ottomano aveva esteso le persecuzioni anche ad arabi e curdi, e che il cristiano impero tedesco ed il cattolicissimo impero austroungarico erano alleati del governo stigmatizzato.
La dichiarazione congiunta non migliorò affatto le condizioni degli armeni e contribuì, forse in modo determinante, al precipitare delle loro sorti. Il 25 maggio Talat Pascià chiese al gran visir  di firmare una legge speciale che autorizzasse le deportazioni; i militari chiesero invece la conferma di un "ordine orale" relativo alla deportazione degli armeni dalle province orientali verso Diyarbakir e la valle dell'Eufrate. Il 27 maggio la "legge temporanea di deportazione" permetteva alle autorità militari di rimuovere forzatamente la popolazione in nome della sicurezza, delle necessità militari e delle esigenze dello stato. Rimossi così i dubbi e le difficoltà interpretative, che erano oggetto di difficoltà soprattutto quando i militari e l'Organizzazione Speciale (politicamente da tempo su una certa linea) avevano a che fare con funzionari intermedi o autorità locali, la repressione poté procedere, pur con i limiti imposti dalla logistica che non costituiscono affatto un'attenuante, in modo organizzato e metodico. 
Il 10 giugno 1915 fu promulgata una "legge temporanea di espropriazione e confisca" che permetteva di registrare e di vendere all'incanto i beni dei deportati.
La legge di deportazione rimase un atto di governo e non fu mai approvata dal parlamento; il 4 novembre 1918 fu abrogata per incostituzionalità. La legge sulla confisca, invece, venne ampiamente discussa negli ultimi mesi del 1915 provocando ripetuti ed irosi interventi del senatore Ahmed Riza, alla testa dell'ala liberale e moderata dei Giovani Turchi, che negli anni seguenti denuncerà pubblicamente più volte le violenze contro gli armeni. Riza aveva pochi ed irrisi sostenitori e la spoliazione dei deportati procedette con metodo: i beni "abbandonati" dagli armeni vennero venduti dallo stato, le loro case occupate dai profughi.
Nonostante nessuna delle leggi presenti nero su bianco l'ordine di sterminio generalizzato di questa o quella etnia, il complesso di atti resi possibili dalle due norme si tradusse in pratica nella definitiva espulsione degli armeni dai loro insediamenti storici: le mere necessità di guerra non avrebbero costituito un motivo valido per la confisca e la vendita dei beni e l'occupazione delle case. Le norme eliminano qualunque distinzione tra sospetti di connivenza col nemico, contadini, nazionalisti, ex militari e popolazione civile in generale; gli armeni diventano in blocco un corpo estraneo da estirpare per più motivi dal territorio di un impero assediato da ogni parte. La propaganda insiste sugli avvenimenti di Van, presentati come conferma della contrapposizione insanabile e micidiale tra turchi ed armeni.
A metà giugno 1915 il ministero dell'interno autorizza ad uccidere chiunque resistesse alla deportazione o tentasse di allontanarsi dalle colonne in marcia forzata. Organizzazione Speciale, esercito e bande curde dànno così il via ad un processo di deportazione sistematico intrecciato con violenze di ogni tipo e con l'eliminazione immediata di chiunque fosse atto a portare le armi. Le uccisioni arbitrarie e di massa, relativamente rare solo il mese prima durante la deportazione dalla Cilicia, diventano prassi abituale. Durante i mesi cruciali del genocidio, tra il giugno ed il dicembre 1915, solo il 20% dei deportati giunse alle inospitali località di destinazione sopravvivendo anche alle condizioni climatiche, alla fatica, all'inedia. Dopo Zeytun, in un quadro giuridico adesso dichiaratamente persecutorio, furono deportati gli armeni di Van (da cui i russi si erano ritirati) e delle provincie comprese tra Mar Nero e Persia; tra giugno ed agosto toccò alla popolazione dei distretti sudorientali dell'Anatolia, a quella di Trabzon, ed infine, tra agosto e novembre, a quella di Edirne, Bursa e Kaiseri.
Si deve notare che il genocidio è stato avallato e reso possibile come tale dalla legge dello stato e dalla sua multiforme applicazione. L'"occidentalismo" ha in un ipocritissimo culto della "legge" e dell'"ordine" il principale punto cardine; viene da concluderne che "mentalità legalitaria" e "mentalità genocida" non sono affatto due concetti opposti.
I margini di arbitrarietà lasciati dalla legge ai persecutori in materia di uccisione dei deportati erano molto ampi; il fenomeno è alla base della disparità di trattamento cui i prigionieri furono sottoposti e che influì in modo determinante sulle possibilità di sopravvivenza, assieme all'atteggiamento tenuto nei confronti delle colonne in marcia forzata dalla popolazione delle località attraversate e alla corruttibilità maggiore o minore dei militari e delle bande armate all'opera.
Le possibilità di resistenza alla sopraffazione erano minime, da parte di gruppi di persone debilitati e terrorizzati. Oltre alla popolazione di Van, solo quella dei villaggi attorno al Musa Dag, nel sangiaccato, riuscirono a resistere all'aggressione dell'esercito per più di cinquanta giorni e a trovare aiuto grazie alla flotta francese. Il distretto di Iskenderun rimase sotto controllo francese fino al 1939: gli scampati alla deportazione furono tra i pochi a poter così tornare alle loro case. La vicenda è nota a livello internazionale grazie al romanzo che Franz Werfel pubblicò nel 1933. Altri episodi di resistenza, privi dell'aiuto russo o francese, furono stroncati dall'esercito. Il fatto che la "rivolta di Van" venisse addotta a principale pretesto per le deportazioni fece anche sì che la maggioranza delle vittime non considerasse l'idea di resistere, convinta che così facendo avrebbe solo peggiorato la propria situazione. 


Bibliografia
http://www.theforgotten.org Mostra le foto scattate nei campi della Siria e dell'Iraq da Armin Wegner durante il 1915-1916.
http://www.armeniapedia.org
M. Flores, Il genocidio degli armeni, Il Mulino 2005.

 

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