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Yassin al-Haj Saleh - Aiutate la Siria adesso. Domani potrebbe essere troppo tardi PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Luglio 2013 15:17

Secondo il poco che se ne sa, Yassin al-Haj Saleh avrebbe trascorso dal 1980 in poi sedici anni nelle carceri siriane perché appartenente ad un "gruppo comunista per la democrazia"; un libro sulla sua esperienza pubblicato in Libano ha ottenuto una recensione molto positiva.
Dopo il 2011 le gazzettine "occidentali" hanno cercato col lanternino chiunque potesse parlare male del governo Assad e della Repubblica Araba di Siria, con risultati spesso compresi tra il controproducente e l'autolesionistico. Gli scritti di Saleh hanno così iniziato ad essere tradotti e pubblicati in lingua inglese. Nel luglio 2013 The Guardian pubblica un suo appello accorato, del quale si fornisce traduzione, perché le potenze "occidentali" aggrediscano la Repubblica Araba di Siria.
Un particolare prezioso per inquadrare correttamente sia l'articolo che il suo autore viene dal fatto che nel  2012 Saleh è stato insignito nel Regno d'Olanda del
Prince Claus Award. Questo premio è toccato negli ultimi anni anche ad altri preclari esempi della dissidenza militante e dell'impegno disinteressato come Yoani Sànchez e deve dunque essere servito ad incoronare Saleh come ottimo "dissidente" a misura di gazzetta: se c'è una cosa capace di mandare in visibilio i gazzettieri più delle giovani donne con pochi vestiti addosso, sono i comunisti più o meno pentiti che invocano le bombe della NATO.
Non potendo sopportare di vedere i siriani uccisi da armi russe, Saleh pensa che un'ottima soluzione sia farli uccidere da armi ameriKKKane
.


Un sistema missilistico antiaereo S300. Mosca ha siglato un contratto che ne prevede l'invio in Siria. "Nella Siria del dopo Assad tutto sarà diverso [...] ma la cosa peggiore è vedere i siriani che vengono uccisi da armi russe". Immagine Str/AP

