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L'"Occidente" bulimico e l'"Islam" morigerato PDF Stampa E-mail
Mercoledì 27 Febbraio 2008 13:45

I vocaboli "Occidente" ed "Islam" non sono affatto antinomici e non indicano assolutamente due poli opposti ed in manichea lotta tra di loro. Alla luce di questa considerazione, passiamo ad interpretare la  relazione del cardinale George Pell, arcivescovo di Sidney, pubblicata nel 2006 dalla rivista Cristianità (è sul sito di Alleanza Cattolica, un nome a caso) e poi ripresa da Il Domenicale del 4 novembre dello stesso anno. 
La relazione fu pronunciata nel febbraio 2006 nel contesto di una riunione di Legatus, associazione di dirigenti cattolici fondata da un certo Tom Monaghan, una delle moltissime figure di fantastiliardario in via di redenzione di cui pullulano le lobby yankee. L'azione lobbystica, e la grande considerazione di cui gode, rappresentano a nostro avviso uno dei fenomeni più rivoltanti -e dunque più caratteristici- della pratica politica "occidentalista", e purtroppo non soltanto di quella. 
“E’ possibile che l’Islam e le democrazie occidentali vivano insieme pacificamente?” E’ una delle tante domande, forse la più importante, che si pone il cardinale di Sydney. A nostro avviso il modo di porre il problema, ammesso che di problema si tratti, è per lo meno inesatto. Per il credente, "Islam" è all'incirca il modo in cui Dio desidera che gli esseri umani regolino la propria vita sulla terra, in attesa di un'altra vita a venire. I concetti di "democrazia" e di "occidentale" andrebbero invece distinti.  Il primo indica una forma di assetto statale, il secondoha senso soltanto se concepito come contrapposto ad "Oriente" con tutto ciò che questo significa; sempre più spesso viene però usato in termini assoluti nel linguaggio comune, come un indicatore meramente economico o geopolitico. 
Se si postulano "Islam" e "democrazie occidentali" come connotanti due civiltà in rotta di collisione e si prendono le parti di una di esse, tutto diventa possibile, a cominciare dalla prevedibile ed infelice attribuzione di connotati negativi a tutto quanto non possa essere compreso sotto quell'etichetta di "occidentale" che brilla per ambiguità, elasticità ed arbitrio. L'"Islam" che le viene contrapposto è l'incarnazione stessa del Male: in dar al'Islam il Libro è l'unico regolatore della vita sociale di un miliardo e duecento milioni di persone assolutamente irredimibili (il Male metafisico fa di questi scherzi), che nella "jihad" contro l'"Occidente" hanno un obiettivo di vita unanime, condiviso e meritevole di dedizione assoluta.
L'interpretazione dei fatti storici e sociali di chi adotta questa prospettiva va nella direzione di identificare nell'"Islam" la causa ultima di qualsiasi nefandezza, dal momento che si postulano i credenti come ininterrottamente dediti al taglio della gola altrui, al saccheggio ed alla rapina dall'Egira in poi. La stessa concezione può essere senza troppi problemi spostata dal campo della storiografia a quello della politica contemporanea: il credente, in sostanza, è considerato a tutt'oggi identico a quello che nel 634 si presentò sotto le mura di Bostra e che assediò Vienna dieci secoli dopo; è animato dagli stessi intenti, guidato allo stesso modo, colpevole nella stessa misura e, perché no, affrontabile con gli stessi sistemi da parte della metà buona del mondo, postulata a sua volta come buona e scevra da qualunque contaminazione.
Una visione del mondo indegna perfino di essere derisa, se non fosse per la sua obiettiva pericolosità nei confronti della stessa convivenza civile che chi la propala afferma di avere tanto a cuore.
