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Le proteste nella Repubblica Araba d'Egitto e la guerra in Siria a fine giugno 2013 secondo Conflicts Forum PDF Stampa E-mail
Lunedì 01 Luglio 2013 14:50


Traduzione da Conflicts Forum

L'Egitto è adesso un paese profondamente diviso in cui consistenti parti della popolazione inveiscono l'una contro l'altra anziché dialogare, ed in cui si è lontani dal consolidarsi di un vero consenso politico;  in esso si susseguono manifestazioni di massa di segno opposto strettamente sorvegliate dall'esercito. Hanno iniziato i sostenitori del Presidente Morsi con due giorni di manifestazioni che non si sapeva come sarebbero finite e che sono durate fino alla domenica in cui erano fissati i cortei degli oppositori che invocavano le dimissioni del presidente. Negli scontri avvenuti giovedi nelle cittadine del Delta è già morta una persona ed altre sono rimaste ferite. In una trasmissione televisiva Morsi ha detto che le proteste "minacciano di paralizzare" l'Egitto. Al Cairo ed in altre città è in piazza l'esercito, che ha dichiarato che rimarrà neutrale ma che non lascerà che il paese scivoli nell'anarchia. Le opposizioni hanno chiamato Tamarod il loro movimento, che rappresenta gli egiziani "che rifiutano la supremazia dei Fratelli Musulmani" ed hanno lanciato il "Fronte 30 giugno" come organismo coordinatore delle proteste il cui inizio è previsto per domenica. Gli organizzatori affermano che porteranno per le strade milioni, se non decine di milioni, di manifestanti. Non si tratterà di una giornata di protesta, afferma il Fronte, ma dell'inizio di una lunga serie di agitazioni in tutti i centri cittadini il cui scopo è quello di paralizzare l'intero paese.
I promotori del Tamanrod dicono che il loro movimento non comprende solo liberali, democratici, personale accademico e militanti dei partiti laici, ma anche le masse che hanno appoggiato i Fratelli Musulmani e che adesso hanno perso la speranza in migliori condizioni di vita. Lo sciopero che gli organizzatori della protesta hanno indetto riguarda i trasporti pubblici, le fabbriche, le compagnie finanziarie, i gasdotti e gli oleodotti che esportano o importano idrocarburi in Egitto. Se lo sciopero si rivelerà efficace come i suoi organizzatori hanno previsto, il paese si troverà a corto di elettricità e di acqua nel giro di pochi giorni. Se i manifestanti riusciranno a prendere il controllo delle piazze più importanti e delle fabbriche e degli uffici in sciopero, c'è da aspettarsi che eleveranno barricate per difendersi usando vecchie macchine, sacchi di sabbia e putrelle d'acciaio contro le forse dell'ordine che cerchino di sgomberarli.
Non si può prevedere quello che potrebbe succedere. E' possibile che si finisca con l'esercito che interviene in modo sempre più deciso per ripristinare la sicurezza. Molti dell'opposizione hanno sabotato il dialogo con i Fratelli Musulmani proprio perché si arrivi all'intervento dell'esercito, che molti nel campo laico vedrebbero di buon occhio. Il problema è che non siamo nel 1952 e che non è affatto sicuro che l'esercito egiziano riscuoterebbe un sufficiente consenso -non più di quanto ne riscuotano i Fratelli- per il fatto di essersi imposto su un Egitto così frammentato e fazioso.

