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Scusaci, Bashar. La Repubblica Araba di Siria nel novembre 2013 secondo Conflicts Forum PDF Stampa E-mail
Sabato 09 Novembre 2013 18:15


Traduzione da Conflicts Forum.

Chiunque abbia visitato la Siria nel corso degli anni può notare la notevole trasformazione in senso qualitativo compiuta dall'esercito siriano e da tutto l'apparato di sicurezza. L'esercito siriano non è più l'organizzazione apatica e demotivata di un tempo; oggi è reattivo, di discreta efficienza e fiducioso nei propri mezzi. Non c'è più alcuna deferenza nei confronti dei personaggi ricchi o influenti, alla guida di autovetture costose o adibite a servizio di stato; ai posti di blocco nessuno può contare su trattamenti di favore. La presenza dell'esercito non è sempre visibilissima, ma esso si trova appena dietro l'angolo, dedito ai propri compiti con cortese efficienza. I vari anelli di sicurezza attorno a Damasco causano grossi ingorghi, ma chiunque visiti la capitale nota che la città è pulita, dotata di infrastrutture moderne e che funziona con efficacia ed efficienza, anche se non in assoluta normalità.
Con questo, non si vuole affermare che non esista tensione. La tensione esiste eccome: i prezzi sono alti, la maggior parte delle persone ha in qualche modo interiorizzato la maniera di convivere con il conflitto, e permane il timore insistente per gli amici e per la famiglia sparsi in tutto il paese. Il fatto è che quello che viene trasmesso dalla maggior parte dei media occidentali fa vedere un intrepido "corrispondente di guerra" di un qualche genere che si ritrova alle prese con un territorio reso instabile dai combattimenti e in mezzo ad un ambiente ostile, e reti di attivisti che agiscono furtivi sottoterra per assicurare i servizi più essenziali, come l'assistenza medica, alla popolazione. Sia la guerra che gli attivisti esistono sul serio, ma non costituiscono la normalità nella maggior parte della Siria. Cosa ancora più importante, la narrativa che le gazzette producono per servire se stesse mette effettivamente in ombra e rende invisibili i cambiamenti, che sono qualitativi e politicamente di tutto rilievo, che stanno attraversando sia il governo che la società siriana intesa nel senso più ampio. Negli ultimi anni la Siria è cambiata molto. A volte una crisi porta gli individui o la società nel suo complesso a frammentarsi, e ne indebolisce la volontà. Una crisi profonda può far sì che qualcuno, una comunità o una società, acquisiscano nuova capacità di resistere e maggior fiducia in se stessi. Potrà anche essere un fenomeno passeggero, ma questa è la Siria di oggi. E questo ha delle implicazioni importanti.

Questo nuovo modo di affrontare la situazione è rinforzato da nuove dinamiche. Il governo avverte con chiarezza che a livello internazionale la politica sta cambiando in senso favorevole, compresa quella statunitense. I servizi segreti di paesi europei come la Germania, la Francia ed il Regno Unito hanno riallacciato rapporti con Damasco. Altri paesi europei stanno con calma prendendo in considerazione l'idea di riaprire le loro ambasciate, alcuni stati del Golfo stanno informalmente esprimendo alle loro controparti siriane i sensi della loro delusione per la politica portata avanti fino ad oggi dal Consiglio dei Paesi del Golfo in generale e dall'Arabia Saudita in particolare, e la maggior parte dei paesi mediorientali sembra oggi favorevole ad una soluzione politica. Anche gli egiziani fanno capire di avere più interessi in comune con la Siria di quanti non ne abbiano con il loro protettore saudita, ma la situazione politica in Egitto non permette oggi di esprimere liberamente questa propensione. A Damasco, comunque, ci sono pochi dubbi sul fatto che il guscio dell'isolamento diplomatico sia stato rotto.

