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Alastair Crooke - Conoscere la storia dello wahabismo in Arabia Saudita è indispensabile per comprendere lo Stato Islamico PDF Stampa E-mail
Mercoledì 03 Settembre 2014 14:10


Traduzione da Huffington Post.

BEIRUT. In Occidente, il clamoroso irrompere del Da'ish (lo Stato Islamico) sulla scena irachena è stato per molti un avvenimento scioccante. In molti hanno espresso perplessità -e sgomento- a fronte della sua propensione alla violenza e dell'attrattiva che esercita nei confronti dei giovani sunniti. Ma più che altro è l'atteggiamento ambiguo dell'Arabia Saudita davanti ad un fenomeno tanto preoccupante quanto difficile da spiegare; la domanda è "Ma i sauditi non capiscono che lo Stato Islamico rappresenta una minaccia anche per loro?"
Perfino in queste circostanze, pare che l'élite alla guida dell'Arabia Saudita sia spaccata. C'è chi è soddisfatto e si fa trascinare dall'ideologia strettamente salafita del Da'ish: lo Stato Islamico sta combattendo l'incendio dell'Iran sciita con il fuoco sunnita, ed un nuovo stato sunnita sta prendendo forma nel cuore di quello che i sunniti considerano il cuore del proprio retaggio storico.
Poi ci sono sauditi più timorosi, che ricordano le vicende della rivolta contro Abd el Aziz condotta dalle milizie dello Ikhwan wahabita (questo Ikhwan non ha nulla a che vedere con lo Ikhwan dei Fratelli Musulmani; in questo scritto non si fa mai riferimento allo Ikhwan dei Fratelli Musulmani), che fece quasi implodere lo wahabismo e le fortune della Casa dei Saud alla fine degli anni Venti.
Molti sauditi sono profondamente irritati dalle dottrine radicali del Da'Ish, o Stato Islamico, e stanno cominciando ad interrogarsi su alcuni aspetti del percorso e della visione politica del loro paese.


La dualità saudita

Le tensioni e i disaccordi sul conto dello Stato Islamico che esistono in Arabia Saudita possono essere comprese soltanto se si afferra l'intrinseca dualità, tutt'oggi esistente, che sta al centro dell'operazione dottrinale compiuta dalla monarchia, nonché delle origini storiche della monarchia stessa.
Uno dei principali fili conduttori dell'identità saudita rimanda direttamente a Muhammad ibn Abd al Wahhab, fondatore dello wahabismo, e all'uso che Ibn Saud fece del suo puritanesimo radicale ed esclusivista. Ibn Saud altro non era che un capo di second'ordine in mezzo a tanti altri fra le tribù beduine che continuamente avevano schermaglie tra loro  in mezzo al deserto del Nejd, calcinato e disperatamente povero.
Il secondo filo conduttore che sta alla base di questa dualità che lascia tanto perplessi riconduce invece a Re Abd al Aziz, che negli anni dopo il 1920 si orientò verso lo statalismo. Riconduce al suo aver messo il guinzaglio alle violenze dello Ikhwan per avere il riconoscimento di stato nazionale da Gran Bretagna ed AmeriKKKa, alla sua istituzionalizzazione della spinta wahabita originaria e al conseguente sfruttamento da parte sua della manna petrolifera degli anni Settanta, sfruttata sapientemente per incanalare verso l'esterno la volatile corrente dello Ikhwan con la diffusione di una rivoluzione culturale -piuttosto che una rivoluzione violenta- in tutto il mondo musulmano.
Questa "rivoluzione culturale" non era fatta di pacato riformismo. Si basava sull'odio giacobino di Abd al Wahhab per la putrefazione ed il deviazionismo che egli percepiva attorno a sé. Di qui la sua esortazione a purificare l'Islam da tutti i suoi elementi ereticali ed idolatrici.


