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Alastair Crooke - Iraq: lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante ed il controllo delle efferatezze PDF Stampa E-mail
Domenica 06 Luglio 2014 09:01


Traduzione da Huffington Post.

BEIRUT - Si vive in tempi straordinari. In Iraq stanno succedendo cose fuori dall'ordinario, e così in tutto il mondo islamico. Un "territorio sunnita" si è materializzato alla velocità del lampo tra Siria ed Iraq, e nelle intenzioni si tratta della realizazione di una fascia sunnita destinata ad estendersi in tutto il Medio Oriente. Si tratta di un qualcosa che ha una portata simbolica poderosa, se pensiamo al contesto storico dei primi anni dell'Islam. La freddezza spietata della strategia militare dello Stato Islamico ha riattizzato e risvegliato ovunque l'entusiasmo dei giovani sunniti.
Molti, in Iraq e nei paesi del golfo, si son trovati costretti ad esprimere la propria ammirazione. Certo, desta anche preoccupazione: la marcia dei tagliatori di teste fa accapponare la pelle. E' questo plateale e adrenalinico miscuglio di paura mista all'euforia dovuta all'impressione che gli eventi stiano in qualche modo rispecchiando quelli che portarono alla fondazione dell'impero islamico, a cadere oggi su un terreno ricettivo.
In Medio Oriente e in Africa il malumore dei contadini e il diseredato vittimismo sunnita intriso di rancori rinfocolato dai salafiti fanno sì che siano in molti a mostrare un debole per questo nuovo e massiccio entusiasmo nei confronti del Da'ish (l'ISIL).
Il Da'sih, o Stato Islamico in Iraq e nel Levante, non è Al Qaeda e non è una affiliazione di Al Qaeda. Dopo un idillio breve, se ne è separato e si è diretto all'opposto; l'ISIL pensa che Al Qaeda stia agendo su basi errate, anche se continua a rifarsi agli scritti di Abdallah Azzam, che è stato uno degli intellettuali che su Al Qaeda ha esercitato la maggiore influenza.
Al Qaeda è nata dalla concezione mitica di un'Unione Sovietica costretta ad implodere dai mujahedin afghani, che l'avrebbero costretta a sovraesporsi politicamente ed economicamente. L'analisi di Abdallah Azzam sulla vulnerabilità dell'URSS ad un attacco di questo genere ha fatto da base all'idea che gli Stati Uniti avrebbero potuto esser fatti implodere allo stesso modo, con l'obbligo scioccante a sovraesporsi a livello mondiale. Alla fine, le fragilità e l'ipocrisia della superpotenza sarebbero finiti per diventare evidenti anche ai comuni musulmani, che avrebbero smesso di temerla.
Per arrivare a questo, secondo Bin Laden c'era bisogno che i musulmani si unissero; il settarismo andava scoraggiato. Di conseguenza questa guerra fatta di punture di spillo destinate a portare all'esaurimento il nemico è stata diretta contro il "nemico remoto" e condotta a livello mondiale con azioni del tipo "shock and awe"; quella di Al Qaeda era una guerra essenzialmente virtuale, più che una guerra vera e propria combattuta sul terreno.
L'ideologia di Zarqawi -che è l'espressione che usiamo qui per identificare in qualche misura l'ideologia seguita dall'ISIL- ha radici ben diverse: non contempla alcun quadro grandioso per far implodere gli Stati Uniti, e si basa per intero sul rancore, che nei sentimenti di una classe contadina sradicata e impoverita ha radici molto profonde. L'ideologia di Zarqawi si basa sull'idea diffusa tra i sunniti di aver perso prerogative, potere, controllo sullo stato e diritti acquisiti. A guidarla, un profondo desiderio di vendetta nei confronti degli "usurpatori". Questa ideologia mostra anche i toni carichi che sono propri di una guerra di classe in cui gli abitanti delle campagne sono schierati contro l'élite cosmopolita e ben ammanicata; soprattutto affonda le proprie radici in un odio bigotto nei confronti degli "altri", in particolare contro gli sciiti e contro l'Iran.
L'ideologia di Zarqawi ha messo radici in Iraq durante una guerra vera e propria e nelle "politiche del sangue" locali così com'erano, non nei paradigmi globali di Bin Laden. Ha tratto linfa da aspre lotte settarie culminate nella pulizia etnica di Baghdad e nell'umiliazione dei sunniti, cacciati dal potere e congedati spicciativamente dall'esercito. Di conseguenza i sunniti siriani che combattevano l'occupazione in Iraq (la maggior parte dei combattenti siriani e palestinesi faceva capo ai gruppi di Zarqawi) ha poi trasmesso la concezione di Zarqawi anche al già rancoroso ed incattivito hinterland di Homs e di Hama.
La dottrina di Zarqawi si caratterizza soprattutto per il fatto di aver fatto proprio uno wahabismo intollerante che pretende di rimettere al suo posto un Islam ormai "deviato" tramite la lama delle spade. Si deve purificare l'Islam fino a ridurlo espressione di un'unica voce, di una sola autorità, di una sola leadership. La rifondazione della legge sacra e dello stato islamico passano da questa purificazione e seguono un percorso intriso di una deliberata mancanza di scrupoli.
Ci sono quattro cose che fanno di Zarqawi un'altra cosa rispetto ad Al Qaeda. Primo, l'ostinato rifiuto ad accettare la convenzionale interpretazione storica su come si è formato lo stato islamico. Nel revisionismo storico di Zarqawi sono stati "studiosi combattenti", con i loro seguaci in armi, a combattere in nome dell'Islam e a fondare lo stato Islamico. Questa non è un'interpretazione convenzionale.
In secondo luogo, l'ideologia di Zarqawi ha fatto proprio il puritanismo wahabita, ma rompe ogni rapporto con lo wahabismo dal momento che nega, in modo autenticamente rivoluzionario, ogni legittimazione al regno saudita. I sauditi sono delegittimati come fondatori dello Stato Islamico, come custodi dei luoghi sacri e come autorità interpretatrice del Corano. L'ISIL avoca a sé tutte e tre le prerogative perché si considera esso stesso lo Stato. Il rifiuto di tutti gli aspetti dell'autorità temporale e religiosa sunnita è completo.
Nonostante Zarqawi concordi con Azzam nel considerare l'implosione degli Stati Uniti come uno dei massimi obiettivi, l'ISIL nella pratica osserva la realtà politica contemporanea nell'ottica dell'emigrazione dell'Inviato dalla Mecca, della sua lotta coi cittadini meccani e alla luce dell'interpretazione che l'ISIL adotta della guerra violenta di cui fu protagonista il primo califfo Abu Bekr.
Dal punto di vista simbolico, questo è molto importante. La battaglia di Uhud con l'esercito meccano segno il momento in cui il progetto musulmano dell'Inviato rischiò di fallire. Lo scacco dell'ISIL e della sua "divina missione" in Siria ne viene considerato l'equivalente simbolico, una Uhud dei giorni nostri. La ritirata dell'ISIL dalla Siria viene considerata da molti come un regresso esistenziale del progetto sunnita nella sua interezza.

