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Su uno striscione livornese. La hasbara' di quartiere di Vittorio Mosseri PDF Stampa E-mail
Giovedì 31 Luglio 2014 09:49

La propaganda sionista viene riportata senza critiche e con puntualità in tutte le gazzette e da tutte le televisioncine del mainstream "occidentale"; chiunque tra il personale gazzettiero osasse confutarla, deriderla o semplicemente ignorarla avendo accesso a spazi di pari o di maggiore visibilità rischierbbe di farsi cacciare dalla sera alla mattina perché l'informazione "occidentale" è talmente libera da non poter neppure concepire una simile insubordinazione.
Nel corso degli ultimi anni anche l'efficacia della propaganda sionista, come quella della propaganda "occidentale" nel suo complesso, è crollata a causa dello smisurato approfondirsi del baratro che la separa dal mondo reale. Uno dei risultati è che lo stato sionista conserva una fama presentabile soltanto nelle gazzette e nelle lobby di riferimento, e che la reiterazione dei temi propagandistici viene affidata alla volenterosità di qualche "hasbarista di quartiere" reperito negli stessi ambienti.
I muri, in "Occidente", di solito sono in dissonanza con le gazzette e con la "libera informazione" in generale. A Livorno proprio un muro nel luglio 2014 presentava una scritta che non è affatto piaciuta al capo della locale comunità ebraica perché invitava a "fermare il genocidio a Gaza" ed accusava di terrorismo lo stato sionista.
Il signor Vittorio Mosseri ha scritto al primo cittadino e la lettera è stata ripresa ossequiosamente dalle gazzette, che di solito non mancano affatto in approssimazione, disinvoltura e pressappochismo quando devono decidere se e come trattare materiali di altra e meno lobbistica provenienza. La riportiamo per intero, accompagnandola alle nostre considerazioni.


Gent.mo Sig. Sindaco,

Le scrivo a nome della mia Comunità, scosso e indignato per quanto accaduto ieri sera, durante la festa per l’inaugurazione di Effetto Venezia. Luogo dell’incontro, del rispetto e del divertimento, non ho potuto non notare uno striscione che mi ha particolarmente offeso e addolorato, come ha offeso e addolorato altri cittadini, non solo miei correligionari. La scritta era particolarmente eloquente: “Fermare il genocidio a Gaza. Israele vero terrorista”.
Non posso non notare posizioni antisemite, contenute in affermazioni spacciate per anti-israeliane, che sempre più spesso vengono invece legittimate come critica al governo al cui capo oggi siede Benjamin Netanyahu.La disinformazione o una voluta mancanza di informazione, certamente di natura ideologica, distorcono la verità delle cose. Come il caso di questo striscione, appeso in modo disinvolto alla finestre del quartiere.

Qualunque manifestazione pubblica può essere usata per la ricerca di agibilità politica e di visibilità mediatica. Nel caso di obiettivi "occidentalisticamente" congeniali come la Repubblica Islamica dell'Iran o la difesa di certi vergognosi tornaconto da magliari si verificano abitualmente gazzarre ad uso gazzettiero assai più frastornanti e assai meno argomentate. Alcuni anni fa una formazione politica "occidentalista" nota per le simpatie di cui godeva presso i vertici della comunità ebraica di Roma era arrivata a delegare ai propri attivisti giovanili il compito di tampinare quotidianamente il primo ministro dello stato che occupa la penisola italiana, in modo da farlo figurare oggetto di contestazioni quotidiane, senza che nessun estimatore "dei luoghi dell'incontro, del rispetto e del divertimento" trovasse nulla da ridire.

Prima di tutto il significato di “genocidio” viene storpiato e usato fuori contesto.  Quello che sta succedendo a Gaza è fortemente drammatico, si parla infatti di perdita di vite umane.Sono ben consapevole della sacralità della vita e mai mi permetterei di sminuirne il valore. Al contrario, me ne faccio difensore: questo è l’insegnamento della Legge ebraica. Il genocidio, però, è un’altra cosa e chiama in causa ben altri scenari. L’uso corretto del dizionario consente di attribuire ai fatti una prospettiva o, comunque, è già un primo passo per farlo con consapevolezza. In questo caso il senso è saltato del tutto e, peggio ancora, usato per fini propagandistici.
In seconda battuta, il giudizio di merito attributo a Israele quale “terrorista” non è certo più veritiero. Gli autori dello striscione conoscono il significato dell’aggettivo “terrorista”? Sia chiaro per tutti, dunque: Israele non può essere definito uno Stato terrorista, perché si sta difendendo da una organizzazione (questa, sì, terroristica) che ha come obiettivo la distruzione di Israele stesso, come recita il loro statuto. Israele, anche con le azioni militari in atto in queste settimane, difende il diritto alla propria esistenza.

