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Ramzy Baroud - In Iraq si teme per l'implosione del paese PDF Stampa E-mail
Sabato 08 Febbraio 2014 11:16
Il "democracy export" yankee è da molti anni oggetto di scherno. La gamma  di discipline in cui era sufficiente avere competenze anche minime per accoglierne gli intenti con scettico disprezzo (sin dal loro primo manifestarsi) è pressoché sterminata.

Traduzione da Asia Times

Il Segretario di Stato John Kerry non aveva ancora fatto in tempo a salire sull'elicottero dopo la visitina in Iraq dello scorso anno, che già era chiaro che gli ameriKKKani hanno perso ogni controllo su quel paese che qualche tempo fa volevano riplasmare secondo i loro gusti.
Il 24 marzo 2013 Kerry se ne andò dopo una visita "a sorpresa" che doveva servire a ricordare il decimo anniversario dell'invasione statunitense dell'Iraq. Dieci anni prima gli Stati Uniti avevano investito Baghdad, scatenando uno dei più lunghi e brutali conflitti del secolo. Da allora, l'Iraq non ha mai smesso di versare sangue.
Nel corso della sua visita Kerry non ha offerto alcunché di rilevante, a parte i soliti e prevedibili luoghi comuni sugli asseriti successi nella democratizzazione del paese che suonano più che altro come un epitaffio per quello che si era immaginato come un trionfo per i valori ameriKKKani. Kerry in pratica ha mostrato che dieci anni di guerra non sono stati nemmeno sufficienti a permettere ad un diplomatico ameriKKKano di recarsi in Iraq in modo normale. Gli è toccato fare "una sorpresa" perché in nessun modo un coordinamento tra l'ambasciata ameriKKKana, allora gonfia di sedicimila impiegati, ed il governo iracheno avrebbe potuto garantire per la sua sicurezza.
La maggior parte dei capoclan sunniti sono stati imbeccati con il paradigma politico imposto dagli ameriKKKani quasi immediatamente dopo l'invasione, basato sulla divisione del paese secondo linee confessionali. Le zone sunnite al centro e ad est hanno pagato uno scotto spaventoso all'invasione statunitense, che ha rafforzato le élite politiche che pretendevano di parlare a nome degli sciiti. Gli sciiti nei primi tempi erano per lo più propensi ad assecondare gli interessi iraniani, ma hanno cominciato lentamente a diversificare le proprie istanze.
Dapprincipio gli sciiti sono stati al gioco degli statunitensi e si sono mossi col pugno di ferro contro coloro che osavano resistere all'occupazione. Col passare degli anni però il Primo Ministro in carica Nouri al Maliki ha trovato nell'Iran un alleato più affidabile e adatto agli interessi confessionali ed economici. Di conseguenza l'Iraq è caduto nelle mani di una strana e mai esplicitata troika in cui gli Stati Uniti e l'Iran hanno una grossa influenza politica e dove un governo a predominanza sciita ha saputo barcamenarsi con intelligenza ed è riuscito a sopravvivere.
Ovviamente, un paese grande come l'Iraq, con la storia che si ritrova, non finisce da solo in mezzo ad un marasma confessionale. Solo che i politici sciiti e sunniti, gli intellettuali che hanno rifiutato di aderire all'archetipo di politica intollerante che domina largamente sono stati da un bel po' messi da parte, improgionati, uccisi, deportati, o semplicemente laciati senza alcuno spazio nell'Iraq di oggi. L'identità nazionale è stata soppiantata dall'identità confessionale, tribale, religiosa e razziale.
Oggi lo staff dell'ambasciata statunitense conta cinquemilacento addetti, ma le imprese ameriKKKane stanno abbandonando i loro investimenti nel sud, laddove si trova la maggior parte dei giacimenti di petrolio del paese; ed è al sud che Maliki prevale.
Maliki ovviamente non fa testo per tutti gli sciiti e non ha alcuna tolleranza nei confronti di chi dissente. Nel 2008 intraprese una guerra brutale per riprendere Bassora alle milizie sciite che avevano osato sfidarlo. In seguito ha colpito l'Esercito del Mahdi del religioso Muqtada al Sadr, in un quartiere alla perfieria di Baghdad. Ha vinto in tutti e due i casi, ma gli è costato caro. I suoi antagonisti sciiti sarebbero felici di vederlo perdere il potere.