Il nuovo nemico, la Repubblica Islamica dell'Iran

In questa allegoria chi è che oggi sta al posto dei meccani? Non l'AmeriKKKa, ma l'Iran. Ad una prima lettura è il "nemico lontano" a venire in mente, ma il simbolismo punta con certezza al nemico prossimo, che è l'Iran.
Nell'Iraq di oggi è chiaro che l'ISIL pensa di aver già superato la prima fase verso il consolidamento dello Stato Islamico, che è costituita da operazioni vessatorie il cui scopo è quello di costringere il nemico a sparpagliare le proprie forze in misura superiore a quella consentita dalle risorse disponibili.
Ma di nuovo sorge la domanda: a quale nemico sta pensando l'ISIL? L'ISIL non lo dice chiaramente; in compenso lo fanno i leader politici dei paesi del Golfo, quando dicono agli occidentali che se solo si togliessero di mezzo Bashar al Assad e Nouri al Maliki tutti i problemi sarebbero risolti e si avrebbe la pace in Medio Oriente. Guarda caso, entrambi vengono percepiti come degli ostacoli all'egemonia dei sunniti nella regione. 
Oggi come oggi l'ISIL considera l'Iraq e la Siria orientale come la seconda fase, quella del "controllo delle efferatezze" sul percorso che conduce al consolidamento del califfato, che rappresenta la terza fase. Cosa significa questo, e che cosa implica per gli avvenimenti a breve termine?
L'espressione "controllo delle efferatezze" viene spiegata per esteso nella trattazione Abu Bakr Naji e fa riferimento allo iato che si crea tra la dissoluzione di un potere ed il consolidamento di un altro. In pratica, si dà per assodato che si verificheranno determinate condizioni di caos e che intanto che la bilancia pende ora da una parte ora dall'altra tra il vecchio potere ed il suo successore (rappresentato dallo Stato Islamico) i territori disputati verranno sconvolti dalla violenza.