Impostori travestiti da musulmani

Lo scrittore e giornalista ameriKKKano Steven Coll ha descritto il modo in cui questo austero e catoniano discepolo dello studioso del XIV secolo Ibd Taymiyyah di nome Abd al Wahhab disprezzasse "la nobiltà egiziana ed ottomana che elegante, raffinata, fumatrice e piena di hashish, viaggiava stambureggiando attraverso l'Arabia per andare a pregare alla Mecca".
Secondo Abd al Wahhab costoro non erano musulmani: erano impostori, che di musulmano non avevano che l'abito. Né al Wahhab considerava molto migliore il comportamento dei locali beduini arabi: lo indispettivano con quel loro onorare i santi, con l'erigere pietre tombali, con la loro "superstizione" che era poi l'usanza di trattare con riverenza tombe o luoghi che si consideravano particolarmente pregni di spirito divino.
Abd al Wahhab considerava bida', proibiti da Dio, tutti questi comportamenti.
Abd al Wahhab pensava, come Taymiyyah prima di lui, che il periodo della permanenza a Medina del Profeta Muhammad rappresentasse l'ideale della società musulmana, il "mgliore dei tempi", che tutti i musulmani avrebbero dovuto aspirare ad imitare. L'essenza del salafismo è, in sostanza, questa.
Taymiyyah aveva anche dichiarato guerra alla Shi'a, al Sufismo e alla filosofia greca. Inveì anche contro l'uso di visitare la tomba di Muhammad e di celebrarne il genetliaco, dichiarando che queste usanze altro non erano che una mera imitazione della devozione cristiana per Gesù inteso come Dio, e che erano dunque comportamenti idolatrici. Abd al Wahhab aveva fatto propri tutti questi insegnamenti, stabilendo altresì che "qualsiasi dubbio e qualsiasi esitazione" da parte di un credente verso il riconoscimento di questa specifica interpretazione dell'Islam avrebbe dovuto "privare ognuno dell'immunità di cui godono i suoi beni e la sua stessa vita".
Uno dei primi punti fermi nel pensiero di Abd al Wahhab era diventato il concetto fondamentale di takfir. La dottrina takfiri per come la intendevano Abd al Wahhab ed i suoi seguaci stigmatizza come infedeli i musulmani che si impegnino in attività suscettibili di mettere in qualsiasi modo in discussione la sovranità dell'autorità assoluta, ovvero dell'autorità del monarca. Abd al Wahhab deplorava tutti i musulmani che onoravano i defunti, i santi o gli angeli, ritenendo assodato che sentimenti del genere li distraevano dalla completa sottomissione dovuta a Dio, e a Dio soltanto. Di conseguenza, l'Islam wahabita mette al bando ogni preghiera diretta ai santi o ai cari defunti, la visita alle tombe o a moschee particolari, le festività religiose che celebrano i santi, la celebrazione del genetliaco del Profeta Muhammad, e proibisce persino l'uso delle lapidi per contrassegnare le sepolture.
Abd al Wahhab pretendeva che ci si conformasse, e che questo conformismo venisse dimostrato in modi fisici e tangibili. Sostenne che tutti i musulnmani devono decidere di far riferimento ad una sola guida, ad un califfo, nel caso ve ne fosse uno, e scrisse che quanti non si adattano a questo modo di vedere le cose dovrebbero essere uccisi, le loro mogli e le loro figlie violentate, le loro proprietà confiscate. La lista degli apostati meritevoli di morte comprendeva gli sciiti, i sufi ed altre correnti dell'Islam che Abd al Wahhab non considerava affatto musulmane. Su questo punto in particolare, nulla divide lo wahabismo dallo Stato Islamico. La spaccatura sarebbe emersa solo in séguito, a partire dalla successiva istituzionalizzazione del pensiero di Muhammad ibn Abd al Wahhab che sosteneva "Un solo governante, una sola autorità, una sola moschea". Questi tre pilastri furono intesi come rispettivamente riferentisi al re saudita, all'autorità assoluta dello wahabismo ufficiale e al suo controllo della "moschea" intesa come  il mondo.
Lo Stato Islamico nega questi tre pilastri, sui quali poggia nel momento attuale l'intera autorità sunnita; ecco la spaccatura che rende lo Stato Islamico, che su ogni altro aspetto si rifà allo wahabismo, una seria minaccia per l'Arabia Saudita.