Tutto questo è stato un'iniezione di fiducia per il governo, che ha preso una nuova direzione; la guerra non è più una preoccupazione soverchiante e si pensa in misura sempre maggiore a quello che serve per avviare un processo politico, ed anche ai cambiamenti che la società siriana dovrà affrontare dopo la guerra. Non è soltanto il governo ad essere seriamente impegnato in questo dibattito; il partito Baath ha aperto la discussione sul futuro della siria anche ad altre correnti politiche e ad altri gruppi di interesse e la scorsa settimana si è tenuta una riunione sull'argomento dominata da un clima molto franco; lo stesso sta succedendo nella società siriana nel suo complesso. 

Fuori dalla Siria col vocabolo "transizione" si intende, alla maniera di una prescrizione precisa, quello che il mondo esterno "si attende" dalla Siria. Una transizione è evidentemente necessaria, ce ne sarà una e, come abbiamo appena scritto, in un certo senso è già in corso e sicuramente non sarà una cosa semplice. Tuttavia la transizione che dall'esterno si vorrebbe imporre al governo siriano ignora il più ampio sconvolgimento in corso in Medio Oriente: si invoca la ripartizione del potere come se rappresentasse una specie di panacea, ma in realtà non esiste alcuna "grande idea" a sostenere la visione del futuro, per nessuno degli stati della regione. Il modello turco, quello degli stati del Golfo, quello egiziano, quello dei Fratelli Musulmani, quello occidentale basato sul mercato liberale sono tutti o in parte screditati. E' improbabile che la Siria riesca da sola ad elaborare con facilità le idee su come impostare la propria società su nuove basi, in tempi tanto turbolenti. La ripartizione del potere può far parte della risposta, ma in Siria, in Egitto e in Tunisia la crisi e le sfide da affrontare sono troppo più serie del semplicistico invito occidentale a formare governi di unità nazionale. 

Dietro il mutato clima nelle diplomazie c'è, senza dubbio, un maggiore apprezzamento ed un maggior riconoscimento dei governi occidentali per la situazione reale degli armamenti chimici. Un cambiamento silenzioso ha fatto seguito a questo apprezzamento. Le ispezioni hanno messo in chiaro il fatto che la Siria non possedeva gas nervino. La Siria deteneva scorte di sostanze chimiche di per sé piuttosto normali e dal comportamento stabile, che rappresentavano i costituenti precursori per la produzione dei gas. Finché rimangono separati, i precursori non sono particolarmente pericolosi; ecco perché la distruzione delle scorte siriane sta procedendo in modo così veloce. Soltanto quando vengono mescolate queste sostanze diventano altamente volatili e soggette ad un rapido deterioramento se non vengono utilizzate con molta rapidità. I costituenti di base vengono di solito tenuti ben separati, anche nella testata di lancio; si mescolano soltanto quando i contenitori si rompono al momento dell'impatto.

Sappiamo almeno dai tempi della guerra del 2001 che il Presidente Assad non aveva tempo per armi del genere; era stato suo padre a schierarle per primo, in reazione allo spiegamento nucleare dello stato sionista. Da allora, le scorte di sostanze chimiche dei siriani non sono mai state in condizioni di poter essere usate militarmente. Nonostante questo l'esercito ha continuato a schierare reparti addestrati alla guerra chimica e ha continuato ad addestrarli e a simulare combattimenti, come qualsiasi altro esercito, sia pur senza mischiare i componenti base ovvero senza realizzare in concreto alcuna arma.