Il vocabolo genocidio è sicuramente fuori contesto ed inappropriato alla descrizione degli eventi in atto. Tuttavia esistono persone che pensano che alla propaganda si debba rispondere con altra propaganda, ed in questo caso il vocabolo trova ampia giustificazione dal momento che la propaganda sionista presenta abitualmente qualsiasi disavventura in cui incorra  un individuo ascrivibile al bel numero come se si trattasse di un deliberato attacco allo stato sionista nella sua interezza, o addirittura all'intero ebraismo mondiale. Esistono organizzazioni deputate ad un lavoro propagandistico di questo genere, il cui modus agendi non è sicuramente ignoto al signor Mosseri. Come non deve essergli ignota la diatriba sull'utilizzo del vocabolo genocidio: negli ambienti sionisti si vede sfavorevolmente il suo utilizzo nel caso degli armeni, che si vedrebbero riconosciuta una tragica primogenitura suscettibile di minare certe pretese.
"In seconda battuta" lo stato sionista ha fatto diventare rapidamente degli eroi i propri combattenti irregolari. La storia della Banda Stern -responsabile tra l'altro dell'assassinio di Folke Bernadotte-  e dell'Irgun sono a disposizione di chiunque voglia documentarsi. L'operato dei combattenti irregolari è parte non eliminabile dalla storia dello stato sionista, così come non lo è il suo ampio ed abituale avvalersi di servizi più o meno segreti.
Negli ultimi anni la propaganda "occidentalista" ha abusato anche del vocabolo terrorista, che dopo la spregiudicata operazione urbanistica eseguita in territorio statunitense l'11 settembre 2001 su iniziativa di un sobrio ingegnere saudita viene utilizzato a piene mani per denigrare chiunque muova la minima obiezione, specie se documentata. Dunque, lamentarsi del fatto che qualcuno si comporta allo stesso modo ed usa gli stessi vocaboli non ha molto senso. Qualunque cosa contenga lo "statuto" di Hamas, asserire che il diritto all'esistenza dello stato sionista, del suo imprecisato numero di testate nucleari e della smodata quantità di armamenti di cui dispone sia messa in pericolo da qualche combattente irregolare è cosa di nessun realismo. Si potrebbe sostenere con malignità che dal momento che i sionisti non sono rifuggiti all'occorrenza dal ricorso ai combattenti irregolari c'è se mai da pensare che conoscano bene fin dove può arrivare la portata delle loro azioni, una volta che il clima internazionale sia ad essi favorevole.
Qualunque cosa contempli, ancora una volta, lo "statuto" di Hamas, lo stato sionista ha attuato un regime di occupazione e di apartheid fattuale in tutti i territori occupati, che non è possibile contestare nello stesso spicciativo modo anche perché a settant'anni dalla fondazione non si è ancora dotato di una costituzione scritta. In particolare la cancellazione sistematica dell'identità araba dai territori sotto controllo sionista è iniziata addirittura prima della fondazione dello stato ed ha previsto azioni "muscolari", per usare un'espressione cara a quei neoconservatori yankee cui lo stato sionista deve tanta e servile gratitudine, sia sul terreno (come a Deir Yassin) che nell'àmbito della storiografia, dell'archeologia e della toponomastica. Tutto per costruire all'occupazione una legittimazione storica e de facto che non aveva e non poteva avere.

Sono ben nove anni che da Gaza vengono lanciati missili contro i civili israeliani, ovvero da quando, sotto il governo di Ariel Sharon, la Striscia è stata lasciata ai palestinesi. Sono quindi nove anni che la popolazione israeliana vive sotto l’incubo degli attacchi missilistici, scandedo la propria vita tra una sirena e l’altra, tra le corse al rifugio più vicino ed al ritorno alle proprie attività quotidiane. Nella speranza che il sistema di protezione non fallisca.

Naturalmente esiste una quantità molto alta di dati utilizzabili per dimostrare l'esatto contrario, in primis le rilassate scene vacanziere di Jafo e dintorni, turbate solo dai fucili d'assalto d'ordinanza che le reclute di Tsahal' sono costrette a portarsi dietro anche sulla spiaggia. La località è famosa anche per il consumo fracassone di bevande alcoliche, prerogativa dei coscritti e che quando si verifica fuori dallo stato sionista -e segnatamente sotto le loro finestre- ha sicuramente ha in molti lagnosi sionisti di complemento alcuni dei suoi più intransigenti detrattori.
Le spese militari dello stato sionista sono da sempre alla base di una feroce tassazione sui redditi e le risorse economiche sono per definizione limitate. Persino Ariel Sharon, le cui competenze di macellaio nessuno intende qui mettere in discussione, era arrivato a capirlo. Di qui la decisione di abbandonare territori che sarebbe stato possibile tenere solo con un utilizzo generoso delle armi protratto a tempo indefinito.