Cenni storici 1741-1818

La difesa di concetti ultraradicali come questi, fatta da Abd al Wahhab, finì inevitabilmente con attirargli addosso il bando dalla sua stessa cittadina; nel 1741, dopo aver vagabondato per un po', al Wahhab trovò rifugio presso Ibn Saud e la sua gente. Ibn Saud si era accorto che gli insegnamenti di Abd al Wahhab, mai sentiti prima, erano il punto d'appoggio per rovesciare la tradizione e le convenzioni arabe; erano un modo per conquistare il potere.
La tribù di Ibn Saud abbracciò la dottrina di Abd al Wahhab e da allora in poi poté fare quello che aveva sempre fatto, vale a dire compiere scorrerie nei villaggi vicini e rapinarli di ogni proprietà. Solo che adesso non lo faceva perché era tradizione degli arabi il farlo, ma agendo sotto le bandiere del jihad. Ibn Saud e Abd al Wahhab reintrodussero anche il concetto di martirio in nome del jihad, che ai martiri garantiva immediato accesso al paradiso.
All'inizio conquistarono la supremazia su poche comunità locali ed imposero ad esse il loro dominio. Ai conquistati veniva posta una scelta limitata: la conversione allo wahabismo o la morte. Nel 1790 questa Alleanza era arrivata a controllare la maggior parte della penisola arabica, ed aveva più volte compiuto incursioni contro Medina, la Siria e l'Iraq.
La strategia era quella dello Stato Islamico di oggi: sottomettere le genti conquistate. L'obiettivo era quello di mettere paura. Nel 1801 gli Alleati attaccarono la città santa irachena di Karbala e massacrarono migliaia di sciiti, donne e bambini compresi. Molti sacrari sciiti vennero distrutti, compresa la tomba dell'Imam Hussein, il nipote assassinato del Profeta Muhammad.
Osservando la situazione all'epoca un ufficiale britannico, il luogotenente Francis Warden, scrisse: "Hanno saccheggiato tutta la città e fatto razzia nella tomba di Hussein... in tutta la giornata hanno massacrato, e lo hanno fatto con particolare crudeltà, più di cinquemila abitanti..."
Lo storico del primo stato saudita Osman Ibn Bishr Najdi scrisse che Ibn Saud aveva fatto un macello a Karbala nel 1801. Con orgoglio ne riferì le prove, scrivendo "Abbiamo preso Karbala e abbiamo fatto un macello, e abbiamo catturato la sua popolazione come schiava sia lode ad Allah, Signore dei Mondi: noi non chiediamo perdono per questo e diciamo anzi 'A chi non crede, lo stesso trattamento'".
Abdul Aziz entrò nella città santa della Mecca nel 1803; la città si era arresa sotto il peso del terrore e del panico, e la stessa cosa sarebbe poi successa a Medina. I seguaci di Abd al Wahhab demolirono i monumenti storici, tutte le tombe e tutti i sacrari su cui poterono mettere le mani. Alla fine, avevano distrutto centinaia di anni di architetture islamiche tutt'attorno alla Grande Moschea.
A novembre 1803, tuttavia, un assassino sciita uccise re Abdul Aziz per vendicare il massacro di Karbala. Gli successe il figlio Saud bin Abd al Aziz, che continuò la conquista dell'Arabia. A comandare comunque erano gli ottomani, che a quel punto non poterono più rimanere a guardare il loro impero che veniva divorato pezzo per pezzo. Nel 1812 l'esercito ottomano, formato da egiziani, cacciò l'Alleanza da Medina, da Gedda e dalla Mecca. Nel 1813 Saud bin Abd al Aziz morì di malaria. Il suo sfortunato figlio Abdullah bin Saud venne portato dagli ottomani ad Istanbul dove venne sottoposto ad una macabra esecuzione. Un testimone riferì che per tre giorni gli furono inflitte umiliazioni per le vie di Istanbul e che poi era stato impiccato e decapitato. La testa era stata sparata da un cannone, e il suo cuore strappato dal petto e impalato sopra il suo corpo.
Nel 1815 gli wahabiti furono sconfitti dagli egiziani, che agivano per contro dell'impero, in una battaglia decisiva. Nel 1818 gli ottomani conquistarono e distrussero la capitale wahabita di Dariyah. Il primo stato saudita aveva cessato di esistere. I pochi wahabiti rimasti si ritirarono nel deserto per serrare le file, e vi rimasero senza causare disordini per la maggior parte del XIX secolo.


Con lo Stato Islamico la storia si ripete

Non è difficile capire in che modo la fondazione dello Stato Islamico da parte dell'ISIL nell'Iraq di oggi possa apparire a quanti ricordano queste vicende. Va anche detto che le concezioni dello wahabismo del XVIII secolo non si è affatto indebolita nel Nejd, e che anzi è tornata prepotentemente in vita col collasso dell'Impero Ottomano, nel caos che fece seguito alla fine della prima guerra mondiale.
In questa recrudescenza del XX secolo la Casa dei Saud era guidata da uno Abd al Aziz di poche parole e dalla grande astuzia politica. Al momento di unire le frammentate tribù beduine, egli lanciò lo Ikwan saudita secondo lo spirito di Abd al Wahhab e dei primi predicatori combattenti di Ibn Saud.
Questo Ikhwan era una reincarnazione del primo, fiero e semindipendente movimento avanguardista formato da moralisti wahabiti armati e dediti alla causa, che erano arrivati ad un niente dall'impadronirsi di tutta l'Arabia all'inizio del 1800.Questo Ikhwan riuscì, come ci era riuscito il suo predecessore, a conquistare le città di Mecca, Medina e Gedda in un tempo compreso fra il 1914 ed il 1926. Abd al Aziz tuttavia cominciò a sentire che i suoi più ampi interessi erano minacciati dal giacobinismo rivoluzionario di cui lo Ikhwan dava prova. Lo Ikhwan si rivoltò, dando il via ad una guerra civile che durò fino agli anni Trenta, quando il re riuscì a calmare la questione... a colpi di mitragliatrice.
Abd al Aziz si era trovato in una situazione in cui le semplici verità dei decenni precedenti stavano perdendo vigore. Nella penisola araba era stato scoperto il petrolio. Il Regno Unito e l'AmeriKKKa avevano iniziato a fargli la corte, ma erano ancora propense a sostenere Sharif Hussein come unico legittimo padrone del paese. Ai sauditi toccava sviluppare una diplomazia un po' più sofisticata.
Lo wahabismo, nato come movimento di jihad rivoluzionario e di purificazione takfiri dal punto di vista teologico, fu di forza fatto diventare un movimento che chiamava alla restaurazione conservatrice dal punto di vista sociale, politico , teologico e religioso, affinché servisse come giustificativo per la lealtà istituzionalizzata nei confronti della famiglia reale saudita e del potere assoluto del monarca.


