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Islam e Cristianesimo: due religioni a confronto PDF Stampa E-mail
Domenica 05 Agosto 2007 14:50
A scopo di mera speculazione potremmo anche voler fare qualche breve considerazione su Cristianesimo e l’Islam in un’ottica puramente profana. Una ricerca che parta in tromba da ciò che le differenzia, soprattutto se editore o committente ci impongono sfumature denigratorie nei confronti del secondo, rischia però di farci approdare ad un fastello di distorsioni assolutamente plateali, ad equilibrismi perfettamente fuori luogo ed infine ad idiozie di prima grandezza. Per impostare il discorso in modo un po' più serio, dovremmo anche limitare un po' il campo del confronto, essendo il cristianesimo e l'Islam letteralmente due universi percorsi da correnti, confessioni, sette, ai quali non sono ignoti, anche se più rari, i casi di sincretismo.
In secondo luogo una ricerca delle differenze ci impone da subito di decidere la prospettiva da adottare e seguirne il metodo senza indulgere a confusioni: storica? Telogica? Esegetica? Ci sono diverse possibilità per chi sia seriamente interessato alla materia e non sia a caccia di elementi che servano all'edificazione di un nemico metafisico utilizzabile per portare voti a Forza Italia.
Una ricerca che invece parta dalla definizione dei punti comuni risulta invece più agevole e meno irta di fraintendimenti manipolabili a fini allarmistici.
Cristianesimo ed Islam sono monoteismi, uniti in primo luogo dalla fede in un dio unico e personalizzato, che ha parlato agli uomini tramite i profeti finendo in questo per storicizzarsi. A questa comunanza di fede si uniscono la credenza condivisa nel peccato originale, nell'esistenza del maligno, nella resurrezione dei morti e nel giudizio finale. Molte forme di espressione dell'esperienza religiosa seguono anch'esse delle strade parallele: preghiera, elemosina, digiuno, pellegrinaggio hanno tratti solitamente paragonabili.
In considerazione del fatto che confronti del genere -la cui legittimità ed utilità resta peraltro dubbia, specie se li si conduce con l'obiettivo neanche tanto celato di identificare pretese "superiorità"- sono diventati tanto frequenti quanto caratterizzati da un'incompetenza e da una malafede pressoché assolute, è meglio lasciare il campo alla risposta che leader religiosi competenti hanno rivolto a Benedetto XVI dopo quel "discorso di Ratisbona" -in realtà una lectio magistralis- tenuto nel settembre del 2006, nel quale Ratzinger citò, in modo a detta di molti piuttosto infelice, una considerazione di Michele Paleologo poco rispettosa nei confronti dell'Inviato. Siamo sicuri che la diffusione di un solo documento, legato e giustificato da un contesto preciso, renda in questo caso miglior servizio di molte e sparse citazioni. Tra l'altro, esso fa senza difficoltà giustizia dei luoghi comuni sulla "guerra santa" e sulla "conversione forzata" tornati di moda grazie ai tanti cialtroni che si spacciano per esperti in teologia prima e ancora che in lingua araba.


Quanti errori, sua santità
La risposta dei leader religiosi musulmani al discorso di Ratisbona

