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La segregazione razziale e lo schiavismo islamico PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Aprile 2008 14:59
Sotto questo titolo il nostro sito-bersaglio riporta un documentato scritto di Alberto Rosselli preso praticamente per intero da storiain.net. L'intento dell'autore, ampiamente enfatizzato da chi sta con Oriana, è quello di cercare nell'appartenenza all'Islam le cause della guerra civile ed etnica che martoria da decenni il Sudan.
Riportiamo per intero il testo, tranne la bibliografia finale, con in corsivo il nostro commento.

Come è noto, il Corano non soltanto ammette l’esistenza della schiavitù come un fatto permanente di vita, ma addirittura detta le regole per la sua stessa pratica. D’altra parte, l’antica legge islamica riconosce di fatto l’ineguaglianza fondamentale tra gli uomini appartenenti a diverse religioni e, di conseguenza, quella tra padrone e schiavo (Corano, 16:71; 30:28). In pratica, il Corano assicura da secoli ai suoi fedeli il diritto, teorico e sostanziale, di possedere servi (per essere più precisi: di “possedere i loro colli”) sia attraverso la libera contrattazione di mercato, sia come bottino di guerra (58:3). Non a caso, lo stesso Maometto ebbe dozzine di schiavi, sia maschi che femmine, che era solito utilizzare per certe mansioni o vendere. “L’acquisizione dei servi è regolata dalla legge…ed è possibile per il mussulmano uccidere un infedele o metterlo in catene, assicurandosi in questo caso anche la proprietà legale dei suoi discendenti nati in cattività” (trascrizione dall’opera prima del teologo Ibn Timiyya, Vol. 32, p. 89).
Al contrario, nessun mussulmano potrà mai detenere schiavi della sua stessa religione, “poiché quella islamica è la più nobile e superiore delle razze” (Ibn Timiyya, Vol. 31, p. 380).

Cominciamo con il verificare se i versetti citati possono davvero costituire una pezza d'appoggio per le affermazioni di Rosselli.
Ecco quanto il Libro riporta, in 16:70 e 16:71. E' sempre bene riportare più di un verso, per rendere evidente la contestualizzazione di ogni affermazione, tantopiù che è consuetudine "occidentalista" agire in modo esattamente opposto.


70. Allah vi ha creato, poi vi farà morire. Qualcuno di voi sarà condotto fino all'età decrepita, tale che nulla sappia dopo aver saputo.
Allah è sapiente, potente.
71. Allah ha favorito alcuni di voi al di sopra di altri nelle risorse materiali. Coloro che sono stati favoriti le divideranno forse con i loro servi sì da renderli [a loro] uguali? Negherebbero a tal punto la benevolenza di Allah?


Hamza Piccardo commenta il verso 70: "La scienza appartiene ad Allah, Egli ne concede una parte agli uomini, ma la loro conoscenza è caduca e, anche prima della morte, la senilità ci mette spesso in condizioni di totale oblio di quello che un tempo avevamo saputo. L'Inviato di Allah (pace e benedizione su di lui) pronunciava spesso questa invocazione: "O Allah, preservami dai tre mali più grandi, l'avarizia, la senilità e la vigliaccheria".
Per il verso 71, invece: "Non si tratta di sancire l'irreversibilità della condizione servile (tutta la legislazione islamica relativa alla schiavitù è finalizzata al suo superamento): la metafora che il versetto utilizza tende a trarre spunto dall'assoluta diversità materiale tra lo schiavo e il suo padrone per ribadire l'assoluta diversità tra Allah Unico e Altissimo e ciò che gli uomini associano a Lui nel culto. Secondo Tabari (XIV, 142) il versetto è rivolto agli idolatri meccani e dice loro: "Voi che rifiutate di considerare gli schiavi degli uomini come voi, non esitate invece a considerare i vostri dèi simili ad Allah".
Uscendo dal piano esegetico, potremmo aggiungere che a nostro avviso il versetto 71 potrebbe anche essere interpretato come un riconoscimento di quell'osannata disparità nella distribuzione delle risorse economiche che è alla base del (libero?) mercato, autentico Moloch dei nostri tempi. Insieme a quella disuguaglianza sociale eretta, in "Occidente", a vero e proprio dogma.
Lo stesso contesto si ritrova nella trentesima sura, Ar-Rum:


27. Egli è Colui che inizia la creazione e la reitera e ciò Gli è facile. A lui appartiene la similitudine più sublime nei cieli e sulla terra. E' Lui l'Eccelso, il Saggio!
28. Da voi stessi trae una similitudine: ci sono, tra gli schiavi che possedete, alcuni che fate vostri soci al pari in ciò che Allah vi ha concesso? Li temete forse quanto vi temete [a vicenda]? Così esplicitiamo i Nostri segni per coloro che ragionano.


Commenta Piccardo il verso 27. I nomi attraverso i quali Allah (gloria a Lui l'Altissimo) ci permette di conoscerLo prendono in molti casi spunto dalle migliori qualità e caratteristiche presenti nell'uomo e nel mondo elevandole all'altezza della Sua Maestà.
Commenta Piccardo il verso 28. Non c'è alcuna possibilità di confusione di ruoli tra il padrone e il servo che pur appartengono entrambi al genere umano e sono pertanto intrinsecamente simili. Come mai potrebbe esserci confusione tra Creatore (gloria a lui l'Altissimo) e le creature.
Nel passo 58:3 non si fa alcun riferimento a "bottini di guerra". La sura 58, "La disputante", riguarda i rapporti tra marito e moglie ed al terzo verso afferma:


3. Coloro che paragonano le loro mogli alla schiena delle loro madri e poi si pentono di quello che hanno detto, liberino uno schiavo prima di riprendere i rapporti coniugali. Siete esortati a far ciò. Allah è ben informato di quello che fate.

Scrive Piccardo che "Sii per me come la schiena di mia madre" era la formula che, pronunciata pubblicamente, esprimeva la volontà di divorzio irrevocabile. La liberazione di uno schiavo -o, come si fa cenno nei versi seguenti, i due mesi di digiuno o l'assicurare a sessanta poveri nutrimento per un giorno- è sanzione per chi recede da una decisione presa in modo avventato.
Le citazioni da Ibn Timiyya non fanno che avvalorare usi e costumi messi poche volte in discussione prima dell'illuminismo francese. Nonostante l'impegno della Chiesa contro la schiavitù, la gleba continuò almeno fino a metà del XIII secolo ad essere un tratto fondamentale della civiltà "occidentale". Comunque possa essersi sviluppata la questione sul piano giuridico, nei secoli a seguire le condizioni di fatto legate alla vita materiale contribuirono ovunque a mantenere la mobilità sociale a livelli residuali, almeno fino al XVIII secolo ed alle rivoluzioni industriali.


Nel corso dei secoli il presupposto di matrice cristiana e occidentale di libertà personale quale condizione naturale e inalienabile dell’essere umano non è mai entrato a fare parte del bagaglio culturale e religioso dell’Islam: dottrina religiosa impermeabile agli influssi pre-illuministici ed illuministici. Nel mondo mussulmano, infatti, il consenso divino alla pratica della schiavitù rappresenta una norma codificata e regolata al suo interno da una serie di specifiche “indicazioni” relative ai rapporti tra proprietario e servo e ai loro diritti e doveri. Anche se a ben vedere, per lo schiavo il diritto corrisponde a soli doveri, assolti i quali per costui è possibile fruire della “compassione” del padrone.. La disobbedienza di un servo nei confronti del proprietario può infatti comportare gravi sanzioni e la sospensione della suddetta “compassione”: Secondo l’Islam, “esistono due esseri umani le cui preghiere non saranno mai accettate, né i loro meriti riconosciuti nell’altra vita: lo schiavo che fugge e la donna che non fa felice il proprio marito” (Miskat al-Masabih Libro I, Hadith, 74). Va detto che in origine il Corano prescriveva un avvicinamento umanitario allo schiavismo, suggerendo perfino trattamenti di riguardo nei confronti degli infedeli di un paese conquistato. Questi potevano infatti vivere all’interno della comunità mussulmana come un individuo (dhimmis), almeno finché erano in grado di pagare particolari tasse chiamate kharaj e jizya. Ciononostante, con l’espandersi del dominio islamico (VIII secolo d.C.), i dettami del Corano in materia di schiavismo iniziarono ad essere interpretati in maniera sempre più restrittiva e severa, sia nei confronti delle popolazioni africane animiste, sia verso i cristiani, gli ortodossi, gli induisti e i buddisti.

