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Psicologie delle folle (di musulmani) PDF Stampa E-mail
Venerdì 27 Luglio 2007 19:54
Abbiamo ancora negli occhi le folle di musulmani invasati che un po’ in tutto il mondo islamico hanno bruciato le bandiere della Danimarca e di altre nazioni europee, si sono scagliati contro le sedi diplomatiche, (anche il consolato italiano di Bengasi) le hanno saccheggiate e date alle fiamme, hanno fatto apologie dei boicottaggi e tutto, secondo qualche ben stipendiato incosciente, "solo per qualche vignetta satirica".
Ma questo è solo uno degli infiniti episodi simili in cui si fanno attribuzioni causali tra disinvoltura e malafede: basta scorrere a ritroso nel tempo per trovarne a decine e tutti con il medesimo cliché, un misto di ignoranza, frustrazione, isteria e violenza. Succede ovviamente che qualcuno scomodi Gustave Le Bon, morto e sepolto da più di settant'anni, che nel 1895 scriveva nel suo “Psicologia delle folle” :

“Ciò che colpisce di una folla psicologica è che gli individui che la compongono, indipendentemente da tipo di vita, occupazione, temperamento, intelligenza, acquistano una sorta di anima collettiva. (…)
Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini si annullano e predominano i caratteri inconsci (…)
Diverse cause determinano la comparsa dei caratteri specifici delle folle. La prima è che l’individuo acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile.
Una seconda causa, il contagio mentale, determina nelle folle il manifestarsi di speciali caratteri e al tempo stesso il loro orientamento. Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla, e contagioso al punto che l’individuo sacrifica molto facilmente il proprio interesse personale all’interesse collettivo.
Una terza causa, di gran lunga più importante, determina negli individui in folla caratteri speciali, a volte opposti a quelli dell’individuo isolato. Intendo parlare della suggestionabilità, di cui il contagio è soltanto l’effetto. Osservazioni attente sembrano provare che, l’individuo immerso da qualche tempo nel mezzo di una folla attiva, cada in uno stato assai simile a quello dell’ipnotizzato nelle mani dell’ipnotizzatore. (…)
Per il solo fatto di appartenere a una folla, l’uomo scende dunque di parecchi gradini la scala della civiltà. Isolato, era forse un individuo colto; nella folla è un istintivo, un barbaro. Ha la spontaneità, la violenza, la ferocia ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. A costoro si avvicina per la facilità a lasciarsi impressionare dalle parole e dalle immagini (…)
I ragionamenti delle folle sono basati su associazioni. Associazioni di cose dissimili prive di rapporti apparenti e generalizzazioni immediate di casi particolari, tali sono le caratteristiche della logica collettiva. Gli oratori che sanno maneggiare le folle, ricorrono sempre ad associazioni di questo tipo. Sono le sole che possono avere effetto. Una catena di ragionamenti rigorosi sarebbe totalmente incomprensibile alle folle”.


Già, pare che nel mondo "occidentale" ci sia qualcuno che, facendo oltretutto torto marcio ai più di centodieci anni di scienze sociali che ci separano da Le Bon e che hanno permesso un'interpretazione ben più particolareggiata dei fatti sociali, crede di poter far intendere che una catena di ragionamenti rigorosi sia totalmente incomprensibile alle folle manovrate dai vari imam. O a'imma, se si preferisce la forma plurale del vocabolo. Chissà che putiferio succederebbe se, agendo alla stessa maniera, un terapeuta si occupasse dello shock post traumatico da stress di cui soffrono molti dei soldati americani mandati ad aggredire l'Iraq usando come base le teorie di Cesare Lombroso...
Davanti alle furibonde manifestazioni di piazza del febbraio 2006, sul fuoco delle quali alcuni tra i più irresponsabili ed impresentabili figuri della politica italiota gettarono ridancianamente benzina, lo pseudo buonsenso benpensante si perde in interrogativi profondissimi sulla asserita "incapacità di discriminare tra le eventuali responsabilità di un giornale rispetto a quelle, inesistenti, di un popolo, una nazione, una civiltà intera"; come se a tutt'oggi gli aggressori occidentali, che ad aggredire dar al-Islam ci vanno con i quadrimotori e con i carri armati, e non con le pietre e i bastoni, fossero maestri di discernimento in materia di competenze e di responsabilità, specie quando si baloccano con le "bombe intelligenti" che finiscono regolarmente sugli ospedali e nei mercati. Ovviamente, quello dei paladini dell'"Occidente" assediato non è certo un ragionamento logico; anzi, si potrebbe dire che in Occidente la logica scarseggi alquanto, specie in chi di esso "Occidente" tiene a proclamarsi campione.
Come sa bene chiunque si sia recato in Libia, in Siria, in Egitto, nello stesso Iran, dar al-Islam gronda letteralmente di antenne satellitari e di persone in grado di comprendere l'inglese e di tradurre al volo la vagonata di minacce, di calunnie, di piani di guerra e di aggressioni in diretta che i canali televisivi yankee rovesciano sull'opinione pubblica mondiale e che si traducono in realtà con una puntualità preoccupante. Questo fa ovviamente ritenere che le reazioni furibonde dell'opinione pubblica dei paesi mediorientali abbia ben altre e più legittime motivazioni che non qualche vignetta, con buona pace di chi accusa di "etnocentrismo" popolazioni esenti da critiche solo quando si fanno colonizzare, aggredire e bombardare. L'atteggiamento antioccidentale delle masse mediorientali non è certamente frutto di pregiudizi: è frutto di esperienze estremamente concrete che si verificano con quotidianità e che, ovviamente, polarizzano in questo senso l'opinione pubblica dei paesi aggrediti o di quelli che si percepiscono al centro del mirino. In considerazione delle scelleratezze quotidianamente perpetrate sulla pelle dei palestinesi e degli iracheni oggi, domani su quella di chissà chi altro, ci sarebbe di che essere contenti di essersela cavata con qualche bandiera bruciacchiata e qualche sede diplomatica da rimbiancare.
 

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