Israele si trova a dover spendere milioni di dollari per la Kipat Barzel (o Iron Dome, cioè Cupola di Ferro), un sistema militare impiegato quale misura difensiva nei confronti dei missili di Hamas, neutralizzandone per fortuna centinaia. È solo ed unicamente per questo che, oggi, non c’è stata una strage di civili.
Al contrario, Hamas ha utilizzato e utilizza tutte le proprie risorse, che non sono poche come invece si vuole far credere, in missili e nella costruzione di tunnel attraverso cui far passare i terroristi e i missili stessi. I tunnel, inoltre, vengono costruiti appositamente sotto le abitazioni, gli ospedali e le scuole, riducendo i civili, in particolare i bambini, a veri scudi umani. Delle bombe e dei missili piazzati nelle scuole gestite dall’ONU ne hanno parlato tutti i media. Si può dire lo stesso per Israele?

Tutti i "media" hanno parlato e continuano a parlare della disinvoltura con cui lo stato sionista affronta simili questioni, meritando per l'ennesima volta nel corso della sua storia il biasimo di quelle Nazioni Unite che neoconservatori yankee e sionisti di ogni ordine e stipendio hanno comunque la buona abitudine di ignorare e di disprezzare.
Una "strage di civili" non c'è stata grazie a Kipat Barzel, ma nonostante Kipat Barzel. Chi lancia missili contro lo stato sionista non lo fa per compiere stragi perché ordigni del genere colpiscono gli spazi molto più che gli uomini. E non lo fa neppurea per rendere difficile l'ordinato svolgersi della vita quotidiana: nelle località sioniste che la propaganda postula come "sotto assedio" si ha agio e calma di assistere ai bombardamenti che si svolgono a poche centinaia di metri comodamente seduti a sorseggiare Coca Cola.
Lo scopo degli attacchi prolungati con i missili e con i razzi è quello di obbligare l’avversario, frustrato dai continui fallimenti dei bombardamenti destinati a fermare questi attacchi, a schierare truppe sul terreno. E sul terreno gli aggressori sionisti vengono sistematicamente accolti a colpi di panzerfaust, per giunta con un certo successo. Il precedente della guerra persa contro Hezbollah non deve aver insegnato gran che, almeno a chi si occupa della propaganda.

Terrorista, dunque, è chi usa i civili come scudi umani, non chi cerca di difendersi. È un fatto. Ed è sotto gli occhi di tutti, anche se in molti fanno finta di non accorgersene.  Questo striscione, diffondendo false verità, non fa che alimentare l’odio verso Israele e di conseguenza verso gli ebrei. Gioca, in maniera subdola e pericolosa, su quel confine sempre più labile e pretestuoso tra anti-israelismo e antisemitismo.

Nelle realtà normali un terrorista è qualcuno che punta ad ostacolare l'ordinato svolgersi della vita sociale in un dato ambiente generando in coloro che si percepiscono come potenziali bersagli il timore di rimanere vittime di attacchi imprevedibili. Nelle realtà che di normale non hanno nulla, come le gazzette "occidentali", la propaganda sionista o lo stato che occupa la penisola italiana, un terrorista è chiunque osi dissentire dalla visione del mondo che esse veicolano. Tanto meno attaccabili sono le argomentazioni portate a sostegno del dissenso, tanto più grave è la condotta terroristica di chi dissente.

In Israele, anche senza “guerre” in atto, le famiglie la mattina si separano: il padre porta un figlio a scuola con un autobus, la madre un altro con un altro autobus, così, se un veicolo viene fatto saltare in aria da un terrorista che si imbottisce di esplosivo, almeno non tutta la famiglia viene annientata.  Questa è l’atmosfera che si vive in Israele, questa è l’ansia che si respira per il terrore di non ritrovarsi la sera, al rientro.  Si può dire lo stesso per Hamas?

Le possibilità sono due: o la vita quotidiana nello stato sionista è oggettivamente intollerabile -ma come si è detto non mancano abbondantissime informazioni che attestano il contrario- o Vittorio Mosseri mente sapendo di mentire.
Hamas ha un braccio combattente per il quale la morte violenta è roba d'ogni giorno; nella visione del mondo della propaganda, tutti i sudditi dello stato sionista vivrebbero nelle stesse condizioni. Sulla credibilità e sulla plausibilità di questo assunto lasciamo giudicare a chi legge.
Al momento in cui scriviamo, "il terrore di non ritrovarsi la sera al rientro" è realtà concreta per la popolazione di Gaza. Ma questa è appunto una realtà concreta, non un costrutto propagandistico, per cui sarà difficile trovarne traccia negli scritti di un Mosseri.