Si noti il luogo comune "occidentalista" secondo il quale dar al'Islam è rimasto per millequattrocento anni identico a se stesso. Dall'Egira a Lepanto, dalla conquista di Damasco a quella di Budapest, nulla è cambiato. Chi invece aderisce ad una visione meno denigratoria e meno cristallizzata di quella realtà, capisce benissimo che l'unica citazione del paragrafo, dalla raccolta di ahadith Mishkat al-Masabih, non tratteggia affatto una realtà inferiore a quella di un "occidente" in cui le dispute religiose e le scomuniche reciproche hanno tenuto banco per secoli. La condizione dei dhimmi non era assolutamente quella di schiavi; quanto all'atteggiamento della cristianità nei confronti delle popolazioni non cristiane, e proprio nell'VIII secolo e successivi, esistono contesti che indicano una durezza ed una propensione alla repressione almeno pari a quella mostrata dal "dominio islamico". E' il caso delle spedizioni franche contro i sassoni, con il corollario di conversioni forzate e di stragi, o delle crociate baltiche dell'inizio del XIII secolo. D'altronde, nello stesso "occidente" il concetto di "libertà personale quale condizione naturale" fece non poca fatica ad affermarsi e rappresenta tutt'altro che un dato scontato.

Già a partire dalla seconda metà del VIII secolo d.C, i mercanti mussulmani avviarono nell’Africa sahariana e sub-equatoriale un intenso traffico di schiavi neri prelevandoli soprattutto dalle regioni corrispondenti agli attuali Mali, Senegal, Niger, Ciad meridionale, Nigeria, Camerun, Kenya e Tanzania. Strappati alle loro terre, milioni di individui vennero trasferiti con la forza verso i grandi mercati del Marocco, della Tunisia, dell’Egitto e della penisola araba per essere venduti o scambiati. Pratica che andò a vanti per secoli. Fino al XVII secolo, ogni anno il regno nubiano (Sudan) era obbligato ad inviare al governatore musulmano del Cairo a titolo di tributo un grosso quantitativo di schiavi neri. I nubiani e gli etiopi, con i loro fisici snelli e i loro nasi sottili, venivano solitamente preferiti ai più robusti e meno aggraziati bantu o mandingo dell’Africa centrale e occidentale, utilizzati per i lavori più duri e per le pratiche di guerra.

Henri Pirenne identificava già negli anni '20 del secolo scorso la fine del mondo antico con la "rottura dell'unità mediterranea" provocata dalla conquista araba delle sponde meridionali del Mediterraneo. Tra gli altri effetti, questa avanzata ebbe quello di chiudere le coste del nord Africa ad una ipotetica colonizzazione e penetrazione commerciale europea. Sapere quale sarebbe stato il comportamento di mercanti "occidentali" nei confronti delle popolazioni dell'Africa subsahariana appartiene quindi al mondo dell'ucronia. Quanto avvenne quando essa penetrazione cominciò a realizzarsi, con le spedizioni portoghesi in particolare, non lascia ipotizzare gran che di positivo.