A causa della volatilità che queste sostanze presentano una volta mischiate, i governi in possesso di armamenti chimici aggiungono stabilizzatori ai componenti base per evitare ai loro stessi soldati il pericolo derivante da essa. Sta diventando più chiaro che il gas sarin usato in Siria sia a marzo che ad agosto di quest'anno aveva una composizione ed effetti simili, ma non conteneva alcuno degli inibitori che ci si potrebbe aspettare di trovare negli arsenali chmici ufficiali. In altre parole, il sarin non aveva un "DNA" del tipo ufficiale ed è dunque molto improbabile che sia arrivato dalle scorte chimiche governative. I russi hanno piuttosto fornito alle Nazioni Unite prove empiriche che riguardano entrambi i casi e che fino ad ora l'ONU non ha pubblicato; quello che i funzionari russi riferiscono fa pensare che entrambi gli attacchi siano stati messi in piedi dall'opposizione, come provocazioni deliberate. A parte tutto questo, sappiamo anche che l'opposizione e alcuni stati del Medio Oriente si aspettavano "sviluppi consistenti" immediatamente prima gli eventi del 21 agosto: fonti di informazione mediorientali ed internazionali indicano il coinvolgimento del Principe Bandar nell'utilizzo del gas sarin e la consapevolezza del Primo Ministro Erdogan del fatto che uno "sviluppo di vasta portata" stava per verificarsi in Siria; in agosto, funzionari turchi ne avevano parlato ad Istanbul con esponenti dell'opposizione.

In Europa ci sono governi complici di tutto questo, o davvero si credeva che il Presidente Assad avrebbe utilizzato armamenti chimici contro il proprio stesso popolo? Non è chiaro chi sapesse cosa, e a quale livello, ma per congetture si può dire che l'attenta sorveglianza delle esercitazioni dei battaglioni chimici siriani intrapresa da statunitensi e sionisti sia stata in qualche modo "interpretata" per suggerire che l'esercito siriano avesse l'intenzione di usare simili armamenti contro l'opposizione, e che si dovesse dissuaderlo e ammonirlo ripetutamente. Quando si sono verificati gli eventi del 21 agosto, il terreno era già pronto perché qualche politico saltasse diritto alla conclusione che l'esercito siriano aveva alla fine messo a segno un attacco chimico, proprio come la "interpretazione" dei servizi aveva fatto pensare fosse probabile che succedesse. Le tensioni verificatesi all'interno dei servizi statunitensi su come utilizzare le informazioni sull'arsenale chimico siriano, la maggior parte delle quali erano di fonte sionista, sono già state rese pubbliche, e parimenti pubblica è la notizia di alcune dimissioni all'interno della CIA che sono state la conseguenza di questi disaccordi.

Man mano che si fa strada la consapevolezza del fatto che l'Occidente può essere arrivato ad un niente da una guerra sulla base di false premesse (un'altra volta!) si nota che molti governi cominciano a cambiare atteggiamento sia nei confronti del governo siriano che nei confronti dell'opposizione; guadagnano terreno opinioni più scettiche sul conto della sincerità dell'opposizione, e si sentono anche domande scomode sulla politica dei suoi sostenitori. Vediamo anche un ripensamento della considerazione in cui viene tenuto il Presidente Assad. Gli europei stanno ricominciando a collaborare con Damasco a livello di intelligence, mentre gli interessi politici statunitensi sembra stiano prendendo strade differenti anche se sembra che l'ascesa dei gruppi jihadisti di AlQaeda stia emergendo come la principale preoccupazione per la sicurezza, mettendo in ombra il vecchio obiettivo principale rappresentato dal rovesciamento del governo siriano. Ora come ora, sembra che gli Stati Uniti non abbiano alcuna politica per la Siria.  

In Medio Oriente c'è chi pensa che in questo non avere alcuna politica si celi l'intenzione degli Stati Uniti di lasciare  il posto alla Russia, perché siano i russi a prendere qualche iniziativa per metter fine al conflitto, sempre che i russi intendano prendersi questa gatta da pelare (cosa che gli Stati Uniti non vogliono fare). A questo si accompagna l'idea che la Russia possa svolgere un ruolo altrettanto utile agli Stati Uniti arrivando ad una soluzione per la questione nucleare iraniana. In altre parole, un bipolarismo coi russi, in determinate aree del Medio Oriente, potrebbe andar bene anche agli ameriKKKani.