Cari amici,

Tre mesi fa ho lasciato Damasco, dove vivere stava diventando insopportabile, per trasferirmi nella zona "liberata" di Ghouta est. Prima dell'insurrezione ci vivevano due milioni di persone, adesso ce ne vive circa un milione. Ghouta est era una delle basi da cui i ribelli partivano per attaccare la capitale, ma adesso è completamente circondata e messa sotto assedio dalle forze governative grazie al rinnovato sostegno della Russia e dell'Iran e all'arrivo di miliziani libanesi ed iracheni sostenuti dall'Iran. Nel corso degli ultimi tre mesi ho visto coi miei occhi la spaventosa mancanza di armi, di munizioni e persino di cibo per i combattenti. Molti di loro mettevano a stento insieme il pranzo con la cena e sarebbe andata anche peggio se non fossero stati gente del posto che stava cercando di proteggere la propria città e le proprie famiglie, e fossero invece vissuti lontano dal loro ambiente.
Le città ed i paesi in cui sono passato o in cui ho abitato in questi tre mesi sono soggetti ad attacchi aerei quotidiani e imprevedibili, e a bombardamenti di razzi e di proiettili di mortaio. Ogni giorno ci sono dei morti, per lo più civili. Sono stato per un mese in un centro della difesa civile: vedevo tutti i corpi che ci venivano portati. In qualche caso si trattava di resti impossibili da distinguere, altre volte erano bambini, in mezzo alle vittime ho visto una volta anche un feto di sei mesi, perso da una madre in preda al terrore. Non ricordo un solo giorno senza che vi siano state delle vittime; di solito erano due o tre, ma un giorno sno state nove, un giorno ventotto, un altro ancora undici.
Oltre ai civili, ogni giorno vari combattenti sono uccisi dalle armi di una potenza soverchiante, che ha un maggiore appoggio.
In tutta la zona la corrente è mancata per otto mesi. Si dipende da numerosi generatori che si guastano spesso e che consumano un sacco di benzina in un momento in cui la benzina scarseggia sempre di più, cosa che a sua volta costringe le persone a smettere di usare i frigoriferi, nonostante  faccia molto caldo. I cellulari e i fissi non funzionano. Nell'ultima settimana anche il grano ha cominciato a scarseggiare. Ho mangiato solo due volte al giorno ma fino ad ora va bene: la nuova dieta mi ha aiutato a perdere una decina di chili.
La cosa peggiore di tutte sono le persone, che sono sempre di più, che vengono sepolte in fretta e senza dignità. La gente ha paura a soffermarsi presso i cimiteri, il rischio è quello di diventare bersagli di altri missili. Io e certi miei amici siamo sempre vivi. A Damasco c'era il caso che ci arrestassero e ci torturassero in maniera insopportabile. Qui non corriamo questo rischio, ma nessuno ci protegge da qualche missile che potrebbe piombarci ogni secondo sulla testa.
Una delle cose più notevoli cui ho fatto caso nei primi giorni della mia permanenza qui è il fatto che per la preghiera del venerdì si chiama alle nove del mattino in una moschea, mezz'ora dopo in un'altra e poi in un'altra ancora, con mezz'ora di intervallo tra una chiamata e l'altra. Non si vuole che molte persone si radunino in un posto solo: non si vuol dare ai governativi la possibilità di uccidere il maggior numero di persone possibile. CI hanno già provato tempo fa: in una città sono state distrutte cinque moschee.
Ancor più doloroso è il fatto che più di due terzi dei bambini non vanno a scuola, sia perché i genitori hanno troppa paura a farli uscire dalla loro sorveglianza a vista, sia perché le scuole che funzionano sono molto poche. Quelle che sono ancora aperte sono state trasferite sotto terra per via dei bombardamenti, e la stessa cosa è stata fatta con vari ospedali.
La gente che qui combatte lo fa con una resistenza accanita perché sanno che se i governativi riusciranno a riprendere il controllo della zona li attende solo una strage: chi non verrà subito ucciso verrà arrestato e torturato selvaggiamente. Si può solo scegliere se morire resistendo all'aggressione di un regime fascista o se farsi ammazzare da quello stesso regime nel peggiore dei modi possibili. La gente ha i brividi per la paura, ed io pure, al pensiero che questo regime possa sottometterci di nuovo.
La situazione in cui ci troviamo è il risultato diretto della mancata volontà delle grandi potenze di sostenere i rivoluzionari siriani, mentre gli alleati del governo non soltanto hanno continuato a sostenerlo con denaro, uomini ed armio, ma hanno aumentato il loro sostegno in termini quantitativi e qualitativi. Alla fine, dopo che il mondo ha stabilito che il governo ha usato armi chimiche -una cosa che ho documentato io stesso e che ho verificato con amici che hanno la necessaria competenza in questo campo- e dopo che il governo si è assicurato che il mondo avrebbe approvato il suo utilizzo dell'aviazione e dei missili a lunga gittata contro le città e le aree residenziali, dopo tutto questo le potenze occidentali hanno deciso di fornire armi ai rivoluzionari, perché si ristabilisse quello stesso "equilibrio" che esse stesse hanno aiutato a venire meno in favore del governo.
Questa politica non è soltanto miope, né servirà soltanto a prolungare il conflitto. Essa è profondamente inumana. Non ci sono due mali equivalenti in Siria, come afferma la maggior parte dei mass media occidentali al contrario di quanto c'è scritto sulle relazioni delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali. In Siria abbiamo da una parte un regime fascista che ha ucciso pià di centomila dei suoi stessi cittadini, dall'altra un variegato ventaglio di formazioni rivoluzionarie, alcune delle quali si sono radicalizzate a causa del protrarsi del conflitto e dell'indebolirsi della resistenza della società siriana sotto i colpi del radicalismo. Più a lungo i siriani saranno lasciati soli a morire, più è probabile che i gruppi radicali si rafforzeranno e che la voce della ragione e della moderazione diventerà più flebile. Da quanto ho visto io, esattamente questo sta succedendo. Ogni volta che c'erano nuove vittime, soprattutto se erano bambini, le persone che c'erano al centro civico mi interrogavano con lo sguardo. Si chiedono ormai a cosa serva più il "linguaggio della ragione" che uso io.
C'è una sola cosa giusta da fare oggi, sia come siriani che come esseri umani: aiutare i siriani a liberarsi della dinastia degli Assad che tratta la Siria come se fosse un proprio possedimento ed i siriani i propri servi. Nella siria del dopo Assad tutto sarà più difficile, ma togliere di mezzo Assad innescherà una dinamica nuova e più moderata nella società siriana, e permetterà ai siriani di opporsi ai portatori delle istanze più radicali che ci sono tra di loro. Lasciare che il conflitto si inasprisca e che i suoi costi umani e materiali salgano sarebbe molto peggio; è peggio vedere i siriani uccisi dalle armi russe in mano ad assassini siriani, libanesi ed iraniani; peggio sarebbe anche imporre una tregua che non punisce i criminali e non risolve i problemi del paese.
I politici statunitensi ed occidentali sottolineano spesso il fatto che non è possibile una soluzione militare al conflitto siriano. Ma qual'è la soluzione politica? Quando mai Bashar al Assad ha detto, in questi ventotto mesi e dopo più di centomila morti, che ha intenzione di intavolare seri negoziati con l'opposizione per arrivare ad una condivisione del potere? La verità è che nessuna soluzione politica è possibile senza che Assad sia costretto ad andarsene, ad andarsene sùbito, e assieme a lui tutti i macellai del suo governo.
Nostri cari amici, oggi mi rivolgo a voi perché la tragedia siriana è diventata una delle più grandi tragedie del mondo ed uno dei più pericolosi problemi del nostro tempo. Più di un terzo della popolazione è profuga dentro e fuori dei confini del paese; i feriti o gli invalidi sono centinaia di migliaia e circa duecentocinquantamila detenuti soggetti a torture orribili.
Vi imploriamo, voi che siete i leader dell'opinione pubblica nei vostri paesi, a fare pressione sui governi perché assumano una posizione chiara contro Assad e a favore della fine del suo governo. Questa è l'unica cosa umana e progressista da fare; non c'è nulla di più fascista e di più reazionario nel mondo di oggi di un governo che uccide il suo popolo, importa assassini e mercenari dall'estero, e fomenta una guerra settaria che potrebbe non avere fine prima di aver carpito la vita di centinaia di migliaia di persone.
Abbiamo bisogno del vostro sostegno oggi. Domani potrebbe essere troppo tardi.

 

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