http://www.adistaonline.it/

da Agenzia ADISTA n 76 del 28-10-2006 *

DOC-1785. AMMAN-ADISTA. Apprezzamento, sì, per la lotta di Benedetto XVI contro materialismo e positivismo, ma soprattutto dissenso e critiche, seppure espressi in uno spirito di "buona volontà" e di collaborazione, nei confronti delle tante semplificazioni - quando non proprio errori - operate dal papa nel contestatissimo discorso di Ratisbona sul rapporto tra ragione e fede (v. Adista n./06). È questo il contenuto di una lettera aperta al papa firmata da 38 tra i massimi esponenti dell’islam mondiale, fatta pervenire a Ratzinger tramite la nunziatura di Amman, in Giordania, e poi pubblicata integralmente dalla rivista Islamica Magazine (www.islamicamagazine.com). Una mossa assolutamente inedita, questa, nella storia dei rapporti tra le religioni, frutto di un’iniziativa condivisa dalle otto scuole di pensiero e di giurisprudenza islamiche. Tra i firmatari vi sono il gran muftì d’Egitto, l’ex vicepresidente della Mauritania, oltre ai gran muftì di Russia, Bosnia, Croazia, Kosovo, Slovenia, Istanbul, Uzbekistan e Oman, all’ayatollah Muhammad Ali Tashkiri dell’Iran e a svariati studiosi (anche dell’Occidente) tra cui una donna.
Con parole pacate ma ferme, i firmatari della lunga lettera si soffermano sui punti che sono stati dal papa semplificati o travisati, come la data a cui risalirebbe la sura 2,256 del Corano ("Nessuna costrizione nelle cose di fede"); il concetto di assoluta trascendenza di Dio, che farebbe di Allah un Dio "capriccioso" estraneo alle categorie umane; il rapporto tra fede e ragione; il significato reale del termine jihad; la conversione forzata, che, al contrario, è considerata dall’islam un’iniziativa umana sgradita a Dio; il "nuovo" "cattivo e disumano" portato da Maometto, secondo l’imperatore bizantino menzionato dal papa, quando Maometto affermava invece di non portare nulla di nuovo; la citazione di "esperti" che gli studiosi islamici non riconoscono come tali.
La lettera aperta deve aver creato qualche imbarazzo in Vaticano, visto che L’Osservatore Romano non ha dedicato una riga al documento e il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire, il 15 ottobre scorso, ha pubblicato un articolo che mette soltanto in luce le parole di apprezzamento espresse dai firmatari nei confronti del papa omettendo completamente la ben più consistente ed articolata parte critica. Di seguito il testo integrale della lettera, in una nostra traduzione dall’inglese. (ludovica eugenio)


LETTERA APERTA A SUA SANTITÀ PAPA BENEDETTO XVI

Nel nome di Dio il compassionevole, il misericordioso, dialogate con belle maniere con la gente della Scrittura... (Il Sacro Corano, al-Ankabut, 29,46)

Sua Santità,
riguardo alla sua conferenza all’Università di Ratisbona in Germania il 12 settembre 2006, riteniamo opportuno, in uno spirito di aperto scambio, fare alcune considerazioni sul Suo utilizzo di un dibattito tra l’imperatore Manuele II Paleologo e un "dotto persiano" come punto di partenza per un discorso sul rapporto tra ragione e fede. Mentre plaudiamo ai Suoi sforzi di contrastare il dominio del positivismo e del materialismo nella vita umana, dobbiamo rilevare alcuni errori nel modo in cui Lei ha citato l’islam come contrappunto all’uso corretto della ragione, così come nelle affermazioni a supporto dei Suoi argomenti.

Nessuna costrizione nelle cose di fede

Lei ha affermato che, "secondo gli esperti", il versetto che inizia con "nessuna costrizione nelle cose di fede" (al-Baqarah 2, 256) risale al primo periodo, quando il Profeta "era ancora senza potere e minacciato", ma questo è sbagliato. Infatti questo versetto notoriamente appartiene al pe-riodo della rivelazione coranica corrispondente all’ascesa politica e militare della giovane comunità musulmana. Nessuna costrizione nelle cose di fede non era un comando ai musulmani affinché rimanessero saldi di fronte al desiderio dei loro oppressori di obbligarli a rinunciare alla loro fede, ma era un invito ai musulmani stessi, una volta raggiunto il potere, a non forzare il cuore di alcuno affinché credesse. Nessuna costrizione nelle cose di fede si rivolge a coloro che si trovano in una posizione di potere, non di debolezza.
I primi commenti al Corano (come quello di Al-Tabari) spiegano che alcuni musulmani di Medina volevano obbligare i figli a convertirsi dal giudaismo o dal cristianesimo all’islam, e questo versetto era proprio diretto a loro, affinché non cercassero di forzare i loro figli a convertirsi al-l’islam. Inoltre, i musulmani sono guidati anche da versetti come: "La verità proviene dal vostro Signore: creda chi vuole e chi vuole neghi" (al-Kahf 18,29); e "O miscredenti! Io non adoro quel che voi adorate e voi non siete adoratori di quel che io adoro. Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato e voi non siete adoratori di quel che io adoro: a voi la vostra religione, a me la mia" (al-Kafirum 109, 1-6).