Ora, monsignor Pell si guarda bene dall'aderire ad un'ottica di questo tipo, espone molte argomentazioni in modo obiettivo ed ancora meno utilizza le sue competenze in materia per portare credito alle tesi degli "occidentalisti" e degli esportatori di democrazia: c'è dunque la possibilità che il suo pubblico abbia lasciato la conferenza con una punta di delusione. Quello che si può criticare, nel lungo scritto di Pell, è se mai la sopravvalutazione dell'influenza che l'elemento puramente religioso avrebbe avuto nella storia e nella geopolitica. La storiografia contemporanea (cfr. Franco Cardini, Europa ed Islam - storia di un malinteso, Laterza 2007) ha cessato di postulare la conflittualità perenne nei rapporti tra civiltà evidenziando in più di un caso come la commistione, la diplomazia e le relazioni commerciali siano state solitamente positive e tende a considerare il "religioso" come una motivazione né necessaria né sufficiente per un'ostilità preconcetta e perdurante, soprattutto per quanto riguarda l'epoca contemporanea. L'elencazione a senso unico di orrori perpetrati da "islamici" non va certamente in questa direzione e non aiuta affatto la comprensione né degli eventi storici, né dei fenomeni sociali in corso, dal momento che qualunque efferatezza si possa attribuire ai credenti troverebbe nelle recenti iniziative dell'"Occidente" contemporaneo una lunga lista di corrispettivi, commessi con l'aggravante del non aver saputo fare tesoro degli errori altrui.
Allo stesso modo è un errore il postulare come "islamica" la condotta degli immigrati da dar al'Islam in Europa: l'esperienza quotidiana mostra al contrario che tra di essi domina una diffusa indifferenza per la questione -cosa che lo stesso Pell riconosce- ed evidenzia il sussistere di una radicalizzazione religiosa soltanto laddove una situazione di conflitto, reale o minacciato, favorisce la polarizzazione degli atteggiamenti e delle opinioni. Sostenere che esistano in Europa forze "anticristiane" scientemente dedite a favorire l'immigrazione da dar al'Islam per "gettare discredito" sul cattolicesimo o per fare ad esso da contrappeso significa fare complottismo di basso livello ed ignorare le vere cause dell'immigrazione, tutte di ordine immanente.
Pell collega poi -con quale logica non è dato saperlo- la consapevolezza religiosa alla "questione demografica": a sua detta "la religione garantisce un futuro" e consapevolezza religiosa ed incremento della popolazione sarebbero in qualche modo in relazione tra loro. In realtà la cosiddetta "consapevolezza religiosa" non è tale neppure laddove Pell ne postula l'onnipresenza: in quella Repubblica dello Yemen da lui contrapposta alla Russia laicizzata il tasso di natalità sta decrescendo in modo eccezionalmente rapido, come un po' dappertutto anche in dar al'Islam, facendo pensare che le cause dell'incremento della popolazione vadano cercate altrove, così come in cause di tutt'altra e più immanente origine vanno cercate quelle del decremento. 
Nella ricerca di chissà quale stoccata da tirare a chissà quale avversario -o probabilmente per compiacere un uditorio in cui un Cristo che cacciava i mercanti dal tempio molto difficilmente riconoscerebbe pecore del proprio gregge- Pell afferma che "Non è solo questione di avere più figli, bensì di riscoprire ragioni di fiducia nel futuro. Alcune delle più radicali e isteriche forme di protesta contro il cosiddetto "effetto serra" sono altrettanti sintomi di una vacuità "pagana", della paura che gli occidentali provano quando si confrontano con le immense e in ultima analisi incontrollabili forze della natura. [...] Nel passato i pagani sacrificavano animali e anche esseri umani nel vano tentativo di placare dèi capricciosi e crudeli: i pagani attuali chiedono invece la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio".
Per qualche tempo, negli ambienti "occidentalisti" è andato insistentemente di moda il negare l'esistenza dell'effetto serra, nel quale è dubbio che siano le "incontrollabili forze della natura" ad avere il ruolo di protagoniste; farsi beccare da monsignor Pell ad avanzare la proposta di una riduzione delle emissioni nocive significa farsi paragonare nientemeno che ad un sacerdote precolombiano intento a squartar vive le vittime sacrificali. Più o meno la stessa logica secondo la quale chi non obbedisce al perentorio invito di firmare le petizioni di una comunità di recupero per tossicodipendenti va ritenuto un fan della morte per overdose.      

 

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