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A dieci anni dalla distruzione di Falluja PDF Stampa E-mail
Mercoledì 22 Gennaio 2014 11:53

Nel gennaio 2014 i combattenti dello Stato Islamico nell'Iraq e nel Levante avrebbero preso il controllo della città irachena di Falluja.
Nel 2004 la città pagò un costo eccezionalmente alto all'imperialismo yankee; si riporta in traduzione un articolo sulla politica statunitense in Iraq e sui suoi costruttivi risultati.

Traduzione da Asia Times.
Nick Alexandrov - Ecco quello che gli USA lasciano in Iraq
La stampa statunitense ha deplorato la caduta di Falluja. La città irachena ha fatto le spese, all'inizio di gennaio, di una "recrudescenza della guerriglia islamica in Iraq occidentale", ha scritto Peter Baker sul New York Times, come a ricordare che "la guerra è tutto, meno che finita". I suoi colleghi Yasri Ghazi e Tim Arango hanno descritto Falluja come "una città assediata, con l'obitorio strapieno di morti e la popolazione a corto di cibo, acqua e combustibile per i gruppi elettrogeni"; altre fonti ed esperti statunitensi si sono affrettati a ricordare ai loro lettori che Falluja è stata in passato la scena di massacrti perpetrati dagli ameriKKKani.
Una città "di notevole rilevanza simbolica", secondo Liz Sly dello Washington Post, in cui "gli Stati Uniti hanno combattuto la loro battaglia più sanguinosa dai tempi della guerra in Vietnam"; "il prezzo è stato alto, per i soldati ameriKKKani" fa eco lo Wall Street Journal, mentre l'editorialista liberal del Post David Ignatius ha aggiunto che a Falluja "migliaia di ameriKKKani sono stati uccisi o feriti nel corso degli ultimi dieci anni, mentre lottavano contro gli jihadisti". E chi altri all'infuori di loro potrebbe costituire il bersaglio più appropriato per il governo degli Stati Uniti?
Chi altri? Come qualcuno ancora ricorda, è stato il popolo iracheno in generale a fare da bersaglio. Negli ultimi decenni il governo statunitense lo ha trattato come un bersaglio generico, mietendo centinaia di migliaia di vite.
Per tornare a Falluja, possiamo notare che gli attacchi condotti da Washington ad aprile e novembre del 2004 hanno ridotto in macerie una città in cui un censimento delle Nazioni Unite svolto prima dell'occupazione registrava quattrocentotrentacinquemila abitanti, e si tratta di dati prudenziali. Un gruppo di lavoro di emergenza dell'ONU ha stimato un "quaranta per cento degli edifici e delle case" rimasti a cose fatte "significativamente danneggiati", mentre un altro venti per cento avrebbe "riportato danni ingenti". Il rimanente quaranta per cento è stato "completamente distrutto", secondo quanto scrive la scienziata politica Neda Crawford. Facendo propria una citazione da No true glory di Bing West, la Crawford riferisce di come un generale statunitense, giunto a Falluja dopo gli attacchi del novembre 2004, "abbracciò con lo sguardo le strade, i pali storti per i cavi telefonici, le botteghe sventrate, i mucchi di calcinacci, le carcasse contorte delle auto bruciate, i tetti distrutti, i muri sforacchiati, e disse 'Oh, cazzo'".
I tentativi degli statunitensi di "liberare" gli abitanti di Falluja -liberarli dall'abbraccio mortale della loro stessa vita, si presume- hanno messo insieme "una caterva di violazioni alla Convenzione di Ginevra", sostengono le studiose Elaine A. Hills e Dahlia S. Wasfi, tra le quali non ultime "la distruzione dei presidi sanitari e degli acquedotti", secondo quanto riferito dai membri del Congresso Jim McDermott e il dr. Richard Rapport.
Hills e Wasfi considerano l'assedio di aprile 2004 e scrivono che gli statunitensi bloccarono gli accessi all'ospedale intanto che i cecchini dei Marines "si sistemavano sui tetti, bersagliando le ambulanze e gli ingressi dell'ospedale" ed altri soldati pattugliavano la zona sparando sui civili pressoché a casaccio" finendo per ucciderne tra i seicento egli ottocento.
Azioni molto brutali, che non sono altro che un anticipo dei massacri oltremodo selvaggi che si verificarono nel novembre sucessivo, quando furono uccise tra le seimila e le ottomila persone e "l'ospedale di primo soccorso Nazzal venne raso al suolo" due giorni prima che i soldati statunitensi assalissero l'ospedale principale di Falluja; qui, ricordarono in seguito i medici, >"ci appesero e ci pestarono nonostante non avessimo armi e disponessimo solo di strumenti medici". Tanto per andare sul sicuro, gli statunitensi impedirono alla Mezzaluna Rossa irachena di accedere a Fallujia per un'intera settimana. Il giornalista iracheno Burhan Fasa'a riferì di come i cecchini, appostati sul tetto dell'ospedale, sparassero a qualsiasi cosa si muovesse.
Nicholas J.S. Davies, a proposito della distruzione di Falluja, ha scritto che "la natura pervasiva e sistematica di questi crimini rende evidente che la responsabilità penale di tutto questo appartiene innanzitutto alle massime autorità militari e civili, che si sono servite di queste tattiche come parte integrante della strategia adottata". Una conclusione cui l'autore è giunto dopo aver preso in esame le politiche statunitensi messe in atto in precedenza.