Mettere la sordina è prova di buon senso; limitando l'attenzione a due questioni di primaria importanza come i negoziati con l'Iran e il processo di pace tra Palestina e stato sionista, il Presidente Obama può portare i democratici alle elezioni del Congresso di metà mandato vantando di aver agito in tre campi essenziali per rendere "sicuro" lo stato sionista: quello della sicurezza dello stato sionista rappresenta oggi come oggi la principale preoccupazione dell'elettorato in materia di politica estera, ora che l'idea di plasmare gli stati mediorientali viene considerata dall'elettorato come un brutto film. In primo luogo la principale minaccia alla sicurezza dello stato sionista, ovvero l'arsenale chimico siriano, è stato distrutto. In secondo luogo, l'Iran è stato "costretto" a rinunciare all'idea di dotarsi di armi nucleari, in terzo luogo i palestinesi sono stati costretti a negoziare la pace con lo stato sionista e di ogni fallimento in questo campo potrà essere accusato lo stato sionista, più che il presidente degli Stati Uniti. Forse, con gli interessi ameriKKKani contestualizzati in questo modo, possiamo pensare che si arrivi anche a considerare il Presidente Assad come un possibile alleato nella causa comune della lotta allo jihadismo. Dopotutto, è questa la logica che sottostà alla ripresa dei legami dell'intelligence occidentale con il governo siriano.

A questo quadro che raffigura una Siria in piena metamorfosi politica si contrappone un aspetto che non è cambiato: l'Arabia Saudita, a tutt'oggi, ha continuato a progredire in ampiezza con le sue intromissioni in Iraq, in Libano ed in Siria, dove migliaia di jihadisti stranieri continuano ad infiltrarsi per prendere parte ai combattimenti. Non sorprende dunque l'enfasi con cui il Presidente Assad, nel corso del suo incontro con Laktar Brahimi, ha sostenuto che è necessario che questi gruppi e chi continua ad armarli vengano messi in condizioni di non nuocere se si vuole che il processo politico vada avanti.

Se prosegue l'intromissione saudita, vengono meno le prospettive di qualunque Ginevra II. Allo stesso modo, non esiste alcuna opposizione siriana definita con cui si possano portare avanti delle trattative: esistono dei personaggi con cui il governo può intraprendere un dialogo, cosa che sta effettivamente succedendo, ma la maggior parte di queste personalità contano solo per se stesse e non hanno alle spalle alcuna vera organizzazione, alcun gruppo costituito, e nessuna influenza sulla Siria. Possono esprimere il loro punto di vista, e lo stanno facendo, ma nessuno di costoro può contare su una base in grado di influire sugli equilibri politici in Siria.

La realtà è che innanzitutto occorrerà un'intesa tra Iran e Arabia Saudita, che faccia da presupposto perché un accordo al vertice tra Stati Uniti e Russia abbia qualche possibilità di funzionare. Su questo piano l'opposizione siriana -che è sempre più frammentata- è irrilevante: essa dovrà seguire la tendenza generale che emergerà, se mai ne emergerà una. Tutti coloro che sono interessati al processo di pace in Siria stanno dunque aspettando di vedere se l'Arabia Saudita continuerà a comportarsi come si sta comportando, o se cambierà atteggiamento. Alcuni intravedono la possibilità di un cambiamento in questo senso, semplicemente perché la politica oggi seguita dai sauditi è evidentemente dannosa per la stessa Arabia; gli stessi però sono anche consapevoli del vuoto di potere che c'è ai vertici del regno e del timore, radicato nella casa dei Saud, di perdere la pretesa supremazia sul mondo islamico, che starebbe sfuggendo loro dalle mani lasciandoli con una legittimità come custodi dei luoghi santi di Medina e la Mecca sminuita e in qualche modo minata. Non è molto probabile che un cambiamento di rotta nella politica saudita si sarebbe verificato in tempo per una Ginevra II da tenersi nel mese di novembre.
 

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