Contrariamente allo schiavismo cristiano-occidentale, che durò poco più di 300 anni (più o meno dalla metà del XVI a poco oltre la metà del XIX secolo) e che comportò la tratta di circa 12 milioni di individui africani trasferiti nelle Americhe, quello di matrice islamica andò avanti per ben 1.400 anni (dal VIII al XX secolo) diventando una dell’attività commerciali più remunerative gestite dai mercanti mussulmani, soprattutto quelli della penisola araba (Gedda fu uno dei mercati più importanti). Si calcola che nell’arco di 14 secoli i mercanti mussulmani abbiano messo in catene oltre 100 milioni di soggetti negroidi. Contrariamente a quanto accadde nel Nord America anglosassone dove, a partire dalla seconda metà del 1700, agli schiavi neri africani, impiegati soprattutto in agricoltura, era concesso mettere su famiglia, vivere in proprie case, coltivare piccoli appezzamenti e praticare un commercio minimo, nel mondo mussulmano non accadde mai nulla di simile. I servi erano, infatti, costretti a separarsi dalle famiglie, a vivere in recinti o in tuguri e ad essere sottoposti ad umiliazioni dolorose, come ad esempio l’infibulazione per le ragazze e la castrazione per i maschi. Sebbene la legge islamica richiedesse ai proprietari di trattare umanamente i propri schiavi e a fornirgli cibo e perfino cure, i mercanti e i padroni mussulmani si comportarono quasi sempre con estrema durezza. Secondo alcune consuetudini in vigore per secoli in Mauritania, in Sudan e nella penisola arabica, i servi non avevano diritto ad alcuna proprietà e potevano sposarsi soltanto con il permesso del loro proprietario, al quale spettava tra l’altro ogni diritto sulla prole. Per la cultura islamica lo schiavo rappresentava insomma una sorta di bene mobile e da riproduzione da trattare ed utilizzare nei modi più convenienti. E’ interessante ricordare che la conversione dello schiavo all’Islam spesso non sortiva di fatto alcun beneficio all’individuo. Nella massa, soltanto pochi servi neri convertiti, e dotati di particolari requisiti intellettivi o fisici, potevano ambire, dopo una lunga prigionia, ad un regime di semilibertà accettando di diventare soldati, eunuchi, governanti di casa e di harem o, nel caso delle donne, amanti o prostitute.
Il primo massiccio utilizzo di schiavi neri da parte di un regno mussulmano si verificò quando nel IX secolo il califfo di Baghdad ne acquistò diverse migliaia da mercanti africani da impiegare in agricoltura. Una violenta ribellione mise tuttavia fine a questo esperimento, inducendo gli arabi ad evitare il concentramento in un solo luogo di un numero troppo elevato di servi. Successivamente, i califfi iniziarono ad utilizzare i neri principalmente come domestici, o, nel caso di donne o fanciulli, per i propri piaceri sessuali.
Dopo il declino arabo, la pratica della schiavitù venne mutuata dai turchi che la esercitarono ampiamente nei Balcani, in Russia meridionale e in certe zone del Caucaso (soprattutto nell’Armenia cristiana). Le tribù tartare della Crimea, che godevano della protezione dall’impero ottomano, si specializzarono nella caccia agli schiavi cristiani che poi rivendevano sul mercato di Istanbul e di altre città anatoliche. Un’altra importante fonte di schiavi “bianchi” e cristiani fu la pirateria mediterranea, esercitata soprattutto dagli algerini che per secoli terrorizzarono le popolazioni costiere italiane.

Lo schiavismo cristiano-occidentale inteso come lo intende Rosselli durò "trecento anni" per le cause sostanziali cui abbiamo fatto cenno. Quando hanno potuto, gli "occidentali" si sono comportati esattamente allo stesso modo, rifornendo il proprio sistema economico di "mori" (guarda caso) e, nella Firenze del XIV e XV secolo, anche e soprattutto di "schiavoni" e di ragazze provenienti dall'Asia centrale e dalla Russia.
Troviamo ad esempio su smn.it:


8 marzo 1364 I priori della repubblica fiorentina in carica deliberano: "...D'ora in poi è lecito a chiunque, di qualsiasi provenienza e condizione, liberamente e impunemente condurre in città, contado e distretto di Firenze, schiavo o schiavi d'ambo i sessi che non appartengano alla confessione di fede cattolica. Entro il territorio della città, contado e distretto, è lecito possedere tenere vendere donare, e a qualsiasi titolo alienare e concedere detti schiavi a chiunque lo voglia. A chiunque è lecito comprare o ricevere detti schiavi a titolo qualsiasi, possedere tenere usare usufruirne in quanto servi a tutti gli effetti, e disporre di essi a propria volontà quali veri servi.
Inoltre i priori, insieme con i gonfalonieri delle arti e sentito parere di dodici savi, hanno facoltà di varare disposizioni e norme che riterranno opportune circa: modi da osservare dai padroni dei servi nei riguardi dei servi medesimi; garanzia dei padroni in caso di fuga, frodi, insubordinazione di detti servi, e contro i recettatori di siffatti fuggitivi; e circa ogni altra materia connessa o conseguente a quanto sopra disposto".

E' improbabile che le vie commerciali che portavano dal Khorezm alla steppa fino alle colonie genovesi sul Mar Nero e da lì alle città toscane avessero particolari riguardi per l'"unità familiare" dei soggetti catturati e destinati all'"Occidente". La pratica dell'infibulazione, come è stato più volte e da più parti ripetuto, è una pratica culturale diffusa nel continente africano, preesistente alla conquista araba e non menzionata nel Libro. La castrazione dei maschi è stata pratica consueta in Europa fino al XVIII secolo, a tal punto che Cosimo I dei Medici poteva consigliare di persona la castrazione come pena per un violentatore dodicenne. La letteratura abbonda a tutti i livelli ed in tutte le epoche di matrimoni contrastati; il diritto di contrarre liberamente matrimonio, per i liberi "occidentali" delle classi subalterne, esisteva sulla carta ed era il più delle volte subordinato alla pari appartenenza di classe. La mobilità sociale di cui godevano gli europei catturati dai corsari barbareschi era qualcosa di inimmaginabile rispetto alla sorte che attendeva le controparti catturate dalle marine cristiane: la storia attesta numerosi casi di boscaioli e di pastori sardi, siciliani o calabresi che divennero ammiragli, comandanti militari o personaggi di corte dall'altra parte del Mediterraneo. Il marinaio genovese Scipione Cicala fa eccezione solo per le origini, socialmente più elevate della media; entrato nei giannizzeri dopo esser stato catturato, arrivò a diventare gran visir. Fabrizio de André compose una canzone sulla vicenda.
Storie come questa fanno pensare che il percorso della prigionia in dar al'Islam fosse almeno in parte individualizzato -o che lo fosse comunque assai di più di quanto non fosse quello delle controparti- e che le competenze possedute dai singoli individui potessero rilevarsi determinanti.

Il traffico degli schiavi da parte dei mercanti mussulmani andò avanti per secoli e bisognò attendere il 1962 per vedere l’Arabia Saudita abolire ufficialmente questa pratica, seguita nel 1982 dalla Mauritania. Anche se va comunque detto che attualmente in Arabia Saudita lavorano ancora 250.000 schiavi de facto, cioè cristiani africani e cristiani filippini che in cambio di vitto, alloggio e bassa paga, vivono in una condizione di costrizione e mancanza di libertà pressoché totale. Ricordiamo anche che, sempre in Arabia Saudita, numerosi schiavi bambini importati dall’Africa vengono diffusamente impiegati – dato il loro trascurabile peso - come fantini negli ippodromi e, soprattutto, nelle gare di corsa dei dromedari e dei cammelli. Sempre ai giorni nostri, in Mauritania e in Sudan la schiavitù viene egualmente tollerata dai locali regimi islamici sostenitori, tra l’altro, di idee palesemente razziste, in senso antropologico, nei confronti dei neri. Nulla di strano in quanto – contrariamente a quanto si possa pensare – molti dotti islamici del passato, ma anche del presente, hanno sempre appoggiato con vigore tali teorie sostenendo che “un mussulmano non potrà mai costringere la sua bella e giovane serva ad unirsi ad un orrendo schiavo nero, se non in caso di estrema necessità” (Ibn Hazm, Vol. 6,Part 9, p. 469).