Maliki, comunque, è stato ancora più brutale nei confronti della dissidenza sunnita; il suo governo, secondo un copione adottato dalla maggior parte delle dittature arabe, va dicendo di aver combattuto il terrorismo sin dal giorno del suo insediamento.
I gruppi sunniti militanti, alcuni dei quali affiliati da Al Qaeda, hanno potuto trarre vantaggio dalla situazione caotica per promuovere la loro ideologia. I sunniti iracheni hanno subito ogni genere di umiliazione, nei lunghi anni che hanno preceduto l'arrivo di Al Qaeda nel paese per gentile concessione dell'invasione statunitense.
I gruppi tribali sunniti del paese, nonostante tutti i tentativi fatti per arrivare a negoziare per loro una qualche consistenza sul piano giuridico che aiutasse milioni di persone a sfuggire all'inferno della guerra, sono stati messi da parte ed umiliati. L'ex Segretario alla Difesa statunitense Ronald Rumsfeld, come si sa, aveva una spiccata preferenza per l'accanimento contro i sunniti di qualsiasi appartenenza che sostenessero o anche solo tollerassero la resistenza.
Nel dicembre del 2011 l'ultima colonna militare statunitense si è snodata come un serpente sulla via per il Kuwait, lasciando un Iraq nella peggior situazione possibile: un governo centrale settario e corrotto oltre ogni limite, e un mucchio di partiti litigiosi in guerra tra loro per il potere o la vendetta.
Nonostante tutto l'Iraq è ancora molto importante per gli ameriKKKani. Dal punto di vista militare è stato un esperimento fallito, ma le sue risorse di petrolio e gas naturale sono ancora abbondanti. Per di più il paese sta diventando più ricco, la quota del budget iracheno per il 2014 "prevede esportazioni medie di tre milioni e quattrocentomila barili al giorno; oltre un milione di barili in più rispetto all'anno precedente", secondo gli esperti dell'Economist. Forbes invece riferisce che per quanto riguarda il mercato degli idrocarburi "all'orizzonte si prospettano sicuramente dei cambiamenti radicali".
In prospettiva la produzione potenziale di greggio in Iraq è tale da "minimizzare tutto il resto", afferma il Canada's Globe and Mail facendo riferimento a Henry Groppe, un ascoltato esperto in materia: a suo dire "Si tratta di qualcosa che tutti vorrebbero vedere e seguire, più vicino possibile".
Nelle conclusioni tratte in materia di prospettive per l'energia in Iraq nel 2012, l'Agenzia Internazionale per l'Energia affermava che la produzione irachena avrebbe potuto "raggiungere gli oltre nove milioni di barili al giorno nel 2020", cosa che avrebbe "eguagliato la più alta crescita nota in tutta la storia dell'industria estrattiva mondiale".
Ci sono ancora molti occhi attenti sulla situazione. Kerry e l'amministrazione statunitense non si fidano molto di Maliki, che considerano troppo vicino a Tehran per essere affidabile. Tuttavia l'uomo forte in Iraq è lui, e secondo la BBC ha ai suoi ordini novecentotrentamila armati "nell'esercito, nella polizia e nei servizi". Una cosa di cui gli ameriKKKani devono pur tenere conto.
E poi, è difficile mettere le mani sulle risorse irachene. Chi comanda fida nel fatto che la lotta dell'esercito regolare contro i gruppi sunniti, contro gli affiliati di Al Qaeda e contro gli altri gruppi armati nella provincia di Al Anbar ed altrove si svolge fuori dai principali campi petroliferi del paese. Ma non dovrebbe dimenticare che la guerra civile è qualcosa che sfugge velocemente ad ogni controllo: il conto dei morti -ottomila persone nel solo 2013, per lo più civili- desta allarme: secondo le Nazioni Unite è la cifra più alta dal 2008 ad oggi.
Pare che l'Iraq stia tornando ai propri anni peggiori. Stavolta gli Stati Uniti hanno troppo poca influenza sul paese per poter pensare di controllare gli eventi da lontano. "Questa lotta è affare degli iracheni", ha detto Kerry nel corso di alcune dichiarazioni rilasciate durante una visita a Gerusalemme. Con la scarsa presenza militare e diplomatica che hanno, gli Stati Uniti possono fare poco. Ma a voler dirla tutta, hanno già fatto abbastanza.

Ramzy Baroud è un editorialista di levatura internazionale, un consulente mediatico e redattore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è My father was a freedom fighter. Gaza's untold story (Pluto Press, Londra).
 

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