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Turchia in Europa? E perché no? Confutazione di Alexandre del Valle PDF Stampa E-mail
Sabato 28 Luglio 2007 17:03

Alexandre del Valle viene presentato ai non addetti ai lavori come esperrto di islamistica e collaboratore di importanti quotidiani francesi. E'intervenuto ad un convegno internazionale intitolato "La Turchia e l'Unione Europea" organizzato presso l' Università di Roma "La Sapienza" il 26 novembre del 2004. La sezione italiana del suo sito web è, al momento in cui scriviamo, rimasta indietro di circa sette mesi ed è costituita praticamente per intero da estratti di "Libero" e di altri autorevoli e prestigiosi organi di "informazione", il che fa francamente dubitare della imparzialità di AdV, sulle cui competenze non siamo adesso in grado di esprimere giudizi, anche se ovviamente premesse del genere lasciano presagire poco di lusinghiero.

La Turchia contemporanea ha il proprio mito fondante in un rabbioso processo di laicizzazione dello stato operato a partire dal 1923 e portato avanti con estrema energia e determinazione da Mustafa Kemal prima e da Ismet Inonu poi; a livello legale la parità tra i sessi ed il suffragio universale furono introdotti assai prima che altrove (in Europa, gli ultimi bastioni del maschilismo elettorale caddero solo negli anni '70) e lo spostamento della capitale da Istanbul alla città anatolica di Ankara servì a segnare un'ulteriore rottura col precedente assetto politico, e non tanto a contrassegnare una "asiatizzazione" del paese che veniva anzi smentita dall'impianto giuridico del nuovo corpo di leggi, mutuate dai codici europei contemporanei. La presenza turca in Europa ha lasciato tracce tangibili a tutt'oggi, oltre che nella religione, nella cultura materiale, nella lingua e nelle tradizioni di un'area che va dal Peloponneso a Budapest, ma si possono trovare paesi dal nome di Caracòi ("Villaggio nero") anche nel bellunese.
Dopo esser stato confinato per secoli tra le glorie di famiglia dei reazionari più impresentabili, è tornato recentemente di gran moda il mito dello scontro frontale di Lepanto, che avrebbe visto la cristianità unita (o quasi, visto che Massimiliano II non c'era stato e aveva continuato a pagar tributo all'impero ottomano) fare a brandelli l'avida potenza infedele. Ovviamente le cose non andarono come piace pensare all'agiografia "occidentalista"; il crollo della invincibilità turca portò ad un nulla di fatto. In capo ad un anno la flotta della mezzaluna era di nuovo in piedi e la Santa Lega si era liquefatta senza praticamente sfruttare la vittoria. Lepanto costituì una vistosa eccezione in rapporti che di gran lunga preferivano gli scambi e la negoziazione ad uno scontro frontale tanto raro quanto oggi sfruttato politicamente per alimentare l'industria della paura. In particolare, nulla fa pensare che nelle città europee dove passavano i traffici commerciali dell'epoca e dove la vita culturale più ferveva, come Venezia, l'alterità turca venisse ingigantita al punto da essere considerata "estranea" come vorrebbero i del Valle dei giorni nostri.
Lungi dall'essere una presenza meramente "coloniale" od "ostile", quella turca fu dal XV secolo almeno una presenza considerata in modo paritario, con la quale tutte le corti allacciarono rapporti, non ultima quella del pontefice romano. Occorre sfatare anche un altro mito, ricordando che il celebre assedio viennese del 1683 avvenne durante una campagna inizialmente diretta contro la Polonia e fu caldeggiato con insistenza da nobili ungheresi filoturchi, confermando ancora una volta la risibilità di quella propensione al male metafisico che pare sia diventato obbligatorio ascrivere agli "islamici" in generale.
L'integrazione economica della Turchia coi paesi dell'Unione Europea è arrivata a livelli notevoli, lo stato turco è assai più laico di quanto quello italiano possa permettersi, in virtù dell'ingombrantissimo ospite dei palazzi vaticani, l'Anatolia sta cominciando a conoscere anche un benessere diffuso e riscontrabile. L'esistenza di "confraternite" più o meno estremiste è un dato di fatto, ed è dovuta proprio all'espulsione dell'elemento religioso propriamente detto dalle stanze della politica. Si fa una colpa, al mondo accademico e politico turco, di aver espresso un nazionalismo intransigente sfociato in massacri difficilmente negabili ed in lunghi periodi di sistematico disprezzo dei diritti umani; prima di sbilanciarsi su questa strada, però, gli Alexandre del Valle dovrebbero ricordare che la tanto "occidentale" Francia ha una storia di massacri che ha poco da invidiare a quella della Turchia contemporanea, e che passa dalla Notte di San Bartolomeo e dal Terrore per arrivare alle complicità di Vichy con la repressione nazionalsocialista. La rivoluzione francese e le sue ghigliottine sono diventate immediatamente merce d'esportazione, oltre che mito fondante. Nelle scuole della République comparivano interessanti divieti, come il famoso "Il est defendu de cracher par terre eta de parler breton". Non è male tenere presenti le proprie radici, quando si va a sindacare su quelle altrui, e non è certo marginalizzando settanta milioni di persone che si otterranno il riconoscimento delle occupazioni e dei genocidi del passato, figuriamoci di quelli contemporanei.