La trascendenza di Dio
Lei afferma anche che "per la dottrina musulmana, Dio è assolutamente trascendente", una semplificazione che può essere fuoviante. Il Corano afferma "Niente è simile a Lui" (al-Shura 42,11) ma afferma anche "Egli è la luce dei cieli e della terra" (al-Nur 24,35) e "Siamo più vicini a lui della sua vena giugulare" (Qaf 50,16) e "Egli è il Primo, l’Ultimo, il Palese e l’Occulto" (al-Hadid 57,3) e "Egli è con voi ovunque voi siate" (al-Hadid 57,4) e "Ovunque vi volgiate, ivi è il Volto di Allah" (al-Baqarah, 2, 115). Inoltre, ricordiamo il detto del profeta, che afferma che Dio dice "E quando Io lo amerò (il credente), Io sarò le orecchie attraverso cui ascolterà, gli occhi attraverso cui vedrà, le mani attraverso cui afferrerà, e i piedi attraverso cui camminerà". (Sahih al-Bukhari, n. 6502, Kitab al-Riqaq).
Nella tradizione spirituale, teologica e filosofica islamica, il pensatore da Lei citato, Ibn Hazm (morto nel 1069) è una figura di valore ma molto marginale, appartenente alla scuola di giurisprudenza Zahiri che oggi non è seguita da nessuno nel mondo islamico. Se si guarda alle formulazioni classiche della dottrina della trascendenza, molto più importanti per i musulmani sono figure come al-Ghazali (morto nel 1111) e molti altri, molto più influenti e rappresentativi della fede islamica di quanto lo sia Ibn Hazm.
Lei afferma che, poiché l’imperatore è "cresciuto nella filosofia greca", l’idea che "Dio non si compiace del sangue" è "evidente" per lui, per il quale l’insegnamento musulmano sulla trascendenza di Dio viene avanzato come contro-esempio. Affermare che per i musulmani "La volontà di Dio non è legata a nessuna delle nostre categorie" costituisce allo stesso modo una semplificazione che può portare ad un fraintendimento. Dio ha molti nomi nell’islam, tra cui il Misericordioso, il Giusto, Colui che vede, Colui che ascolta, il Sapiente, Colui che ama e l’Amabile.
La loro convinzione profonda nell’unicità di Dio e nel fatto che "Niente è simile a Lui" (al-Ikhlas 112,4) non ha portato i musulmani a negare l’attribuzione da parte di Dio di queste categorie a se stesso e ad (alcune delle) sue creature (lasciamo da parte per ora la questione delle "categorie", termine che richiede un approfondimento in questo contesto). Dal momento che questo riguarda la Sua Volontà, concludere che i musulmani credono in un Dio capriccioso che potrebbe o non potrebbe ordinarci di compiere il male significa dimenticare che Dio nel Corano dice che "in verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza, ciò che è riprovevole e la ribellione.
Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate" (al-Nahl, 16,90). Allo stesso modo, significa dimenticare che Dio nel Corano afferma "Egli si è imposto la misericordia" (al- An’am, 6,12; cfr. anche 6,54) e anche "la Mia misericordia abbraccia ogni cosa" (al-A’raf, 7,156). La parola utilizzata per "misericordia", rahmah, può essere tradotta anche come amore, gentilezza e compassione. Da rahmah deriva la formula sacra che i musulmani ripetono ogni giorno, "Nel nome di Dio, il misericordioso, il compassionevole". Non è evidente che il versare sangue innocente va contro la misericordia e la compassione?

L’uso della ragione

La tradizione islamica è ricca nella sua esplorazione della natura dell’intelligenza umana e della sua relazione con la Natura di Dio e la sua volontà, e comprende la questione di cosa sia evidente e cosa no.
Tuttavia, la dicotomia tra "ragione" da una parte e "fede" dall’altra non esiste esattamente nella stessa forma nel pensiero islamico. I musulmani hanno affrontato piuttosto il potere e i limiti dell’intelli-genza umana a modo loro, riconoscendo una gerarchia di conoscenza della quale la ragione è parte determinante.
Vi sono due estremi che la tradizione intellettuale islamica è riuscita in generale ad evitare: uno è quello di fare della capacità analitica l’arbitro ultimo della verità, e l’altro è di negare il potere della comprensione umana nell’affrontare le questioni ultime. Cosa ancora più importante, nelle loro forme maggioritarie e mature le riflessioni intellettuali dei musulmani nel corso della storia hanno conservato una consonanza tra le verità della rivelazione coranica e le esigenze dell’intelligenza umana, senza sacrificare le une alle altre.
Dio dice: "Mostreremo loro i Nostri segni nell’universo e nelle loro stesse persone, finché non sia loro chiaro che questa è la Verità" (Fussilat, 41,53). La ragione stessa è uno tra i molti segni in noi che Dio ci invita a contemplare, e con cui contemplare, come via per conoscere la verità.

Che cos’è la "Guerra Santa"?

