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Pochi e mal d'accordo. I partecipanti alla conferenza di Ginevra II secondo Conflicts Forum PDF Stampa E-mail
Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:58
Combattenti dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante, settembre 2013.

Traduzione da Conflicts Forum.


Intanto che si attendono i risultati di Ginevra II, la situazione in Medio Oriente rimane complessa; contraddittorie restano le mosse delle varie correnti politiche.
In Libano per la prima volta ci sono segnali di un ammorbidirsi delle istanze dell'Arabia Saudita, arrivata al punto da accettare, senza tanto chiasso, di collaborare in qualche modo con l'Iran (si legga in basso). In Siria invece la politica dell'Arabia Saudita è quella di prestarsi senza ombra di dubbio al dialogo, anche se i sauditi sarebbero contenti di vedere la conferenza di Ginevra finire con un nulla di fatto grazie all'abbandono del tavolo da parte della coalizione di "opposizione" in cui predomina il Consiglio Nazionale Siriano. Oggi come oggi, Qatar e Arabia Saudita si stanno accusando l'un l'altro delle spaccature che dividono la cosiddetta "opposizione" siriana  ed il suo ridimensionamento ad una specie di piccolo e per nulla rappresentativo nucleo di esiliati che alla vigilia della conferenza era privo di qualunque strategia politica. L'inizio dei colloqui è previsto per il 22 gennaio (si noti che questo scritto è stato redatto prima che fosse noto il risultato dell'incontro delle forze di "opposizione" fissato per venerdi in cui deve essere decisa la linea da tenere alla conferenza di Ginevra).
In generale stiamo assistendo ad un parziale ammorbidirsi della posizione dell'Arabia Saudita in Libano (si veda sotto) mentre alcune voci non confermate asseriscono che il principe Bandar avrebbe cercato un contatto con Adnan Khashoggi per aprire un canale diretto con Tehran. Dall'altra parte nulla fa pensare che i sauditi intendano mollare su Siria, Iraq o Fratelli Musulmani. Negli ultimi tempi abbiamo anche notato alcune evidenze concrete di come gli alti gradi dell'esercito iracheno stiano reagendo con crescente insofferenza alle mene saudite dirette ad indebolire il governo del primo ministro Al Maliki.
Al Quds al Arabi trattando della Siria ha riferito delle recenti elezioni per il comando del Congresso Nazionale Siriano; un evento considerato cruciale per la linea che l'"opposizione" sceglierà di adottare alla conferenza di Ginevra; intenso ed amaro è stato il confronto fra i candidati; alla fine Ahmad al Jarba (uomo di Bandar) ha conservato la sua carica, e a farne le spese è stato Riyad Hijab, più vicino al Qatar. Il tutto si è svolto "in mezzo alla polarizzazione delle posizioni e alle accuse di compravendita dei voti". Alla riunione hanno prevalso tensioni aspre, che hanno spinto quarantuno dei centoventuno appartenenti al Consiglio Nazionale Siriano a minacciare le dimissioni; tra loro figure importanti come Mustafa al Sayigh, ex segretario generale del Consiglio, Luayy al Miqdad, portavoce del comando supremo del "Libero" Esercito Siriano, Nizar al Hiraki, rappresentante in Qatar del Consiglio, e Khalid Khuja, rappresentante in Turchia.
