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La politica estera statunitense in Medio Oriente tra fallimento e disimpegno. L'opinione di Conflicts Forum. PDF Stampa E-mail
Sabato 05 Aprile 2014 08:49

Traduzione da Conflicts Forum.

Nel corso dell'ultima settimana le iniziative in politica estera del Presidente Obama non hanno fatto altro che girare in aceto. E, cosa anche peggiore, pare che lo abbiano fatto tutte insieme. Non è facile dire per quale motivo questa costellazione di eventi si sia verificata all'unisono, ma non c'è nessun dubbio sul fatto che Obama in Medio Oriente deve ora vedersela con una monolitica parete di scarogne. Che sia perché i sauditi hanno le mani in pasta in ogni cosa, che sia per Abu Mazen e per la Lega Araba sul riconoscimento dello stato sionista come stato ebraico fino alla liberazione dei detenuti, che sia perché Moshe Yaalon è tutt'altro che contento per il regalino statunitense che si chiama piano di sicurezza, che sia perché in Egitto la fa da padrone lo sdegno per il disgusto con cui in AmeriKKKa si sono accolte le uccisioni e le sentenze collettive contro i Fratelli Musulmani, che sia perché Assad sta mettendo in tavola carte che mostrano che è lui a condurre il gioco sul terreno delle operazioni militari, che sia perché in Iran la musica è cambiata e per il "cinque più uno" le prospettive sono peggiorate, che sia perché ad Ankara sta uscendo di testa un bestione ferito e con il sangue agli occhi, in complesso il Presidente Obama si ritrova ad affrontare un periodo tutt'altro che facile per la politica estera, e -cosa peggiore di tutte- capitato proprio nello scorcio di tempo che porta alle elezioni di metà mandato.
Tanto per essere chiari, i sauditi hanno detto chiaro e tondo che Obama non ha da aspettarsi che a Riyadh gli facilitino la vita, a meno che non cambi registro sull'Iran, non sia favorevole all'intervento militare in Siria e sostenga senza lesinare lo stritolamento dei Fratelli Musulmani in cui è impegnato al Sissi. Nel caso il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, alla vigilia della visita di Obama in Arabia Saudita è stato reso noto il fatto che il principe Muqrin sarà il prossimo nell'ordine di successione dopo l'attuale pretendente al trono. In altre parole, il regno sta dicendo "AmeriKKKa, non pensare di poter intrometterti nella successione per mezzo del tuo favorito, il principe Mohammad bin Naif". Perché fosse chiaro ad Obama che nemmeno i colloqui di pace tra palestinesi e stato sionista sarebbero stati una passeggiata, la Lega Araba si è attenuta, assieme ad Abu Mazen, a dichiarazioni secondo le quali gli appartenenti alla Lega Araba sarebbero d'accordo sull'"assoluta esclusione" di un qualsiasi riconoscimento dello stato sionista come stato ebraico. Abbastanza perché il Segretario di Stato Kerry lasciasse Roma in tutta fretta alla volta di Amman, per cercare di far sì che almeno i colloqui si protraggano oltre la fine di aprile e che continui ad esistere una "road map" che pure fa acqua da tutte le parti. In Egitto, proprio il giorno prima della visita di Obama, al Sissi ha dato il tanto atteso annuncio della sua candidatura alla presidenza. Come per dire agli Stati Uniti "Io sono qui per rimanere. non avete altra scelta che avere a che fare con me, che vi piaccia o no".
A sovrastare il tutto ci sono le relazioni degli Stati Uniti con la Russia. La settimana scorsa abbiamo avanzato l'idea che la politica mediorientale di Obama dipenda fortemente dai buoni rapporti con il Presidente Putin, sia pure non ammessi ufficialmente e mantenuti nell'àmbito del privato. secondo ambienti vicini alla presidenza, si è reso necessario agire senza dare nell'occhio e in modo informale perché certe braci residue della guerra fredda sono ancora accese, anche e soprattutto all'interno della "squadra di oppositori" dell'amministrazione Obama, irritati per la Siria, irritati per i negoziati con l'Iran e animati da un profondo risentimento per una Russia nuovamente in ascesa.
Sembra che, messo all'angolo dai neoconservatori di turno per il suo confronto con Putin su una delle materie più spinose -ossia messo alle strette dai segmenti antirussi e neoconservatori del suo stesso governo- il Presidente Obama non abbia potuto che ammettere che l'Ucraina, dopo tutto, per molti ameriKKKani costituisce un simbolo dalla forte portata psicologica. Per quale altro motivo la situazione politica di uno stato fallito, lontano e di second'ordine dovrebbe assumere un significato tanto forte ed una portata emotiva tanto vasta presso le élite della politica?
L'intraprendenza dei russi è stata percepita come profondamente disturbante, ed ha fatto montare un senso di rabbia, parzialmente sublimato, dovuto al fatto che la storia del mondo non ha preso quella strada dritta che avrebbe dovuto prendere. Di fatto, il Presidente Putin sta incarnando la negazione di quella narrativa che prevedeva "la fine della storia", in cui tutti avrebbero fatto cerchio attorno alla globalizzazione liberale ameriKKKana e alle "regole del gioco" che, autoriproducendosi, l'avrebbero accompagnata. I russi stanno mettendo in dubbio elementi basilari del concetto che ameriKKKani ed europei hanno di se stessi, del modo in cui si vedono ed in cui si definiscono.