Gli eventi in Egitto riflettono anche un più ampio fenomeno rappresentato dal crescere delle tensioni che esistono tra una popolazione contadina impoverita, inquieta, vessata e piena di rancore, e le élite cittadine. Abbiamo visto che in città come Aleppo questo fenomeno si è incarnato nella scoraggiata reazione dei colti e cosmopoliti radicali cittadini, intenti a seguire il corso della loro "rivoluzione" utopistica e ideale, quando sono venuti a contatto con la realtà degli abitanti delle campagne che hanno invaso e violentato con le armi la loro città mossi più dalla voglia di vendetta e dall'odio per l'élite cittadina e per il suo stile di vita che non dalla condivisione di un qualsiasi utopismo rivoluzionario. Il risultato è stato piuttosto brutto. Possiamo prevedere che qualcosa di questa profonda vena di odio e di risentimento diffusa nelle campagne avrà un ruolo anche in Egitto. Anche se poco di tutto questo traspare dalla stampa, questa profonda divisione non interessa soltanto la Siria e l'Egitto; si sta approfondendo ovunque in Africa. Ci sono leader politici africani che affermano che la popolazione musulmana delle campagne nordafricane, che è meno colta, ha con il Salafismo lo stesso rapporto che la carta assorbente ha con l'inchiostro. Stanno assorbendo l'ideologia salafita dalla radio, da Al Jazeera e dai canali televisivi salafiti sponsorizzati dai paesi del Golfo e che trasmettono ventiquattro ore al giorno. Quello che successe una ventina d'anni fa nell'Asia meridionale fu una rivoluzione culturale al suo esordio; adesso, in questa sua nuova forma, si sta diffondendo in Africa. In Africa arrivano dal Golfo grandi quantità di denaro; anche gli imam delle moschee vengono dal Golfo, o vi hanno ricevuto la loro formazione. L'ABC dell'educazione è diventato salafita e i giovani africani guardano ora sempre più a Dubai e ai paesi del Golfo come polo delle loro aspirazioni, più che all'Europa. Dubai ed il Golfo sono la meta verso cui intraprendere un viaggio, e al tempo stesso sono l'incarnazione dello stile di vita che questi giovani desiderano. A lungo andare il baratro che esiste tra campagna e città -per lo più in città si guarda ancora verso l'Occidente- è destinato ad approfondirsi, mentre le tensioni interne alle varie società sono destinate a crescere come già successo in Egitto e in Siria.
I paesi del Golfo che invitano i sunniti delle campagne, poco istruiti, rancorosi e impoveriti come sono, a guardare verso il Salafismo stanno seriamente scherzando col fuoco. Se il senso di rabbioso ed amaro vittimismo che abbiamo visto in Iraq e in Siria sarà la conseguenza di tutto questo, difficilmente le élite del Golfo venute su nella bambagia e prive di ogni senso morale passeranno indenni attraverso questo fuoco.
Uno degli aspetti paradossali di questa ascesa della narrativa salafita in tutto il Maghreb è che i sunniti, che sono il gruppo di maggioranza, hanno cominciato a comportarsi e a sentirsi come se fossero una minoranza conculcata ed oppressa. La cosa è emersa in tutta la sua evidenza dopo la caduta di Qusayr, conquistata dall'esecito siriano e da Hezbollah (Conflicts Forum si è espresso su questo la scorsa settimana). La presa di coscienza di questo evento, apparentemente giunto inaspettato, ha seriamente messo in pensiero i leader del Golfo che vedevano Qusayr come il Viet Nam di Hezbollah. Questo si può notare dalla linea eccezionalmente dura che il principe Saud Al Faisal, ministro degli esteri saudita già poco condiscendente per proprio conto, ha espresso nel corso della conferenza stampa tenuta insieme al Segretario di Stato statunitense John Kerry in visita in Arabia, dopo i loro colloqui di martedi scorso. Faisal si è fermato appena prima di invocare un intervento militare diretto degli statunitensi in Siria. Ha detto "Il popolo siriano deve essere protetto e deve ricevere assistenza militare dalla comunità internazionale, in modo che possa almeno difendere se stesso da questi orrendi crimini... La Siria è sotto attacco da due fronti: sta subendo un genocidio da parte delle forze governative, ed un'invasione da parte di forze estere... un massiccio afflusso di armi per aiutarlo e rintuzzare l'invasione e il genocidio. Tutto questo deve finire".
Ovviamente anche l'incontro preliminare di questa settimana a Ginevra tra Russia, Stati Uniti e Nazioni Unite per sabilire una data per una conferenza Ginevra II sulla Siria è finito senza nulla concludere. Non si è trovato alcun accordo né sul quando Ginevra II dovrebbe tenersi, né su chi dovrebbe esservi invitato. Non è neppure emersa alcuna indicazione concreta sul fatto che questa Ginevra II finisca per tenersi oppure no, almeno per il prossimo futuro. E' sempre più chiaro che mentre in Siria si approssimano eventi militari determinanti per la situazione sul terreno, i paesi occidentali e gli stati del Golfo hanno seriamente iniziato a temere la sconfitta dei ribelli armati. Il 25 giugno l'esercito siriano ha conquistato Tell Kalah, che si trova nel punto più settentrionale del confine tra Siria e Libano, privando i ribelli della loro più grande base di rifornimento nel nord del paese. Adesso non è più possibile rifornire gli insorti a Homs e nel governatorato di Homs.
Il fatto che Tell Kalah abbia capitolato a seguito di negoziati e non perché espugnata militarmente la dice lunga sui ribelli, sul sentire popolare e sul morale delle parti in campo in Siria.
Questa sconfitta, unita alle profonde divisioni che separano la miriade di milizie ribelli di Aleppo e della Siria del nord -i disaccordi sono tali che non è stato possibile un minimo di cooperazione sul campo di battaglia e neppure arrivare ad un accordo per una distribuzione delle armi centralizzata (cosa su cui i paesi occidentali insistevano in modo particolare)- hanno convinto i paesi occidentali e gli stati del Golfo a dirigere il grosso dei rifornimenti verso il sud, passando dalla Turchia alla Giordania. Si tratta di una decisione rivelatrice, che fa concludere che in Occidente si stia effettivamente considerando l'idea di una sanguinosa sconfitta sul fronte nord. La decisione dei russi di ritirare la maggior parte -ma non tutto- il loro personale dalla Siria indica che anch'essi pensano che il conflitto stia raggiungendo il suo turbolento epilogo. Il fatto che gli occidentali siano sulla difensiva e che stiano cambiando idea sulla Ginevra II sembra nascere dal timore che il conflitto siriano stia per essere deciso sul terreno più che a Ginevra, dove peraltro gli stati occidentali potrebbero disporre di una certa massa critica. I paesi del Golfo guardano adesso con timore alla prospettiva di una possibile sconfitta strategica dei sunniti in Siria: sarebbe la terza dopo l'Iraq ed il Libano. Zbig Brzezinski, in un'importante intevista, ha lasciato intendere che il Presidente Obama sarebbe oggetto di intense pressioni da parte della politica interna affinché riprenda le redini della politica estera di Bush, basata sul domino. Brzezinski ha anche notato che Obama, curiosamente, non ha fornito alcuna spiegazione sul come mai avrebbe deciso all'improvviso e a metà dell'anno delle elezioni che "si doveva destabilizzare la Siria e rovesciarne il governo". Brzezinsky ha anche fatto intendere che lasciare che gli USA vengano risucchiati nel conflitto siriano potrebbe rivelarsi un errore di calcolo enorme, e persino fornire la scintilla che manca perché si scateni una guerra a livello regionale.

