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L'Europa ad un bivio? Confutazione di Marcello Pera PDF Stampa E-mail
Sabato 28 Luglio 2007 11:15

Il 21 febbraio 2006 qualcuno spedì (o invitò) l'allora presidente del Senato Marcello Pera all'Università Americana di Roma, dove il lucchese si sbizzarrì in uno strampalato discorso su una "deriva geopolitica" che a suo dire separerebbe in modo crescente e pericoloso gli yankee e gli europei, questi ultimi secondo lui colpevoli di non aver appoggiato col necessario entusiasmo, e con l'ancor più auspicabile tributo di sangue, la foia giustiziera degli Stati Uniti, comportandosi dunque in modo realista e non occidental-messianico come padron Bush avrebbe preteso. Pera identifica il realismo ed il pragmatismo europei, peraltro continuamente assediati dagli americani di complemento come lui, con un inesistente "isolazionismo"; chiama "promozione della democrazia" aggressioni armate ed invasioni, liquida come "tiranni" quelle fedeli pedine d'"Occidente" utilizzate dall'un nemico per combattere l'altro finché hanno fatto comodo, e poi abbandonate al loro destino.
Secondo l'individuo che da presidente del Senato si è inginocchiato sulla tomba del latitante Bettino Craxi, la promozione della "libertà" rappresenterebbe il "il solo realistico percorso per conseguire una maggiore sicurezza internazionale, e quindi per assicurare la nostra stessa sicurezza". Peccato che essa promozione, effettuata tramite B52, stia producendo effetti diametralmente opposti a quelli preventivati, una cosa che era chiara a chiunque non avesse venduto penna e cervello agli americani prima e ancora che l'"esportazione della democrazia" diventasse il cavallo, anzi, il ronzino, dell'amministrazione statunitense. L'Iraq aggredito, a quasi cinque anni dall'aggressione, è un paese in cui è stato distrutto il poco che rimaneva da distruggere, privo di classe media, rigurgitante di profughi, con servizi sotto zero ed una guerra civile che fa duemila vittime al mese. Dal canto suo l'Afghanistan, in cui la guerriglia non ha dato minimamente sfogo alle immense possibilità di cui dispone, è in condizioni tali che il presidente Karzai viene definito, senza scherzare affatto, il "Sindaco di Kabul". Marcello tira poi in ballo Woodrow Wilson ed asserisce che "il deficit di libertà costituisce il terreno primario di coltura per la diffusione di ideologie virulente e minacciose". Ad onor del vero, tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi una realtà ben diversa, fatta di comunicati stampa, di discorsi come quelli di quest'individuo, di intenti programmatici, che dimostra come le "ideologie virulente e minacciose" si trovino benissimo a loro agio nei salotti, nelle televisioni e nelle case editrici del sedicente illuminato "Occidente", assai più che in una madrasa di Bosra o in un mercato di Mashad. Il fatto lamentato da Marcello Pera, che la superpotenza americana sia, purtroppo ancora da troppo poche persone, considerata "aggressiva e governata da inconfessabili interessi economici" non fa che ritrarre una realtà precisa e difficilmente contestabile da chi abbia un minimo di autostima.
Sicuramente contando sul plauso dell'addomesticatissimo auditorio, Marcello intenderebbe quadrare il cerchio facendo delle "carte, convenzioni, dichiarazioni sui diritti umani" il prodotto asettico di una salvifica filosofia universalistica di cui l'"Occidente" avrebbe il copyright, graziosamente concesso in licenza gratuita al resto del mondo, e sorvolando con disinvoltura sugli sfrenati bagni di sangue che di essi documenti hanno preceduto la creazione, specie nel corso del ventesimo secolo. Con la stessa logica con cui, dopo aver raso al suolo l'Europa con la guerra dei trent'anni, i nascenti stati nazionali arrivarono agli accordi di Westfalia, da questa caterva di lutti e di inutili stragi che l'hanno portata ad un passo dall'autoannientamento l'umanità ha ricominciato a produrre le Carte, le Convenzioni, le Dichiarazioni sui diritti umani, che appunto si dicono universali, come ad esempio quella delle Nazioni Unite. Nazioni Unite sulle quali, va ricordato, gli yankee non hanno esitato a sputare al minimo segno di dissenso verso una guerra d'aggressione immotivata prima e ancora che criminale. Oggi l'universalismo è entrato in crisi perché non rispondeva più alle esigenze dell'imperialismo americano ed è stato rimpiazzato dal uno dei possibili estremi opposti, l'americanismo, una dottrina secondo la quale nonostante le tradizioni, le culture, le civiltà, siano sistemi autonomi e chiusi, ciascuna con propri criteri di valore e con proprie procedure di validazione, quella rappresentata dagli yankee e dagli esecutori dei loro interessi ha finanche il dovere storico e civile di sottomettere con le armi tutte le altre, dopo aver etichettato a proprio uso, consumo