Vorremmo rilevare che "guerra santa" è un termine che non esiste nelle lingue islamiche. Jihad, e questo va sottolineato, significa lotta, e in particolare lotta sulla strada verso Dio. Questa lotta può assumere varie forme, tra cui l’uso della forza. Anche se la jihad può essere sacra nel senso di essere finalizzata ad un ideale sacro, non è necessariamente una "guerra".
Inoltre, è da notare che Manuele II Paleologo afferma che la "violenza" va contro la natura di Dio, quando invece Cristo stesso ha usato la violenza contro i cambiavalute nel tempio, e ha detto "Non pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; io non sono venuto a portare la pace, ma la spada..." (Mt 10, 34-36). Quando Dio ha fatto annegare il faraone, andava contro la sua natura? Forse l’imperatore intendeva dire che crudeltà, brutalità e aggressione sono contro la volontà di Dio, nel qual caso la legge classica e tradizionale della Jihad nell’islam gli darebbe pienamente ragione.
Lei dice che "naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa". Tuttavia, come abbiamo rilevato sopra riguardo al "Nessuna costrizione nelle cose di fede", le suddette istruzioni non erano affatto più tarde. Inoltre, le affermazioni dell’imperatore sulla conversione violenta mostrano che egli non sapeva che cosa fossero e che cosa fossero sempre state quelle istruzioni.
Le norme autorevoli e tradizionali islamiche sulla guerra possono essere sintetizzate come segue:
1. I civili non possono essere bersagli consentiti o legittimi. Da allora questo principio è stato sottolineato esplicitamente più volte dal profeta, dai suoi compagni, e dalla tradizione erudita.
2. La fede religiosa da sola non può rendere nessuno oggetto di attacco. La comunità originaria musulmana combatteva contro i pagani che li avevano espulsi dalle loro case, li avevano perseguitati, torturati e uccisi. Perciò, le conquiste islamiche erano di natura politica.
3. I musulmani possono e devono vivere pacificamente con i loro vicini. "Se inclinano alla pace, inclina anche tu ad essa e riponi la tua fiducia in Allah" (al-Anfal, 8,61). Tuttavia, ciò non esclude la legittima difesa e la conservazione della sovranità.
I musulmani si impegnano ad osservare queste regole come si impegnano a non commettere furti e adulterio. Se una religione regolamenta la guerra e descrive le circostanze in cui essa è necessaria e giusta, questo non fa di essa una religione bellica, così come le norme che regolano la sessualità non rendono la religione lasciva. Se qualcuno ha trascurato una tradizione lunga e consolidata a favore di sogni utopici in cui il fine giustifica i mezzi, lo ha fatto di propria volontà e senza il sigillo di Dio, del Suo Profeta o della tradizione erudita.
Dio dice nel Sacro Corano: "Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione" (al-Ma’idah, 5,8). In questo contesto dobbiamo affermare che l’assassinio del 17 settembre di una innocente suora cattolica in Somalia, ed altri similari atti di violenza individuale arbitraria, "in reazione" alla Sua conferenza all’Università di Ratisbona, sono del tutto non-islamici e li condanniamo totalmente.

Conversione forzata
L’idea che i musulmani abbiano l’ordine di diffondere la loro fede "con la spada" o che l’islam in realtà sia stato diffuso ampiamente "con la spada" non è confermata da un esame attento. È vero però che l’islam, come entità politica, si è diffuso in parte in seguito alla conquista, ma la gran parte della sua espansione è venuta dalla predicazione e dall’attività missionaria. L’insegnamento islamico non prescriveva che le popolazioni conquistate fossero forzate o costrette alla conversione.
Molte delle prime zone conquistate dai musulmani, al contrario, sono rimaste per lo più non musulmane per secoli. Se i musulmani avessero voluto convertire tutti con la forza, nel mondo islamico non sarebbe rimasta in piedi una chiesa o una sinagoga. Il comando Nessuna costrizione nelle cose della fede ha oggi lo stesso significato di allora. Il semplice fatto che una persona non sia islamica non ha mai costituito un casus belli nella legge o nella fede islamica.
Come nel caso delle regole della guerra, la storia mostra come alcuni musulmani hanno violato i principi islamici riguardo alla conversione forzata e il modo di trattare le altre comunità religiose, ma la storia mostra anche che si tratta dell’eccezione che conferma la regola. Siamo assolutamente d’accordo sul fatto che obbligare gli altri a credere - se ciò fosse davvero possibile - non è gradito a Dio e che a Dio non è gradito il sangue. Invece, noi crediamo e i musulmani hanno sempre creduto, che "chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera" (al-Ma’idah, 5,32).