Israele non è in conflitto con i palestinesi, ma con i terroristi palestinesi. Israele accoglie, nella pienezza dei diritti, i palestinesi (e gli arabi) che, in fuga dai loro regimi politici, oltrepassano i confini e decidono di stabilirsi nell’unico Stato democratico del Medio Oriente. Li fa cittadini attivi. Tanto che arabi e palestinesi, così come tutte le altre realtà sociali e religiose, sono rappresentati politicamente e hanno diritto di voto. Si può dire lo stesso per Hamas?

La contrapposizione tra uno stato sovrano ed un movimento politico in questo caso non ha alcuna logica e non ha altro giustificativo che la malafede.
Il discorso sul "diritto di voto" potrebbe portare assai lontano, e su un terreno che il signor Mosseri troverebbe per lo meno imbarazzante. Il democratismo sionista è democratismo "occidentalista", che concede di buona grazia un diritto che resta tale fino a quando i suffragi vanno nella direzione auspicata o fintanto che coloro cui viene concesso non lo esercitano (evitando di disturbare il manovratore) come avviene nello stato sionista per molti dei sudditi di origine araba. 
Un paio di anni fa Gilad Sharon, figlio del macellaio  di cui sopra, auspicava una soluzione finale per Gaza e per la sua irredimibile popolazione civile, e lo faceva su uno dei principali fogliettini dello stato sionista, non su un blog che nessuno legge, o sul Libro dei Ceffi.
“La popolazione di Gaza non è innocente, hanno eletto Hamas. I gazawi non sono ostaggi, hanno fatto questa scelta liberamente e devono pagarne le conseguenze”.
Secondo qualche gazzettiere la morte dei civili a Gaza non è argomento suscettibile di destare l'attenzione dei sionisti. L'articolo che presentiamo in link testimonia anche l'abiezione di qualche buono a nulla da Libro dei Ceffi, cosa che attesterebbe anche nello stato sionista il persistere di larghi strati sociali connotati da istanze e "valori" tipici della feccia da pallonaio. Una realtà rassicurante per qualsiasi "occidentalista": muoiono i bambini? Meglio, visto che anche Hitler è stato bambino

Il Magen David Adom e gli ospedali israeliani soccorrono, curano e assistono israeliani e palestinesi, senza alcuna distinzione. Ed in particolare in questi tragici giorni, l’ospedale di Beer Sheva sta fornendo assistenza ai bambini feriti che arrivano da Gaza.  Si può dire lo stesso per Hamas?

I sionisti non devono curare e assistere i palestinesi, devono semplicemente smettere di sparare loro addosso.

A Israele e ai palestinesi non piace la guerra. Invece piace ad Hamas, che, unitamente a una politica della tensione, la vede come strumento per raggiungere i propri fini. Hamas non è uno Stato, non aspira ad esserlo, tantomeno con gli strumenti della politica e della diplomazia, come invece fanno i Territori palestinesi. Hamas vuole impadronirsi sempre più dei gangli politici dell’Autorità palestinese, controllarla definitivamente e instaurare una guerra totale per annientare Israele. “Se Hamas getta le armi non c’è più la guerra. Se le getta Israele non c’è più Israele”.

Hamas come organizzazione metafisicamente malvagia e capacissima di ogni nequizia è una costante della propaganda sionista e poco importa se gode di un ampio mandato popolare. In che conto il sionismo e l'"occidentalismo" in genere tengano la volontà degli elettori lo si è già visto e men che mai si può anche solo ipotizzare che qualche sionista si chieda se l'affermarsi di Hamas non abbia un qualche motivo concreto invece che affondare nella metafisica.
Le ricorrenti aggressioni sioniste non hanno affatto tolto sostegno a Hamas, che è persino riuscito a superare i seri passi falsi degli ultimi anni, e c'è da pensare che il loro scopo non sia altro che quello di mantenere nello stato sionista un clima politico sfruttabile in termini di suffragi. Una strategia vincente, almeno fino ad oggi.

La carica di Sindaco che lei ricopre La responsabilizza per una presa di posizione che elimini qualunque voce di odio e conflittualità.  Livorno, storicamente città della coesistenza virtuosa delle diversità, deve essere oggi più che mai una testimone attiva di pace e dignità umana. La verità è lo strumento per veicolarle.

Potremmo concludere con una perifrasi, sostenendo che la verità intesa come strumento per veicolare la pace e la dignità umana non abbonda negli scritti di Mosseri.
E sperarndo che mosse come questa si rivelino almeno controproducenti.
 

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