e vantaggio i "buoni" ed i "cattivi". Per far questo occorre inculcare con ogni mezzo un inesistente credo, una manipolata fede, un gabellato legame spirituale, che giustifichino tutti quei nobili valori - la libertà coi carri armati, la democrazia esportata con le bombe, la tolleranza per i comportamenti dei compagni di strada più impresentabili, il rispetto per chi comanda, la fratellanza di interessi economici, eccetera - che noi ci facciamo un punto d'impegno di rifiutare in blocco e che non abbiamo la minima intenzione di proporre come esempio ad altri, visto che siamo tanto fortunati da non crederci. Chi avesse costruito in questo modo una propria identità farebbe meglio a metterla -e a mettersi- ampiamente in discussione.
Altra gravissima colpa dell'"Occidente", secondo il Pera (un cognome sul quale è fin troppo facile ironizzare) il "multiculturalismo", a sua detta produttore di ghetti e di "scuole in cui si educano i ragazzi ad una cultura diversa e spesso ostile a quella del paese ospitante". Chi scrive i "ghetti" li ha visti e, fatte salve le risate sprezzanti che è giusto fare sul viso a chi crede alla panacea universale della "legge" e del correlato "ordine", vi ha se mai notato proprio l'assoluta assenza di strutture educative di un qualche prestigio o di un qualche séguito. Il nulla assoluto, che è cosa ben diversa e peggiore rispetto all'ostilità.
Quella che il Pera indica come "bizzarra sindrome di colpevolezza" non è certo un costrutto vittimistico o campato in aria, ma il semplice dato di fatto che identifica nella incredibile capacità statunitense di comprarsi nemici a dozzine uno dei principali problemi della geopolitica contemporanea.
Altro e ancor più infastidito discorso va fatto sulla lamentata "deriva laicista", argomento sul quale Pera Marcello e l'ex flak ed attuale Panzerpapst Joseph Ratzinger vanno parecchio d'accordo, anche se sempre meno gente li sta a sentire: un individuo che per trent'anni ha allignato nel mondo accademico peninsulare e non solo, e che dal 1996 siede comodissimo sur uno scranno senatoriale, fa pensare di essersi trovato benissimo in quel clima di "deriva laicista" che adesso dice di temere tanto. Va anche detto che i pochi studenti passati per le sue cattedre e che abbiamo avuto modo di incontrare non serbano alcun ricordo del Pera professore, né nel bene né nel male...
Ricorre spesso, nel "Senza radici" che Pera e Ratzinger hanno scritto a quattro mani, la divertente similitudine tra l'Europa contemporanea e quella del 1938, di cui si ricorda e si stigmatizza il lassismo a fronte della montante potenza nazionalsocialista. Un paragone, questo, che a Marcello deve essere particolarmente caro dal momento che lo ripeté anche dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi. Hamas ha accettato il dogma delle "libere elezioni", ha formato e presentato le proprie liste e si è trovato alla fine con settantaquattro rappresentanti nel parlamento palestinese. Indignati per la corruzione dell'ANP e pensando al più potente esercito mediorientale che gli entra in casa praticamente tutti i giorni, i palestinesi si sono espressi per una formazione politica che ha saputo venire incontro alle necessità di base della popolazione e rappresentarne le istanze, portate all'estremismo dalla mole prodigiosa di dilettantismi incoscienti messa a segno in mondovisione dagli "occidentali" negli ultimi sei anni. La formazione politica e combattente di Palestina giungeva con quel voto al difficile compito di mandare avanti una macchina statale moderna, e tutto quello che i fans dell'"occidentalismo" hanno saputo fare è stato adoperarsi per renderlo di fatto un compito impossibile, riuscendo così a far peggiorare cose che sembrava non potessero peggiorare ulteriormente.
Tra tutti, Marcello Pera si distinse affermando che "non si tratta con i terroristi, nemmeno se vanno al potere tramite elezioni con libero voto. L'Europa nel 1938 con Adolf Hitler commise lo stesso errore. Non ripetiamolo noi oggi". In un'affermazione del genere, malafede e pura e semplice incoscienza fanno letteralmente a gara; per trattare con i "terroristi" oggi c'è praticamente la fila, in Palestina come nell'Iraq aggredito, come possono testimoniare i tanti episodi ridotti a trafiletto sui quotidiani ed ai margini dei telegiornali, in tutte le sfumature di "non detto" di cui i mass media sono capaci. Così come c'era la fila, ieri, per trattare con Adolf Hitler, che in quel fatidico 1938 aveva da anni sistemato la questione "terrorismo" facendo fuori le Sturm-Abteilungen di Ernst Roehm e con esse qualunque istanza "rivoluzionaria" che potesse mettersi di traverso tra lui e la conquista del potere. Ed intratteneva rapporti commerciali ampiamente soddisfacenti con tutti, amici e nemici di domani compresi.

 

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