Di tutto questo Obama pare essersi accorto, e che abbia capito che se non riesce a rispondere in qualche maniera alle pressioni psicologiche di questo momento, la rabbia sublimata diretta verso la Russia finirà per riverberarsi su di lui. Per questo, a Bruxelles, ha incanalato la questione dell'Ucraina su binari narrativi semplici: nello sfidare Putin, Obama afferma che gli eventi in Ucraina non hanno nulla a che vedere con i tentativi dell'alleanza occidentale di puntare al ventre molle della Russia, ma vanno considerati come null'altro che una scelta dell'occidente civilizzato, una scelta che sostiene una lineare e progressiva spinta verso la libertà, l'individualismo e la democrazia. Siamo tutti in movimento secondo questa traiettoria, e siamo tutti per natura portati ad accettare le "regole del gioco" che governano questo mondo interconnesso e globalizzato e ne presiedono l'espansione. Non c'è posto per chi rifiuta l'ordine internazionale o per chi sabota le regole che sovrintendono all'interconnettività del liberalismo mondiale e ne sovrintendono l'espandersi.
Probabilmente Obama non aveva molte altre scelte che non rilasciare questa generica dichiarazione in sostegno della linearità della storia; doveva mettersi al riparo dalle accuse di corresponsabilità nell'aver lasciato indebolirsi e venir meno una supremazia ameriKKKana che non aveva precedenti. Questa narrativa della storia lineare rappresenta dopotutto la principale giustificazione alla condizione priva di paragoni in cui si trovano gli Stati Uniti. Solo che un approccio del genere, nonostante Obama sia forse obbligato ad attenervisi per tener buono il fronte interno, lo estrometterà d qualsiasi ruolo in Medio Oriente. Negando alla Federazione Russa, all'Iran o alla Siria anche la cortesia di potersi permettere una visione alternativa del futuro, gli Stati Uniti cercano di imporre la narrativa che li considera dominatori mondiali e di avocarsi il ruolo di moralizzatori ed arbitri di quanto è normale o non normale in tutto ciò che è pensiero e comportamento. Questa pretesa finirà inevitabilmente per rendere inestricabile e complesso qualunque negoziato in politica estera, che diventerà ancora più difficile. L'Europa è già divisa (si veda sotto); i russi ed i cinesi rifiuteranno di averci a che fare, ed in Iran ne trarrà ulteriore vantaggio chi si oppone alle richieste degli ameriKKKani.  
In pratica Obama, trovandosi a che fare con un Medio Oriente tanto ostile, deve sperare che le tensioni con la Russia possano in qualche modo essere acquietate senza troppo chiasso, nonostante i discorsi di Bruxelles, e che con Putin si possano di nuovo mettere in piedi relazioni grosso modo funzionanti. In questo modo potrebbe anche sperare di salvare qualcosa della sua politica estera dall'assalto di chi lo avversa ideologicamente sul piano politico. Si tratta di qualcosa che è possibile realizzare perché anche se la Russia riorienterà senza dubbio la sua politica estera in modo diverso alla luce degli eventi in Ucraina, Putin si è sempre dimostrato capace di distinguere caso per caso; potrebbe mostrarsi inflessibile su alcune questioni fondamentali, ma rimanere collaborativo sulle altre.
Angela Merkel sarà molto probabilmente la persona su cui Obama potrà contare di più nel tentativo di salvare qualcosa dal pasticcio ucraino. Il cancelliere tedesco ha detto che "non gli interessa far salire" la tensione con la Russia. "Al contrario", ha affermato, "io sto lavorando perché diminuiscano le tensioni". La Merkel ha detto che l'Occidente "non è arrivato ad un punto che implichi l'imposizione di sanzioni economiche" contro la Russia. "Spero che sarà in grado di evitarlo", ha aggiunto.
C'è un altro politico tedesco, l'ex cancelliere Helmut Schmidt, che scrive regolarmente dei corsivi sul Die Zeit. Secondo Schmidt il modo in cui Putin ha affrontato la questione della Crimea è "perfettamente comprensibile" e le prime sanzioni occidentali, dirette contro singoli individui, sono "perfettamente idiote". "Sanzioni economiche più serie finiranno per colpire tanto l'Occidente quanto i russi", afferma; la decisione di far diventare il G8 un G7 per "punire la Russia" è un errore grave: "Sarebbe stato meglio ritrovarsi tutti attorno ad un tavolo. [Se così fosse stato, a questo punto] la cosa si sarebbe rivelata più utile per la pace di quanto non lo sia la minaccia di sanzioni".
Obama deve anche sperare ardentemente un'altra cosa. Ci sono in giro un sacco di combattenti della guerra fredda, di vecchia e di nuova generazione, sia negli USA che in Europa, che temono sopra ogni altra cosa che in Europa si affermi un asse russo-tedesco. L'affare ucraino ha già aperto delle crepe tra Europa e Stati Uniti, laddove l'intenzione era -come possiamo ricordare secondo le dichiarazioni di John Kerry alla conferenza sulla sicurezza di Monaco- quella di far sì che la situazione in Ucraina ricompattasse l'Europa dietro una rinvigorita leadership degli Stati uniti e della NATO.
Oggi come oggi la NATO non ha alcuno scopo credibile, e mancando uno scopo manca anche una giustificazione alle spese per la difesa. L'Ucraina ha appena fornito alla NATO una causa presentabile per rafforzare una linea Maginot che va dall'Estonia all'Azebaigian e dunque di riformulare i propri obiettivi di fondo. L'industria della difesa non è un cancelliere tedesco, ed il suo interesse è proprio quello di far sì che le tensioni con la Russia si inaspriscano.
 

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