Kamal al Labwani, altra eminenza della "opposizione" siriana e membro del Consiglio Politico della Coalizione dell'Opposizione Siriana, ha poi tirato una bomba verbale in mezzo ai litiganti, riferendo ad Al Watan che il ritiro di gruppi e di costituenti della coalizione rappresenta "una operazione tattica preparata in anticipo" per far abortire il tentativo di partecipare a Ginevra II. "Abbiamo impedito che la Coalizione dell'Opposizione Siriana partecipasse alla conferenza grazie ad una manovra preparata in anticipo.  Abbiamo messo in piedi tutta la faccenda proprio per non andare alla conferenza. Noi non vogliamo dialogare con il criminale governo di Assad. Nella coalizione c'è qualcuno che accetta il dialogo con il governo, ma a questi si oppongono coloro che il dialogo non lo vogliono e che sono quelli che si sono ritirati dalla coalizione. La coalizione pare abbia cominciato ad affogare nei suoi stessi errori. In pratica ci siamo suicidati politicamente nel tentativo di impedire che si dialoghi con questo governo, che ha ucciso più di centotrentamila figli dell'onorato popolo siriano". Al Labwani ha aggiunto: "Abbiamo messo la Coalizione nell'ordine di idee di evitare la partecipazione alla conferenza di Ginevra" (corsivo di Conflicts Forum). Va anche detto che Al Watan appartiene alla famiglia reale del Qatar.
Sembra che la conferenza di Ginevra si dovrà svolgere senza che vi siano rappresentati importanti gruppi dell'opposizione interna al paese. Haytam al Manna, uno dei più influenti leader del Comitato Nazionale di Coordinamento per il Cambiamento Democratico avrebbe riferito ad Al Mayadin che il suo gruppo non avrebbe partecipato a Ginevra II. Il NCC, un'organizzazione che raggruppa i partiti di opposizione di sinistra e nazionalisti, sperava di poter collaborare con il Consiglio Nazionale Siriano per mettere insieme una delegazione unificata che partecipasse ai colloqui. "Siamo andati noi a cercarli per vedere di collaborare", ha riferito ad Al Monitor Ahmad al Esrawi, che appartiene all'esecutivo dello NCC; ha aggiunto poi che il Consiglio Nazionale Siriano doveva ancora dar loro risposta. Ancora, è un funzionario superiore del Partito Socialnazionalista Siriano (SSNP) [1] come Ali Haidar, che è ministro della riconciliazione nazionale e capo dello stesso SSNP, ad affermare che non parteciperà alla conferenza a causa di divergenze con la coalizione. "Haidar non farà parte della delegazione governativa, questo è certo. Se deve esserci una delegazione capeggiata dalla coalizione, noi non ci saremo. Sicuramente no", ha detto Elia Samaan. L'opposizione politica, fin dall'inizio, è sempre stata osteggiata sia dai gruppi di opposizione in esilio sia da sostenitori nel Golfo e in Occidente a causa della propria posizione contraria ad un intervento esterno e al sostegno espresso a favore del dialogo e del negoziato col governo siriano.
Sembra che l'Arabia Saudita abbia reagito per diverso tempo in modo schivo ai tentativi occidentali di blandirne un atteggiamento favorevole per la Ginevra II. L'Arabia Saudita ha preferito cullare il proprio risentimento e il proprio rancore a fronte del rifiuto degli ameriKKKani di intraprendere un'azione militare contro il presidente Assad. I sauditi hanno detto chiaramente che non avrebbero in nessun modo sostenuto un'iniziativa in cui l'Iran avesse avuto la parola; e l'Iran a Ginevra II non è stato invitato, nonostante le pressioni di Mosca, mentre sono stati invitati paesi tutto sommato di minore coinvolgimento come l'Algeria e l'Indonesia. L'Arabia Saudita ha anche fatto sapre ai russi che se una Ginevra II doveva esserci, a parteciparvi sarebbe stata una delegazione composta da quelli che davvero agiscono come intermediari dell'Arabia Saudita, ovvero il Consiglio Nazionale Siriano. L'ultimo incontro del Consiglio Nazionale Siriano è servito proprio a mettere in chiaro questo aspetto. Tuttavia è già evidente il fallimento dell'iniziativa: così com'è fatta, la delegazione della "opposizione" non rappresenta altro che una ristretta cricca di esiliati; le altre componenti dell'opposizione hanno preso questi maneggi così male da aver deciso di far crollare Ginevra II e di farli rimanere sotto le macerie. Il Consiglio dell'Opposizione Siriana ha già redatto una dichiarazione scritta in cui afferma di aver rifiutato di partecipare a Ginevra II. C'è anche la possibilità che questo rientri negli obiettivi dei sauditi, che alla conferenza vorrebbero una delegazione di oppositori limitata e scarsamente rappresentativa, l'assenza di un protagonista di primo piano come l'Iran e il disconoscimento dei gruppi dell'opposizione politica interna alla Siria, il tutto accompagnato dall'assoluta opposizione di tutti i gruppi jihadisti. Una Ginevra II -se mai ci sarà- con queste premesse non potrà che essere l'inizio di "un lungo processo", come ha detto Kerry.