Lo scienziato politico Ole R. Holsti ha preso in considerazione questa miserabile rassegna, notando che "nel corso degli anni Ottanta", per esempio, "la DIA sapeva che l'Iraq era andato 'acquisendo attivamente la capacità di utilizzare armamenti chimici sin dalla metà del decennio precedente" e che l'unica reazione che Washington -un attore di primissimo piano della scena internazionale- aveva saputo mettere in atto era stato cancellare l'Iraq dalla "lista dei terroristi" tenuta dal Dipartimento di Stato; era il 1982, sotto la presidenza di Ronald Reagan. In seguito, Washington fece in modo che Saddam Hussein avesse facile accesso ad una vasta gamma di tecnologie militari, come gli elicotteri Hughes e Bell. Gli elicotteri gli furono venduti "ufficialmente per irrorare i campi", scrive Holsti, mentre "potevano essere utilizzati, e di fatto lo furono, per spargere gas tossici contro i soldati iraniani e contro i curdi nelle zone a nord del paese". Negli anni seguenti "le prove del fatto che gli iracheni avessero usato armamenti chimici" presero concretezza proprio mentre le relazioni tra Stati Uniti ed Iraq si intensificavano.
Il fatto che "i servizi ameriKKKani, tra agosto 1983 e marzo 1988" fossero giunti alla conclusione che "c'erano stati almeno dieci casi documentati in cui gli iracheni avevano usato armi chimiche contro gli iraniani e tre casi in cui le avevano usate contro i curdi, ed in ogni caso c'erano state fino a diecimila vittime" non impedì a Washington di fornire il proprio consistente sostegno. Saddam, negli anni Ottanta, non doveva stare attento a non superare alcuna "linea rossa".
Questi sforzi per diffondere la disperazione in Iraq continuarono nel decennio successivo sotto le presidenze di George Diabolus Bush senior e di Bill Clinton: un accorato esempio di accordo bipartisan, in un epoca in cui il governo statunitense -si diceva- era "spaccato"...
Dopo la prima guerra in Iraq, per esempio, il sottosegretario generale dell'ONU Martti Ahtisaari si recò con una missione a Baghdad. I partecipanti si erano documentati con cura, ebbe a scrivere a marzo del 1991, tramite "approfondita consultazione di quanto i media avevano riferito sulla situazione in Iraq", ma dovettero accorgersi subito dopo il loro arrivo che "nulla di quanto avevamo visto o letto ci aveva minimamente preparato alla devastazione, pressoché apocalittica, in cui era precipitato il paese"; qualcosa che lo condannava, per il futuro che era possibile prevedere, "a precipitare in un'epoca preindustriale".
E questa era la situazione quando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU impose le sanzioni; il filosofo della politica Joy Gordon scrive che le sanzioni, delle Nazioni Unite portavano soltanto il nome. In realtà esse "furono in tutto determinate dagli Stati Uniti", la cui "linea politica inflessibile" fu quella di "infliggere all'Iraq i danni economici più gravi che fosse possibile".
Nel 1995, l'ONU stimò che questa politica avesse finito per uccidere più di mezzo milione di bambini. L'ex segretario di stato Madeleine Allbright, nella sua vergognosa dichiarazione a 60 minutes, affermò che ne era valsa la pena. Denis Halliday e Hans von Sponeck, due coordinatori umanitari dell'ONU in Iraq, si dimisero uno dopo l'altro.
Halliday aveva concluso che "gli stati membri del Consiglio di Sicurezza portano la colpa di aver consapevolmente prestato il proprio sostegno ad una situazione in cui si sta verificando un genocidio"; Von Sponeck ebbe a rincarare la dose, affermando che era "appropriato" dire che il regime di sanzioni applicato violava quanto stabilito dalle convenzioni sui genocidi. Pochi anni dopo, nel giugno del 2003, il corrispondente del New York Times David Rohde ebbe la faccia tosta di scrivere che "il concetto di demokratiya si è fatto strada nell'immaginario iracheno... proprio come i neo-con di Washington avevano sperato che succedesse", a seguito dell'aggressione illegale verificatasi dopo un genocidio che aveva di per sé costituito una mezza apocalisse, e dopo i primi attacchi.
Una valutazione delle conseguenze degli attacchi statunitensi contro Falluja non è neppure cominciata. In una intervista del marzo 2013 a Democracy now! il coraggioso giornalista d'inchiesta Dahr Jamail ha spiegato ad Amu Goodman quali sono state le conseguenze dell'utilizzo indiscriminato di uranio impoverito e fosforo bianco da parte di Washington.
"C'è una dottoressa, una pediatra che si chiama Samira Alani, che lavora a Falluja. Dopo aver fatto ricerche in Giappone, la Alani è arrivata alla conclusione che 'i casi di malformazioni congenite a Falluja sono quattordici volte più alti di quelli riscontrati a Hiroshima e Nagasaki dopo le esplosioni nucleari'".
Molti casi presentano deformità mai viste: parlando di alcune delle vittime della politica estera di Washington, Jamail parla di "problemi di rilevante portata al sistema nervoso centrale" e di "bambini che nascono con metà degli organi interni fuori dal corpo". Un fatto troppo rivelatore per poter finire sui nostri quotidiani più autorevoli.
 

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