Cominciamo con lo specificare che Ibn Hazm non è un "dotto islamico del presente" perché ha scritto nel XI secolo dopo Cristo; sarebbe interessante sapere qual era il parere dei cristiani del tempo circa gli "schiavi neri". Il ricorso a questo genere di argomentazioni, ad un passo dallo stereotipo del negro violentatore, non depone gran che bene a favore di Rosselli. La condizione dei lavoratori stranieri in Arabia Saudita differisce di poco da quella dei lavoratori stranieri in "Occidente", che secondo una voce ormai dominante negli organi di stato sottoposti ad elezione nella penisola italiana sarebbe anzi fin troppo favorevole. E' interessante notare che l'abolizione della schiavitù ha coinciso in dar al'Islam con la crisi del colonialismo vero e proprio; soltanto un caso?

Nel 1982, la Anti-Slavery Society e nel 1990 la Africa Watch, hanno effettuato un’indagine che ha portato alla scoperta in Mauritania di una popolazione “fantasma” composta da almeno 100.000 schiavi e 300.000 semischiavi neri. Ma perché meravigliarsi, “in fondo anche il capo di stato Mokhtar Ould Daddah era solito tenere in casa sua e nel palazzo presidenziali una torma di schiavi neri” (John Mercer, Rapporto della Anty-Slavery Society del 1982). Sempre secondo la Anti-Slavery Society, in Mauritania sarebbero decine di migliaia i cosiddetti haratine (schiavi neri) reclutati con la forza, armati ed inviati a saccheggiare i villaggi del sud del paese. Nel 1983, anche il governo mussulmano sudanese ha emanato una serie di nuove, dure leggi discriminatorie nei confronti delle minoranze nere del sud del paese e nel 1992, le forze armate sono state autorizzate ad eliminare fisicamente tutti i soggetti neri “ribelli”. Questa spaventosa escalation ha costretto nel 1999 l’allora vice Segretario di Stato americano per gli Affari Africani, Susan Rice, ad investigare e a redigere un rapporto per l’ONU e per la presidenza degli Stati Uniti. Sembra tuttavia che, verso la fine del secondo mandato Clinton tale rapporto sia stato archiviato per esplicito ordine dell’allora presidente, poco incline a mettere il naso nelle faccende interne di un paese potenzialmente pericoloso come il Sudan.

Come sa chiunque sia in grado di aprire una guida turistica della Mauritania e di leggere le tre paginette di "introduzione storica", il contesto mauro è assolutamente specifico della realtà locale e le cause in tutto possono essere ricercate meno che nell'appartenenza della popolazione all'Islam. Cosa, tra l'altro, che metterebbe sullo stesso piano dominati e dominatori. Gli haratin non sono "schiavi neri" ma, al contrario, ex schiavi affrancati, nominalmente liberi di allontanarsi dal padrone con le stesse probabilità di successo di un contadino europeo dell'epoca preindustriale. E' chiaro, quindi, che anche il loro utilizzo come combattenti qualunque motivazione può avere meno che quella confessionale. Non si capisce quindi per quale motivo, e nel corso dello stesso paragrafo, si passi a trattare la questione sudanese, un paese dall'altra parte del continente, dalla storia diversissima ed unito alla Mauritania soltanto da una comunanza religiosa. Come abbiamo avuto modo di spiegare in varie occasioni, la religione non costituisce affatto un buon punto di partenza per rintracciare le motivazioni di guerre e genocidi, i cui fattori scatenanti vanno ricercati se mai nell'irrompere della modernità e dei nazionalismi in civiltà rimaste loro estranee. Il presidente Clinton fu talmente poco incline a "mettere il naso" nelle faccende sudanesi che nel 1998 fece bombardare con dei missili Cruise un impianto sudanese, convintissimo che producesse armi chimiche e batteriologiche. Lo stabilimento finì polverizzato ed il Sudan rimase senza una delle poche industrie farmaceutiche presenti nel continente.