L'Occidente continua comunque a fare pressioni sul Consiglio Nazionale Siriano affinché partecipi alla conferenza, che alla fine è stata convocata ed ha avuto inizio a Montreux, e può essere che la cosa produca qualche cambiamento. E' interessante notare, come riferito da Hurriyet, che secondo un funzionario del Consiglio Nazionale Siriano intervistato a Londra altri sostenitori dell'opposizione non stanno facendo lo stesso con la Gran Bretagna e con gli Stati Uniti: "La Francia [che sta cercando di sostituirsi agli USA come faccendiere dell'Arabia Saudita] ci chiede di partecipare, ma ci dice anche che sarà d'accordo con noi qualsiasi cosa decideremo di fare. La Turchia e l'Arabia Saudita sono sulla stessa linea". In altre parole ci sono divergenze all'interno del Consiglio Nazionale Siriano, ma anche divergenze anche più chiare all'interno degli "Amici della Siria", di cui solo alcuni caldeggiano la conferenza di Ginevra II, perché si teme che il presidente Assad ne uscirà senza aver fatto alcuna concessione.
L'Arabia Saudita, e in una certa misura anche buona parte del panorama politico ameriKKKano (si veda sotto) stanno facendo capire che ci possono essere occasioni diverse da Ginevra, al contrario di Kerry che va dicendo che Ginevra rappresenta un'occasione unica. A dirigere gli eventi sul terreno oggi sono i sanguinosi combattimenti in corso adesso tra gruppi jihadisti nel nord della Siria; le cose hanno preso una piega orribile, con un mucchio di morti, jihadisti che uccidono altri jihadisti ed un caso in cui un gruppo di jihadisti ha violentato la moglie e la madre del capo di una fazione rivale. Dapprincipio Da'ish, lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante, ha barcollato sotto il colpo ma negli ultimi giorni ha reagito e si è ripreso. L'Esercito Arabo Siriano ha approfittato della situazione riprendendo il controllo delle aree rimaste senza presidi man mano che le lotte intestine infuriavano e passavano. Come abbiamo già notato in questa sede, la situazione militare nel complesso è cambiata a vantaggio del presidente Assad.
Edward Dark è il nome di guerra di un abitante di Aleppo che fino a qualche tempo fa era un attivista dell'opposizione. Scrive che "Tutti sanno che il Fronte Islamico che sta cercando di cacciare lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è generosamente sostenuto e finanziato dall'Arabia Saudita; tenendo presente questo, possiamo capire le vere ragioni e la tempistica che stanno dietro questa improvvisa guerra senza esclusione di colpi. Negli ultimi mesi il Fronte Islamico ha praticamente distrutto il Consiglo Supremo Militare del "Libero" Esercito Siriano guidato dal generale Salim Idris, di orientamento moderato; questo rende i colloqui di Ginevra privi di qualsiasi significato, e sostanzialmente ininfluenti i loro risultati... Ora il Fronte cercherà di far fuori il babau di al Qaeda e di imporre la propria e meno estrema versione. Ironicamente Jabhat al Nusra, un altro gruppo affiliato ad al Qaeda sostenuto da Ayman al Zawahri e definito organizzazione terroristica dagli Stati Uniti si è unito alla lotta contro lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante. Toccherà a loro, la prossima volta? O verranno assimilati, cambieranno bandiera e verranno venduti all'opinione pubblica mondiale come gruppo jihadista sì, ma del tipo presentabile, come quelli del Fronte Islamico"? Dark lancia un avvertimento: "occhio a non sbagliarvi. Non è che stiamo assistendo ad una rinascita della rivoluzione siriana, né ci troviamo davanti ad un'altra insurrezione popolare contro un diverso tiranno. Il popolo siriano oggi è troppo diviso, troppo demoralizzato e troppo stanco della guerra per tentare qualche cosa di simile. Qui si tratta solo di una lotta a coltello per il potere tra gruppi jihadisti mossi da ideologie simili, diversi soltanto per il loro nome e per l'identità di chi sta alle loro spalle. I sistemi con cui impongono sul terreno il loro modo di pensare sono poco diversi l'uno dall'altro". (il corsivo è nostro).
