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Lo sterminio degli armeni - Parte VII (dall'armistizio al trattato di Sèvres) PDF Stampa E-mail
Sabato 26 Gennaio 2008 15:30
Dopo la firma dell'armistizio di Mudros, i trimuviri Cemal, Enver e Talat trovarono rifugio in Germania; abbandonato dai capi, il CUP si sbandò e si autosciolse in un congresso straordinario lasciando un vuoto di potere che fu colmato da esponenti dell'Intesa Liberale di opposizione, che non considerarono che rivestire posizioni di potere in un momento in cui il paese veniva occupato da truppe nemiche vittoriose avrebbe avuto effetti micidiali per la loro popolarità.
Dopo l'armistizio le truppe ottomane lasciarono la Transcaucasia e vi vennero sostituite da truppe britanniche. La Repubblica Armena nacque all'inizio del 1919 sulle ceneri del governatorato russo di Erevan: vi affluirono centocinquantamila scampati al metz yeghern, il grande male del genocidio; i soldati armeni che avevano combattuto per l'Intesa costituirono il primo nucleo dell'esercito mentre si prospettava, alla imminente conferenza di pace, l'assegnazione all'Armenia di sei vilayet dell'Anatolia orientale.
La presenza inglese nella zona era tutt'altro che disinteressata perché Baku era, dall'inizio del XX secolo, un centro petrolifero importante. Gli inglesi tentarono di imperdire saldature tra gli interessi ottomani e quelli sovietici accordando svariate concessioni alle popolazioni azere e tentando di fare di un Azerbaijan indipendente un baluardo antisovietico nella regione.
La cosa portò a risolvere la questione dei confini tra Azerbaijan ed Armenia in modo per lo meno affrettato e scopertamente favorevole all'Azerbaijan. Si aprì in questo modo la questione, a tutt'oggi scottante, del Nagorno Karabakh, incorporato nei confini azeri senza alcun riguardo per la sua composizione etnica che era, all'epoca, armena per il 70%. I militari armeni capeggiati dal generale Andranik, che dopo l'armistizio avevano occupato parte del Nagorno Karabakh, furono costretti a ritirarsene. Le milizie azere e l'esercito regolare, cui i britannici lasciarono mano libera, occuparono la regione dando il via ad un'ondata di persecuzioni contro la popolazione civile che fece centinaia di vittime. Nel 1920 Armenia ed Azerbaijian combatterono una breve guerra per il controllo della regione, nel corso della quale le truppe azere rasero al suolo i quartieri armeni della cittadina di Shusha, a sud della capitale Stepanakert, provocando un numero di vittime ancora oggi imprecisato.
Mentre il governo, capeggiato dal liberale Damad Ferid Pasa, ordina un'inchiesta parlamentare e dà il via a processi penali nei confronti dei responsabili del genocidio, l'occupazione straniera si estende anche ad ampie porzioni dell'Anatolia. Nell'aprile 1919 uno sbarco italiano ad Antalya provoca la reazione dei greci, che ottengono dalla conferenza di pace di poter sbarcare nella zona di Smirne; con la benedizione dell'arcivescovo ortodosso della città, le truppe greche iniziano a comportarsi da forza di occupazione e pongono sbrigativamente le premesse per la piena annessione della città e dei suoi dintorni, innescando una guerra civile che ha nella distruzione dei quartieri turchi di Antalya uno dei suoi episodi più rilevanti. Il comportamento dei greci e le ricorrenti voci dell'appoggio francese alla creazione di un esteso stato armeno in Anatolia orientale irrigidirono l'atteggiamento della popolazione turca, che esposta alle vendette e all'occupazione straniera cominciò ad armarsi ed a rendere insicuri i territori più lontani dai grossi centri.
Negli stessi giorni dell'invasione greca di Smirne, Mehmet VI incaricò Mustafa Kemal, già combattente in Libia nel 1911 ed a Gallipoli, di riprendere il controllo della situazione pacificando l'Anatolia e ristabilendovi il governo ottomano. Meno di un mese dopo, Kemal rivelò il suo vero atteggiamento intessendo una propria rete di contatti e trovando appoggio negli ufficiali dell'esercito. Richiamato ad Istanbul, ignorò l'ordine affermando anzi di voler restare in Anatolia fino al raggiungimento dell'indipendenza nazionale, ed organizzando congressi i cui delegati sottoscrivono l'impegno alla lotta contro la dominazione straniera e contro la creazione di uno stato armeno in Anatolia orientale. Nel dicembre 1919 Mustafa Kemal stabilì un proprio quartier generale ad Ankara, destinato a fare da pendant anche politico alla capitale Istanbul, mentre la stampa europea dipingeva lui ed i suoi come continuatori dell'azione politica del CUP.