“Con il preciso scopo di eliminare tutta la popolazione del sud – riferiva il rapporto Rice - il governo di Khartoum ha sottratto alla minoranza nera mezzi agricoli, sementi e bestiame, costringendola alla fame […] Oltre a ciò, nelle campagne speciali nuclei dell’esercito islamico hanno incominciato a rimodellare con la forza l’identità religiosa dei nubiani”. Ma non è tutto. “In questi ultimi cinque anni, le milizie di Khartoum hanno incarcerato e poi venduto come schiavi migliaia di neri in Arabia e in altri emirati della penisola. Secondo le stime di Amnesty International, nel 2002 le fanciulle nubiane tra i 15 e i 17 anni venivano vendute sul mercato internazionale degli schiavi ad un prezzo oscillante tra gli 80 e i 100 dollari. “Sembra che il prezzo di ogni singola ragazza dipenda soprattutto dal fatto che sia vergine o meno e dal colore degli occhi e della pelle”. Sorte non migliore tocca ai ragazzi sotto i quattordici anni che, dopo essere stati separati con la forza dai genitori o dai parenti, finiscono anch’essi in qualche bordello o vengono avviati alle scuole coraniche per essere convertiti all’Islam (da Facing Genocide: The Nuba of Sudan, pubblicato da African Rights il 21 luglio 1995).

I "rapporti" sulle lacrimevoli condizioni di questa o quella minoranza oppressa fioccano alla vigilia di ogni aggressione armata; ci provarono perfino i fascisti nel 1940, che aggredirono la Grecia dopo essersi fabbricati in tipografia il giustificativo dell'"urlo di dolore della popolazione ciamuriota". Abbiamo motivo di ritenere che anche il rapporto Rice andasse nella stessa direzione. Chiunque abbia un minimo di competenze storiche e geopolitiche conosce la labilità dei legami tra una milizia ed un governo, che si prestano a tante e tali ambiguità da rendere difficile ritenere l'uno colpevole di tutti i comportamenti dell'altra, specie in assenza di esplicite prove documentali. Si può comunque ritenere che la riduzione in schiavitù venga utilizzata in Sudan come arma di guerra e che dunque eventuali attribuzioni causali debbano riguardare la guerra civile in corso assai più dell'appartenenza religiosa dei colpevoli e delle vittime.
Da Wikipedia, fonte da non prendere mai come oro colato, apprendiamo che l'accuratezza fattuale e l'attendibilità delle voci e delle notizie in merito alla questione sono a tutt'oggi oggetto di disputa, e notiamo in particolare che la "quotazione" del singolo schiavo è stata riportata, con cifre più o meno variabili, da canali televisivi "occidentali" la cui affidabilità, imparzialità e completezza è semplicemente degna di scherno.


Proprio nel secondo semestre del 2004, l’amministrazione statunitense repubblicana e l’Onu hanno iniziato finalmente a muoversi per cercare di trovare una soluzione al dramma dei nubiani. Problema tutt’altro che facile da risolversi. Individuare i mezzi e gli strumenti adatti per costringere il governo islamico di Khartoum ad interrompere la sua politica di segregazione e sterminio non è infatti cosa semplice. L’unica soluzione plausibile sembrerebbe quella dell’embargo o delle sanzioni economiche nei confronti del regime sudanese: opzione a doppia lama in quanto potrebbe essere trasformata da Khartoum in un alibi perfetto per fare morire di fame i cristiani e gli animisti del sud. D’altro canto, un intervento dei caschi blu o di contingenti armati occidentali incaricati di proteggere i cristiani neri appare ancora meno plausibile, data l’attuale, esplosiva situazione internazionale e la preannunciata, netta opposizione da parte della quasi totalità degli stati arabi, alcuni dei quali in questi ultimi dieci anni hanno fornito proprio a Khartoum coperture e cospicui aiuti finanziari.

Dal 2004 ad oggi la situazione è semplicemente peggiorata. Il fallimento delle "esportazioni di democrazia" decretate da Washington è divenuto di pubblico dominio ed ha contribuito a rafforzare in dar al'Islam il prestigio e la credibilità dei nemici designati, dalla Siria alla Repubblica Islamica dell'Iran. Alle notizie provenienti dai fronti di guerra è stata semplicemente messa la sordina. Comprese quelle provenienti dal Sudan.


 

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