La costruzione di una società combattente

In questo periodo di tempo, secondo la sua stessa produzione letteraria, l'ISIL perseguirà obiettivi limitati; cercherà di arrivare a condizioni di sicurezza interne e di conservarle, di tracciare frontiere definite, di nutrire la popolazione, di porre in vigore la legge sacra e la giustizia islamica, e soprattutto di definire le basi di una società combattente ad ogni livello all'interno della comunità.
Secondo Il controllo delle efferatezze in questa fase la sicurezza imporrà l'eliminazione delle spie; "queste prove ed altri sistemi serviranno ad intimorire gli ipocriti, a costringerli a reprimere quell'ipocrisia che diventerà per loro motivo di preoccupazione, a tenere per se stessi le loro opinioni disfattiste, e a sottomettersi a quanti sono rivestiti d'autorità, finché la loro malvagità non verrà esposta alla luce". Possiamo attenderci che nel prossimo futuro questi saranno gli obiettivi dell'ISIL.
In altre parole, nulla fa pensare che una marcia su Baghdad sia imminente, nonostante il Da'ish insista su questo punto. Si dovrà prima attendere che la zona già conquistata sia posta in sicurezza, e che ne vengano controllate le frontiere.

Il saccheggio delle risorse finanziarie

Questa stessa fase è anche detta "del saccheggio delle risorse finanziarie" necessarie alla messa in atto del progetto. Questo significa che l'ISIL ha tra i suoi obiettivi quello dell'autosufficienza finanziaria. In Siria, ha perseguito questo obiettivo in maniera esplicita occupando campi petroliferi, impossessandosi dei depositi di armi del "Libero" Esercito Siriano, la vendita ai turchi di molte delle infrastrutture industriali di Aleppo e della Siria del nord).
Al momento attuale l'ISIL non sta contestando militarmente la presa di Kirkuk da parte dei peshmerga; Kirkuk dispone comunque di ingenti risorse petrolifere e c'è da pensare che sia solo questione di tempo prima che il Da'ish cerchi di impossessarsi di una così ovvia fonte di approvvigionamento; in Siria, ha combattuto contro altri gruppi jihadisti per assicurarsi il controllo delle risorse petrolifere di Raqqa.
Questa seconda fase, caratterizzata dal controllo delle violenze nel vuoto di potere che viene a crearsi finché lo Stato Islamico non si è consolidato, segna il malaugurato inizio del "massacro del nemico e dello scatenamento del terrore". La letteratura precisa che chiunque abbia davvero fatto l'esperienza di un conflitto, al contrario di chi si è limitato a teorizzarlo, comprende come i massacri e l'incutere paura nei cuori nemici siano cose che fanno parte della natura della guerra.
A questo proposito si citano i compagni dell'Inviato, che "bruciavano (la gente) con il fuoco, anche se si tratta di un gesto odioso, perché sapevano quali sono gli effetti della cruda violenza quando c'è necessità di farvi ricorso"

Pietà l'è morta

Secondo l'autore de Il controllo delle efferatezze si deve essere inflessibili. Mostrarsi cedevoli significa fallire: "i nostri nemici non avranno pietà nei nostri confronti; siamo così costretti a fare in modo che ci pensino mille volte prima di attaccarci".
Qui, notiamo il secondo concetto chiave dell'ideologia di Zarqawi, che è rappresentato dalla lettura che l'ISIL fa delle campagne militari condotte dal primo califfo. Questa lettura privilegia e cerca di legittimare la necessità di ricorrere alla "violenza cruda" durante il periodo di interregno in cui il potere islamico non è ancora pienamente consolidato. E' esistito un momento, subito dopo la morte dell'Inviato, in cui varie tribù arabe rifiutarono di pagare la zakat ad Abu Bakr, mentre l'avevano versata quando l'Inviato era in vita, attenendosi (secondo la tradizione araba prevalente) ai propri costumi tribali, secondo cui la fedeltà tribale all'Inviato era naturalmente venuta meno con la sua morte. Seguirono le brutali Guerre della Ridda, della apostasia.
Di significativo in questo caso c'è anche il significato stringente attribuito al vocabolo apostasia; il Da'ish si attiene a questa definizione.
In breve, le decapitazioni e le altre violenze praticate dall'ISIL non sono dovute ad un qualche folle, estroso fanatismo; fanno parte di una strategia deliberata e meditata. La strategia militare seguita dall'ISIL in Iraq non è qualcosa di spontaneo, e neppure segno di avventurismo populista; essa riflette una pianificazione militare professionale ed accurata.
Gli atti di violenza sembrano casuali, ma invece hanno il preciso scopo di incutere terrore e di fiaccare la psicologia di un popolo, che è proprio quello che il Da'ish è già a riuscito a fare con parecchi degli abitanti di Baghdad. Sono molto preoccupati, ed è comprensibile.