Le elezioni del 1920, con le quali le potenze dell'Intesa speravano di trovare avallo alla loro politica ed al loro interesse, vedono invece la vittoria dei nazionalisti. Il nuovo parlamento fa propri gli intenti dei congressi organizzati da Mustafa Kemal e ribadisce l'indivisibilità dell'Anatolia avanzando mire anche su Kars e su Batumi. Di fronte alla mala parata gli inglesi, nel marzo 1920, arrestano e deportano a Malta parecchi deputati. Quelli che sfuggono all'arresto raggiungono Ankara e la nuova Assemblea Nazionale di quattrocento componenti messa in piedi da Kemal. In un clima in cui la paralisi politica si accompagna a ribellioni e proteste sparse in tutto il paese e foraggiate dal sultano e dalle potenze occupanti, ricominciarono le operazioni militari. L'occupazione francese della Cilicia era stata portata a termine con l'aiuto di centinaia di volontari armeni, comprensibilmente imbevuti di revanscismo e di indisciplina che ne determinarono l'azione nei confronti della popolazione turca; le truppe fedeli a Kemal attaccarono nel gennaio 1920 la località di Marash, occupata dai francesi benché nominalmente sotto la sovranità turca, e ne sterminarono la popolazione armena superstite. Il controllo francese sulla Cilicia si fece labile ed insicuro; alla fine, nel maggio 1920, Parigi preferì addivenire ad un armistizio con le forze di Kemal per prevenirne i contatti con i bolscevichi, ottenendo comunque di poter conservare il controllo della Cilicia.
Secondo i britannici l'unica alternativa al massacro indiscriminato dei kemalisti era togliere loro l'ossigeno assumendo atteggiamenti più concilianti nei confronti del governo ottomano ed in particolare adoperarsi -al contrario di quanto era intenzione dei francesi- perché i territori anatolici rimanessero sotto la sovranità imperiale. I politici armeni furono messi obliquamente al corrente del poco sostegno che l'Intesa avrebbe potuto fornire nell'immediato all'esercito di un'Armenia indipendente e dei rischi cui sarebbero andati incontro nel caso di dichiarazioni unilaterali. Per rafforzare ulteriormente le loro tesi gli occupanti inglesi non mancarono di evidenziare come l'avanzata greca in Anatolia occidentale avesse paradossalmente reso più insicura la vita per le popolazioni non turche dell'Anatolia.
L'11 maggio 1920 il governo turco ricevette il trattato di Sèvres, che conteneva amputazioni territoriali estesissime ed incolpava esplicitamente l'impero delle atrocità commesse nelle guerre balcaniche, contro i prigionieri di guerra e contro la popolazione armena. I militari fedeli a Mustafa Kemal furono attaccati dall'esercito greco e costretti ad abbandonare Edirne, Bursa ed il litorale del mare di Marmara, che avevano occupato immediatamente dopo esser venuti a conoscenza delle clausole del trattato di pace che avevano assegnato alla Grecia o al controllo internazionale tutti i territori suddetti. Firmato il 10 agosto successivo, il trattato fu immediatamente ricusato dai kemalisti che iniziarono una guerra in piena regola contro l'Intesa. uno dei generali che Kemal avrebbe dovuto disarmare, e che invece era passato a suo fianco, era Kazim Karabekir. Nel settembre 1920 attaccò la Repubblica Armena, la cui esistenza non aveva avuto ancora il riconoscimento della Società delle Nazioni, riconquistando alla Turchia Kars ed Alexandropol. A Kars furono sterminati seimila armeni. Nei cinque mesi di occupazione di Alexandropol persero la vita sessantamila persone, diciottomila delle quali deportate ad Erzurum delle quali solo duemila sopravvissero. il 7 novembre gli armeni capitolarono ed accettarono l'armistizio imposto da Karabekir, che riportava il confine a quello esistente tra Turchia e Russia nel 1878 riducendo il territorio dell'Armenia indipendente a quello odierno, dimensioni pari a circa un decimo di quelle storiche. Il 22 novembre, troppo tardi, il presidente americano Wilson illustrò le nuove frontiere dell'Armenia, che avrebbero dovuto comprendere i vilayet di Van, Erzurum, Bitlis e parte di quello di Trebisonda. Il 29 novembre un comitato rivoluzionario proclamò la sovietizzazione dell'Armenia e richiese l'intervento dell'Armata Rossa, che occupò quanto restava del paese. Quanto deciso dalle armi fu sanzionato il 16 marzo 1921 da un trattato di amicizia tra kemalisti e bolscevichi.
Nel 1921 i francesi abbandonarono la Cilicia; i kemalisti lasciarono loro Iskenderun ed il sangiaccato. La fine della presenza francese in Cilicia si tradusse nell'esodo della popolazione armena superstite, che prese la via dell'Egitto, dei Balcani, della Siria, della Grecia.


Bibliografia
Marcello Flores, Il genocidio degli armeni, Il Mulino, 2006.
Per la storia del Nagorno Karabakh, http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_Nagorno-Karabakh
Un sito in castigliano sull'occupazione francese ed il massacro di Marash:
http://www.marash.com.ar/marash/genocidio.htm
 

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