L'Arabia Saudita pare dunque si muova con molta prudenza sulla conferenza di Ginevra II e che pensi ancora di poter presentare i propri jihadisti del Fronte Islamico (e magari anche Jahbat al Nusra, con il tacito sostegno occidentale) come jihadisti "moderati" o come la componente maggioritaria dei "ribelli", lasciando così aperta la possibilità di collimare con la cangiante visione dei neocon statunitensi, degli interventisti che agiscono in Medio Oriente o in patria, degli esperti da think tank, compresi i gruppi lobbystici di Washington, che vanno ancora dicendo che bisogna indebolire il presidente Assad con ogni mezzo, anche sostenendo i moderati jihadisti takfiri dell'Arabia Saudita, perché questa è la condizione necessaria e ineludibile per costringerlo a dei seri negoziati con l'opposizione. In breve, l'Arabia Saudita sta tirando la corda in due diverse direzioni, sostenendo con poco entusiasmo Kerry e al tempo stesso preparandosi alla prospettiva di un fallimento della conferenza, che potrebbe portare ad un rafforzamento degli interventisti ameriKKKani. Siamo appena all'inizio e non è dato sapere se il Fronte Islamico del principe Bandar riuscirà a sconfiggere Da'ish. Ora come ora, sta solo riuscendo a indebolire e a dividere l'opposizione jihadista armata.
I russi cercano di differenziarsi molto da questa "opzione dei takfiri moderati" che piace ai neo-con e agli interventisti. Vitaly Naumkin, facendo propri il pensiero del ministro degli esteri Lavrov, scrive: "i responsabili russi e i diplomatici non condividono le illusioni degli Stati Uniti sul fatto che esistano differenze tra i terroristi che combatono in Siria secondo gli scopi di paesi esteri e quelli che combattono per obiettivi propri [ovvero, tra jihadisti che agiscono a livello mondiale e jihadisti che confinano alla Siria il proprio impegno]. Secondo i russi, la differenza tra loro non è tanto marcata da far sì che si possa considerare il Fronte Islamico con cui i funzionari statunitensi hanno contatti come un gruppo moderato, mentre lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante farebbe la parte del gruppo estremista e terroristico. Gli Appartenenti ai Fratelli Musulmani in Egitto, la cui organizzazione è stata dichiarata terroristica dal governo egiziano, sono quasi degli agnellini se paragonati ai membri del Fronte Islamico".

In Libano, invece, l'intransigente opposizione dell'Arabia Saudita nei confronti di un governo di unità nazionale sembra si sia ammorbidita. Dopo la visita di due giorni del ministro degli esteri irianiano Zarif avvenuta la scorsa settimana, e nel corso della quale il ministro ha incontrato esponenti di partiti politici libanesi che stanno cercando di realizzare un governo di unità nazionale, Zarif è riuscito a convincere Walid Jumblatt, i cui voti in parlamento sono determinanti in un senso o nell'altro, che c'è la possibilità concreta di arrivare a formare un governo e che l'unica cosa da fare è persuaderne l'Arabia Saudita. Jumblatt ha contattato Riyadh, e ne ha ottenuto il benestare.