Qualcosa di nuovo?
Lei cita l’affermazione dell’imperatore secondo cui ciò che il Profeta ha portato "di nuovo" erano "cose cattive e disumane, come la sua presunta direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". Ciò che l’imperatore non riusciva a capire - a parte il fatto (come detto sopra) che un comando del genere non è mai esistito nell’islam - è che il Profeta non aveva mai detto di portare qualcosa di fondamentalmente nuovo.
Dio afferma nel Sacro Corano: "Non ti sarà detto altro che quel che fu detto ai messaggeri che ti precedettero" (Fussilat, 41,43) e "Non costituisco un’innovazione rispetto agli inviati né conosco quel che avverrà a me e a voi. Non faccio che seguire quello che mi è stato rivelato. Non sono che un ammonitore esplicito" (al-Ahqaf, 46,9). Quindi la fede nell’unico Dio non è proprietà di una sola comunità religiosa. Secondo il credo islamico, tutti i veri profeti hanno predicato la stessa verità a popoli diversi in tempi diversi. Le leggi possono cambiare, ma la verità è permanente.

"Gli Esperti"
Ad un certo punto, Lei fa un riferimento non meglio specificato a degli "esperti" (sull’islam) e poi cita due studiosi cattolici, il professor (Adel) Theodore Khoury e il (professore associato) Roger Arnaldez.
Qui è sufficiente dire che mentre molti musulmani ritengono che vi siano ottimi non musulmani e cattolici che possono veramente essere considerati "esperti" sull’islam, i musulmani non hanno, per quanto ne sappiamo, dato la loro approvazione agli "esperti" che Lei menziona, né li hanno riconosciuti come rappresentanti delle loro opinioni.
Il 25 settembre 2006 Lei ha reiterato la sua importante dichiarazione resa a Colonia il 20 agosto 2005 secondo cui "il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta del momento. Si tratta effettivamente di una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro". Pur concordando pienamente con Lei, ci sembra che buona parte dell’obiettivo del dialogo interreligioso consista nello sforzarsi di ascoltare e di considerare le voci autentiche di coloro con cui dialoghiamo e non soltanto quelle della nostra stessa convinzione.

Cristianesimo e islam
Il cristianesimo e l’islam sono la prima e la seconda religione al mondo e nella storia per numero di aderenti. È noto che cristiani e musulmani rappresentano rispettivamente più di un terzo e più di un quinto dell’umanità. Insieme raccolgono più del 55% della popolazione mondiale, rendendo la relazione tra loro il fattore più importante che contribuisce ad una pace significativa nel mondo. Come leader di più di un miliardo di cattolici ed esempio morale per molti altri, la Sua è certamente la voce individuale più influente nel continuare a condurre questa relazione verso una reciproca comprensione.
Condividiamo il Suo desiderio di un dialogo franco e sincero, e riconosciamo la Sua importanza in un mondo sempre più interconnesso. Su questo dialogo franco e sincero speriamo di continuare a costruire relazioni pacifiche e amichevoli, basate sul reciproco rispetto, la giustizia e i punti comuni essenziali nella nostra comune tradizione abramitica, in particolare "i due massimi comandamenti" di Mc 12, 29-31 (e, in altra forma, in Mt 22, 37-40): "Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi".
I musulmani quindi apprezzano le seguenti parole del Concilio Vaticano II: "La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno" (Nostra Aetate).
E allo stesso modo le parole del compianto Giovanni Paolo II, per il quale molti musulmani avevano un grande riguardo e molta stima: "Con gioia noi cristiani riconosciamo i valori religiosi che abbiamo in comune con l’islam. Vorrei oggi riprendere quello che alcuni anni fa dissi ai giovani musulmani a Casablanca: ‘Noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione’" (Insegnamenti, VIII/2 [1985], p. 497, citato durante un’udienza generale il 5/5/99).
I musulmani hanno anche apprezzato la Sua personale inedita espressione di dispiacere, e la sua chiarificazione e assicurazione (il 17/9) del fatto che la sua citazione non rifletteva la Sua personale opinione, così come la conferma da parte del segretario di Stato card. Tarcisio Bertone (il 16/9) del documento conciliare Nostra Aetate. Infine, i musulmani hanno apprezzato che (il 25/9) di fronte ad un folto gruppo di ambasciatori di Paesi musulmani, Lei abbia espresso "totale e profondo rispetto per tutti i musulmani". Speriamo che noi tutti eviteremo gli errori del passato e vivremo insieme nel futuro in pace, reciproca accettazione e rispetto.
E ogni lode appartiene a Dio, e non vi è potere né forza se non per mezzo di Dio.

 

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