In Libano l'esercito ha sconfitto, pagando un altro prezzo in termini di perdite, un deliberato ma avventato tentativo dello sceicco Ahmad Assir (un imam salafita di Saida) di venire alle armi con Hezbollah.  Assir avrebbe fatto male i conti con la situazione dell'esercito libanese, reputandolo politicamente troppo debole per intromettersi nelle sue deliberate provocazioni contro Hezbollah. Sembra anche che questo errore di calcolo non lo abbia fatto Assir da solo, e che a posteriori verrà fuori che sono stati i mèntori libanesi e del Golfo a incoraggiarlo a credere che l'esercito fosse stato politicamente messo in condizioni di non nuocere e che avrebbe potuto agire in relativa impunità, magari contando anche su un certo grado di copertura politica messa in atto con discrezione. In fin dei conti si è trattato di un azzardo che lo ha portato alla rovina. Il caso si è chiuso, ma le sue conseguenze avranno qualche ripercussione sia di natura politica che di natura militare ancora per qualche tempo. Nel conflitto sempre più aspro tra politici del Golfo ed Islam sciita è verosimile che esista una connessione psicologica tra l'insurrezione di Assir e il condiviso senso di sconfitta che si sta diffondendo nel Golfo e nei più ampi ambienti sunniti dopo la caduta di Qusayr. Assir doveva restituire pan per focaccia a Hezbollah. Il risultato è stato un'altra sconfitta per l'espressione dell'islam sunnita quasi monolitica che esiste adesso nel Golfo e che trova ancora difficile interpretare il pluralismo con cui lo stesso Islam sunnita si esprime nel Levante ed in nord Africa. Ora che Saida è tornata alla calma e che Assir è finito, l'esercito libanese è di nuovo presente in forze per le vie di Beirut. Con ogni probabilità non sarà l'ultima volta.

 

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