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Sistemi politici mediorientali e gestione delle transizioni. Il caso iraniano e la politica siriana secondo Conflicts Forum PDF Stampa E-mail
Sabato 08 Marzo 2014 17:17

Repubblica Islamica dell'Iran. Il primo consiglio dei ministri del governo Rohani, agosto 2013.



Traduzione da Conflicts Forum.

Pareva che la cosa fosse una di quelle da cui non si torna indietro. Nel 2008 e nel 2009 una piccola ma sostanziale parte del mondo politico iraniano sembrava aver imboccato una propria strada, e scelto di schierarsi su posizioni di sostanziale dissidenza. Gli editorialisti prevedevano che questa "onda verde" si sarebbe ingrandita fino a coinvolgere tutto il paese in una polarizzazione aspra; qualcun altro invece faceva notare che questa dissidenza apparteneva sostanzialmente a Tehran nord, e non aveva alcun reale radicamento in mezzo al popolo. Secondo certi osservatori la situazione era tale da sancire per l'Iran un futuro fatto di conflitti interni sempre più gravi.
Come si è visto poi, nulla di tutto questo si è verificato. L'Iran si è riunito di nuovo. Il suo complesso sistema politico ha funzionato. C'è stata un'elezione presidenziale da cui è uscito un mandato privo di incertezze, assieme ad una spinta verso il cambiamento. Poi è nato un nuovo governo, chiamato a dare corpo a questo nuovo orientamento. Al contrario di quello che si prevedeva stando al di fuori dal paese, i dissidenti sono rientrati e si sono riuniti al resto del mondo politico anziché approfondire ulteriormente la divisione. Si è raggiunto un accordo: l'Iran avrebbe abbandonato l'atteggiamento spinosamente difensivo che aveva adottato nei confronti del mondo esterno, e avrebbe rilanciato il proprio ruolo di potenza regionale. In questo non sarebbe passato per prima cosa dalla distensione con gli Stati Uniti, come in precedenza tentato dai riformisti, ma da un'apertura nei confronti di tutti, cosa accettabile anche agli occhi dei principalisti e suscettibile di riportare l'Iran a riprendere il suo posto di potenza economica di primo piano in Medio Oriente, che gli Stati Uniti fossero d'accordo o meno. Fino ad oggi, la transizione ha avuto successo. Nonostante questo, c'era ancora qualcuno nella regione che pensava che un fallimento dei colloqui con i "cinque più uno" avrebbero portato  o potuto portare ad un ritorno allo status quo. Così non è stato.
Qualcosa di simile sta succedendo ancora una volta non tanto in Iran, ma nel Medio Oriente inteso nel suo complesso. Un'occhiata da vicino alla Siria fa pensare che anch'essa si sia imbarcata in una transizione dello stesso tipo, simile ma non identica a quella affrontata dall'Iran. A Damasco regna una certa eccitazione. I cittadini comuni non parlano del processo di Ginevra, cui si fa riferimento poche volte e che all'interno del paese è degnato di poca attenzione; invece pensano intensamente al processo di riconciliazione che sta prendendo piede nel paese; nonostante sia ancora ai primi sviluppi e sia vulnerabile rispetto all'intransigente ostilità di chi lo respinge, costituisce motivo di ottimismo.
In svariate località, paesi e cittadine, ex insorti dell'opposizione hanno iniziato a negoziare accordi circoscritti con l'Esercito Arabo Siriano. In base a quanto stabilito dai singoli accordi, gli ex insorti possono tenere il loro armamento leggero, che garantisce il loro orgoglio e il loro status di combattenti, e diventano formalmente parte dell'Esercito Arabo Siriano, inquadrati in unità locali indicate dalla designazione specifica di "Forze di Difesa Nazionale". Detto altrimenti, gli ex insorti si riuniscono in un'infrastruttura di sicurezza che ha il compito di proteggere i loro paesi e lo stato nel suo complesso dagli attacchi dei takfiri. Gli jihadisti takfiri, ovviamente, sono contrari ad ogni iniziativa di riconciliazione.
Si tratta di un processo in cui non sempre le cose vanno lisce. Sono in molti tra la popolazione locale ad aver perso qualcuno dei propri amici o dei propri familiari, ed in molti sono profondamente offesi dal fatto che questi criminali ritrovino un posto nella società senza essere sanzionati in alcun modo e senza aver dovuto fare in qualche modo ammenda nei confronti di quanti sono rimasti feriti così profondamente. Ma questa è l'ordinaria amministrazione di tutti i processi di riconciliazione come questo. E poi questa riconciliazione non avviene nel vuoto; va di pari passo con un processo parallelo, e ad essa collegato, di dialogo nazionale. Alla gente, ad ogni livello, si chiede in che modo lo stato dovrà cambiare per il tempo a venire. Anche all'interno della stessa Siria, così come per i suoi alleati Russia ed Iran, ci si accorge bene di come le cose non torneranno come stavano, né potranno farlo. E' inevitabile, dopo un conflitto sociale e politico di queste proporzioni, che si verifichino cambiamenti sostanziali.