Non è facile capire il perché di questa virata di centoottanta gradi. il Fronte del 14 marzo non ha certo messo la sordina alle proprie pretese di un governo senza Hezbollah. E' possibile che Stati Uniti ed Europa si siano svegliati in seguito alla crescita della presenza e delle attività terroristiche dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante sul territorio libanese, che abbiano capito che anche il Libano può cadere vittima dei movimenti jihadisti come la Siria, e che abbiano intensificato i propri sforzi e le proprie pressioni perché si stabilizzi la situazione nel paese attraverso la formazione di un governo di unità nazionale. Se l'iniziativa iraniana avrà successo e se i sauditi non si metteranno di traverso, ne scaturirà la soluzione per molti dei problemi della politica libanese, paralizzata da un anno e mezzo.
Uno degli aspetti di questa paralisi riguarda le prospezioni geologiche su petrolio e gas. Un corrispondente di Conflicts Forum ci ha scritto: "Il lungo iato nelle decisioni pratiche di cui il Libano ha sofferto ha influito anche sui piani per le prospezioni geologiche nelle acque territoriali e in quelle della zona economica esclusiva. Il governo in carica non può e non deve occuparsi altro che degli affari ordinari e non ha potuto approvare i due decreti necessari a definire il numero di zone di prospezione eper il gas e le ripartizioni di ciascuna zona. Il ministro ad intermi per le acque e l'energia Gebran Bassil ha cercato di far passare i provvedimenti in una seduta straordinaria dell'esecutivo, ma il primo ministro ad interim Mikati gli ha fatto presente che la costituzione non permette che il consiglio dei ministri si riunisca per motivi come questo. Bassil ha dovuto rinviare il bando per le concessioni sulle prospezioni offshore dal 10 gennaio al 10 aprile del 2014.
Nonostante le divisioni politiche, i vari raggruppamenti politici in Libano con la sola eccezione di Bassil e del suo gruppo, che è uk Movimento Libero Patriottico, sono d'accordo per il rinvio. Il blocco del 14 marzo è all'opposizione, ma anche alcuni appartenenti alla compagine governativa cui appartiene lo stesso Movimento Libero Patriottico non vogliono che Gerbal Bassil e i suoi si prendano tutto il merito politico agli occhi dell'opinione pubblica per aver dato il via alle prospezioni. In tutta la facenda ci sono anche preoccupazioni piuttosto serie perché è mancata la trasparenza e non esiste alcun piano strategico per collegarsi al più ampio potenziale di produzione di gas che si trova nel Mediterraneo Orientale. Stando così le cose nessun partito politico ha voluto imbarcarsi in una partnership a lungo termine con compagnie petrolifere straniere, tutti hanno preferito lasciarsi aperta ogni possibilità. In un contesto come questo non c'è stata altra scelta che rinviare il bando.
Sul piano politico c'è chi vorrebbe che si legasse la data del bando a quella dell'approvazione dei due dereti, cosicché il bando potrebbe aver luogo sei settimane o tre mesi dopo la firma dei decreti, qualunque sia la data in cui ciò avviene. Si è tuttavia preoccupati che questa mancanza di certezza sui tempi finisca per mandare segnali poco incoraggianti alle compagnie petrolifere, e che esse finiscano comunque per perdere interesse alla cosa e per ritirarsi tutte. Ecco il perché di questi tre mesi di "ritardo tecnico" e del dieci aprile come data. Questo ritardo non è causato da divergenze sui due decreti, né sul rilascio delle licenze per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e di petrolio. Il problema è nella divisione politica dei poteri. E' difficile pretendere che ci si muova su questo versante prima che esista un accordo politico per un nuovo governo. Una volta che un governo ci sarà, le cose si muoveranno velocemente perché il lavoro preparatorio è tutto fatto e l'authority petrolifera non è toccata da questi problemi".


[1] Partito laico e nazionalista di opposizione, rappresentato nel parlamento di Damasco, N.d.T.
 

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