Il partito di Erdogan, l'AKP, è uscito molto rafforzato dalle elezioni del 2007; è europeista ed ha un programma di governo che indica la legge sacra come orizzonte di ispirazione per una legislazione capace di modernità pur senza rinnegare le proprie radici. Del valle deplora e stigmatizza l'indicazione della fede religiosa sui documenti di identità turchi: un problema che riguarda lo 0,2% della popolazione (che professa un credo non riconducibile all'Islam) laddove in Europa si consumano ogni giorno ingiustizie ben più gravi a carico di percentuali ben più alte che nessuno si cura di denunciare con la stessa insistenza. Né si può vedere come considerare una colpa il negato appoggio turco all'aggressione statunitense all'Iraq. Specie in considerazione degli spettacolosi risultati conseguiti. Che i turchi siano in grado di fare la pioggia ed il bel tempo nel Kurdistan iracheno, poi, è un dato di fatto incontestabile; perché mai una potenza militare regionale, che è tale per interessamento americano, dovrebbe derogare dal proprio ruolo, e per compiacere chi?
L'integrazione europea ha fatto letteralmente miracoli in tutti i paesi che vi sono stati ammessi, rendendo praticamente impossibili le guerre tra paesi comunitari e riuscendo a comporre situazioni apparentemente ingarbugliate, come quella dell'Ulster; perché, alla lunga, non dovrebbe essere lo stesso anche per l'Anatolia? Nella bozza di costituzione europea, tra l'altro più volte bocciata e rifiutata, non si fa alcun cenno a limitazioni all'adesione che favoriscano i "popoli di cultura giudaico-cristiana marcati dal pensiero greco-latino", per quanto la cosa possa dispiacere a chi ha interesse a identificare un nemico in chi non appartiene al bel numero; i limiti d'Europa sono, allo stato attuale delle cose, assai più geografici da una parte e legati a questioni inerenti gli ordinamenti giuridici dall'altra. E da questi punti di vista la Turchia ha in regola un numero piuttosto alto di carte.
Del Valle lamenta l'immediata trasformazione in lettera morta delle misure favorevoli ai curdi di Turchia; l'Unione Europea si è effettivamente mostrata tanto premurosa nei confronti della loro sorte da scatenare contro gli appartenenti alle formazioni politiche curde i propri apparati giudiziari che, stante il clima di sospetto e di paura incrementato un giorno sì e l'altro pure, e fortemente voluto dal padrone quello vero (gli USA) hanno emesso le solite ed applaudite "sentenze esemplari". Ma siamo sinceri, cosa importerà mai, in fondo si tratta di "islamici", no?
Anche il blocco turco-azero che sta danneggiando fortemente l'Armenia non potrebbe sussistere senza la ferma volontà di Washington, decisa a non perdere punti nell'area. Anche di questa faccenda del Valle potrebbe andare a chiedere spiegazioni di là dall'oceano...
Le conseguenze dell'integrazione turca, tanto paventate da AdV, non dovrebbero intimorire nessuno: dal punto di vista della popolazione e del numero dei deputati la Turchia potrà anche essere lo stato preponderante, questo non fa che sancire un cambiamento geopolitico in atto da tempo ed uno spostarsi verso est del baricentro geopolitico europeo in realtà avvenuto da anni. Con l'ingresso della Turchia l'Unione Europea raggiungerà in parte i propri confini geografici e non c'è motivo di ritenere candidati all'ingresso i paesi del'Asia Centrale o quelli del Maghreb; il Maghreb in particolare non ha alcunché a che vedere con la situazione turca ed è ovvio che AdV lo cita a mero intento propagandistico. C'è peraltro da dire che un'eventuale ingresso nella UE dei paesi del nord Africa contribuirebbe invece a ricomporre quella "rottura dell'unità mediterranea" in cui Henri Pirenne vedeva l'inizio del Medio Evo, e questo sarebbe un traguardo degnissimo da perseguire. Molto più concretamente, la comunità linguistica che lega la Turchia ai paesi centroasiatici potrebbe facilitare la penetrazione commerciale dell'Unione, allargandone di fatto lo spazio economico fino alle frontiere con la Cina.
Il lungo e discutibile intervento di Alexandre del Valle si chiude con l'invocazione di un referendum popolare sull'ammissione della Turchia (esistono le basi giuridiche per una consultazione del genere?) e con l' asserzione secondo la quale "l’occidente impedì allo Shah di reprimere la rivoluzione islamico-komeinista".
Si tratta di un'affermazione tanto ridicola da far seriamente dubitare della preparazione di quest'uomo anche nei campi di sua asserita competenza. Il sospetto è quello di trovarsi al cospetto, più che di un "esperto di islamistica", di un "esperto denigratore".
Non occorrono competenze troppo estese per ricordarsi che l'"Occidente" aveva fornito lo Shah di tutto il necessario per una repressione efficace, ivi compresi armamenti modernissimi. Il traballante Reza Pahlevi non mancò certo di utilizzarli, come attestano (tra i tanti che sarebbe possibile citare) gli eventi del 9 settembre 1978. Quel giorno, dopo nove mesi di continue proteste popolari, una folla che si era riunita nella Maydan-I Zhala di Teheran, che fu poi ribattezzata Maydan-I Shuhada' (Piazza dei Martiri) venne attaccata dall'esercito che aveva bloccato tutte le vie in uscita. Solo nella piazza rimasero a terra duemila persone e pare che altrettante siano state le vittime per le vie di Teheran, percorse da elicotteri che sparavano d'infilata volando bassi. Altro che mancata repressione. Quello fu il punto di non ritorno: era troppo perfino per i militari, cominciarono a rifiutarsi di sparare sui civili.
Il primo febbraio 1979 Ruhullah Musavi Khomeini riceveva a Teheran un'accoglienza trionfale.

 

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