Nel nostro ultimo commento settimanale abbiamo sottolineato come la formazione del nuovo governo libanese sia stata il risultato di una formula in cui il Movimento Futuro (sunnita) ed i suoi alleati si sono trovati ad occupare i posti chiave per la sicurezza dello stato e anche per le comunicazioni, in questo modo tappando la bocca ad ogni possibile obiezione occidentale o ad ogni titubanza circa l'avere a che fare con agenzie in cui Hezbollah è in qualche modo coinvolto. La composizione del nuovo governo libanese affida allo establishment sunnita la responsabilità di proteggere il Libano dall'estremismo sunnita. In pratica è come prendere un bracconiere e nominarlo guardiacaccia, visto che il 14 marzo ha da tempo rapporti opachi ed ambigui con certe organizzazioni. Abbiamo anche avanzato l'ipotesi che la formazione del governo rappresentasse una specie di esperimento pilota per il Medio Oriente nel suo complesso e per la Siria in particolare.
Hezbollah, ed implicitamente l'Iran, con questa iniziativa hanno riconosciuto a tutti gli efetti i timori dei sunniti (e dei sauditi) ed il loro senso di vulnerabilità; per questo hanno offerto loro questa concessione sperimentale. Tutti gli apparati di potere della regione sono adesso sottoposti ad una ridefinizione il cui scopo è quello di verificare se gli stessi che si pensa abbiano usato gli jihadisti per i propri scopi sono anche capaci di arginarli e se lo faranno davvero. In un certo senso, si tratta di vedere se un più ampio accordo regionale è fattibile. La Siria ha scelto di percorrere questa strada, affidando la responsabilità della sicurezza su base locale ad ex insorti armati; la sicurezza a livello nazionale ha sempre avuto una forte componente sunnita. Se l'esperimento riesce, potrebbe succedere che l'Iran, la Siria e i loro alleati decidano di venire incontro ai timori dei sunniti e dei sauditi, in cambio della prova del loro impegno a combattere l'estremismo sunnita da essi stessi scatenato che si è diventato un incendio che minaccia oggi di consumare anche i sunniti moderati. 
Qualcuno verrà fuori a dire che non è questa la transizione che si pretende dal governo siriano. La transizione, per l'Occidente, sta nei termini angusti di un cambio dei vertici dello stato; agli insorti l'Occidente non chiede altro che di essere più uniti. L'Occidente continua con le sue pretese senza curarsi delle conseguenze che possono avere e senza curarsi del rischio che esse finiscano per far diventare la guerra civile sempre più grave, fino all'anarchia. In ogni caso la transizione in Siria sta avendo luogo. Nel caso iraniano, si è arrivati ad una transizione non tramite la rimozione e la sostituzione dei vertici del potere; al contrario, sono stati proprio gli stessi vertici a dar luogo ad essa, facendo funzionare il sistema politico. Il montare di un generale cambiamento nel sentire popolare e nel suo orientamento hanno sottoscritto una transizione sostanziale in Iran, il cui sbocco è stato la costruzione di un consenso generale attorno all'apertura a tutto campo del paese verso l'esterno invece della ricerca di un'intesa meramente concentrata sugli Stati Uniti.
E' possibile che una transizione di questo genere finisca per consolidarsi in Siria, e forse anche in Iraq ed in Libano. Un più generoso corrispondere alle ansie dei sunniti e alla loro sensazione di avere il ruolo delle vittime porterà i sunniti a cambiare atteggiamento nei confronti degli jihadisti takfiri. Può anche non essere quello che l'Occidente desidera, ma questo è quello che esso può ottenere se i vari tentativi di assaggio in corso porteranno a qualcosa di positivo. Ora, l'establishment della politica estera statunitense e i suoi sostenitori in altri paesi possono tollerare "transizioni" in cui tutto è fatto da attori mediorientali? Forse sì. Mettere un limite agli jihadisti takfiri è interesse degli Stati Uniti, anche se questo dovesse significare l'ascesa di Iran e Siria come potenze regionali più forti di prima. 
 

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