Una politica di polarizzazione

L'ISIL sta cercando di aumentare la pressione sulla popolazione della città cercando di prendere il controllo delle fonti di carburante (la raffineria di Baiji) e delle riserve d'acqua (il bacino di Haditha). La manifesta intenzione del Da'ish, oggi a Baghdad come ieri in Siria, è quella di polarizzare la popolazione. L'autore di Il controllo delle efferatezze scrive in proposito:
"In questo caso, con polarizzazione, intendo indicare il coinvolgimento delle masse nello scontro, in modo che si crei una polarizzazione nel popolo inteso nella sua interezza. Un gruppo seguirà la parte di chi sta con il vero, un altro quella di chi sta con il falso, un terzo gruppo rimarrà neutrale, in attesa dell'esito dello scontro in modo da schierarsi col vincitore. Dobbiamo attirarci le simpatie di questo gruppo e farlo sperare nella vittoria dei credenti, soprattutto perché questo terzo gruppo ha un'importanza decisiva per le fasi conclusive della lotta in corso. Trascinare le masse nello scontro richiede azioni di quelle che infiammano gli oppositori, e che costringeranno la gente a prendere parte alla lotta, volente o nolente; in questo modo, ciascuno si unirà alla parte che ha deciso di sostenere. Dobbiamo fare in modo che lo scontro sia molto violento; si deve essere sempre a un niente dalla morte, cosicché i due gruppi capiscano che partecipare allo scontro significa spesso andare incontro alla morte. Questa è una motivazione potente per costringere i singoli a scegliere di combattere a fianco di chi sta con il vero, in modo da morire dalla parte giusta; sempre meglio che morire per chi difende il falso, perdendo così questo mondo e quello di là".
Abu Bakr Naji, Il controllo delle efferatezze
E' verosimile che il governo iracheno si trovi a dover far fronte ad una strategia di questo genere. Nouri al Maliki si sta dando da fare per mettere insieme e per preparare un grande esercito sciita. Soprattutto, per prima cosa dovrà cercare di porre fine al momento favorevole da cui sta traendo vantaggio l'ISIL; spera di rompere l'incantesimo del Da'ish, che gli ha permesso di irretire tanta parte della popolazione sunnita nel corso della sua massiccia avanzata in Iraq, infliggendo all'ISIL una dura sconfitta militare.
Al Maliki ha intanto messo in conto di riprendere Tikrit; cacciare l'ISIL da Mossul è cosa molto più difficile, cui si penserà in seguito. Coloro che ricordano l'assedio del campo Naher al Barad nel nord del Libano ricorderanno che l'esercito libanese impiegò tre mesi e mezzo, con la perdita di più di trecento uomini, per cacciare da questo campo profughi palestinese non più di un centinaio di jihadisti duri, del tipo schierato dall'ISIL. Il Naher al Barad è uscito da questa vicenda letteralmente distrutto.
Il successo o il fallimento della difesa di al Maliki contro il Da'ish avrà le sue conseguenze sulla polarizzazione. Un uso eccessivo della forza, un numero di perdite civili troppo alto, un uso spropositato delle armi pesanti farà propendere la popolazione sunnita per il Da'ish. L'eccesso opposto rischia di giovare ancora di più alla già grossa reputazione dell'ISIL.
C'è anche il rischio concreto che il conflitto diventi una guerra polarizzata tra sunniti e sciiti; un risultato che Al Maliki deve evitare, su esortazione dell'Iran. In questo caso la prima cosa da fare sarà proteggere i santuari sciiti. L'Iran non vuole rimanere direttamente coinvolto negli scontri, e neppure ne ravvisa la necessità per come le cose sono messe in questo momento. Cercherà comunque di continuare a fornire all'Iraq, in modo poco evidente, sostegno e informazioni.
Con la solita sfrontatezza cialtrona, i mass media del mainstream schierati a favore dell'interventismo liberale stanno divulgando una narrativa facilona in cui la mobilitazione difensiva delle milizie sciite irachene non presenta differenze sostanziali rispetto a quello che va facendo l'ISIL.
L'adozione di una narrativa del genere riflette la profondità con cui il discorso dei sunniti intesi come vittime diseredate è stato fatto proprio senza critiche dall'Occidente, al punto da fare da giustificativo per lo jihadismo takfiri. Riflette anche la poca o nessuna comprensione che gli occidentali hanno del pericolo che l'ISIL rappresenta.
In Libano, l'ISIL ha appena dichiarato guerra. I suoi successi, a meno che qualcuno non lo fermi immediatamente, faranno da ispirazione per i giovani di tutto il mondo musulmano.  Il terreno è stato ben preparato: i canali radiotelevisivi di ispirazione salafita trasmettono ventiquattro ore al giorno e ci sono campagne di pubbliche relazioni sempre più estese sui media sociali; tutte cose diffuse in tutto il Medio Oriente e anche in un'Africa che ad esse si mostra sempre più ricettiva.
Da quanto sta succedendo in Iraq dipendono molte cose.
 

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