Lo wahabismo si diffonde con le ricchezze petrolifere

Con l'arrivo della manna petrolifera, come spiega lo studioso francese Giles Kepel, l'obiettivo dei sauditi diventò quello di "espandersi e di diffondere lo wahabismo in tutto il mondo musulmano... l'idea diventa quella di wahabizzare l'Islam, riducendo così la moltitudine di voci che esiste all'interno della religione ad un unico credo, ad un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali". Miliardi di dollari vennero investiti, e continuano ad essere investiti a tutt'oggi, in manifestazioni di "potere morbido" di questo tipo.
Questo potente miscuglio di proiezione di "potere morbido" mandata avanti a suon di miliardi e di volontà saudita di prendere le briglie dell'Islam sunnita e di usarlo per assecondare gli interessi ameriKKKani, assieme al concomitante sostegno offerto dai sauditi alla diffusione dello wahabismo negli ambienti educativi, della società e della cultura di tutto il mondo islamico, fece sì che la politica occidentale diventasse dipendente dall'Arabia Saudita. Questa dipendenza è nata con l'incontro di Abd al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense che stava riportando in patria il Presidente dopo la conferenza di Yalta, e dura ancora oggi.
Gli occidentali guardarono all'Arabia Saudita, e il loro sguardo venne accecato dalla sua ricchezza, dalla sua apparente modernizzazione, dalla sua asserita leadership su tutto il mondo islamico. Gli occidentali scelsero di considerare scontato che il regno stesse perseguendo gli imperativi della vita moderna e che la predominanza sull'Islam sunnita non avrebbe fatto altro che condurlo sulla via della modernizzazione.
Solo che l'approccio saudita all'Islam basato sullo Ikhwan non è morto negli anni '30 dello scorso secolo. Esso ha perso posizioni, ma ha mantenuto una propria presa su parti del sistema. Di qui la dualità che osserviamo oggi in Arabia Saudita nei confronti dello Stato Islamico.
Da una parte, lo Stato Islamico è decisamente wahabita. Dall'altra, ha posizioni ultraradicali, che vanno in una direzione diversa. Potremmo considerarlo essenzialmente come un movimento sorto per correggere lo wahabismo di oggi.
Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è un movimento che si ispira al "dopo Medina"; esso considera fonte di emulazione gli atti dei primi due califfi più che quelli del Profeta Muhammad, e rifiuta per forza di cose la pretesa autorità di governare avanzata dai sauditi. Nell'era del petrolio la monarchia saudita ha prosperato diventando un'istituzione sempre più enfiata; intanto, a dispetto delle campagne di modernizzazione di re Faisal, l'attrattiva del messaggio dello Ikhwan continuava a guadagnare terreno. Lo "approccio dello Ikhwan" ha ottenuto, ed ottiene ancora oggi, il sostegno di molti uomini e donne importanti e di molti sceicchi. Da un certo punto di vista, Osama Bin Laden è stato un fedele rappresentante dell'ultima fioritura di questo approccio.  Oggi, il fatto che lo Stato Islamico stia lavorando per minare la legittimità della monarchia non viene considerato qualcosa di problematico, ma qualcosa che rimanda alle genuine origini del progetto dei Saud e di Wahhab.
Nel controllo del Medio Oriente in cui sauditi ed Occidente hanno collaborato allo scopo di portare a termine molti progetti occidentali come la lotta al socialismo, al baathismo, al nasserismo, all'influenza sovietica ed iraniana, i politici occidentali hanno messo in evidenza l'interpretazione della realtà saudita da essi stessi scelta, fatta di ricchezza, modernità ed influenza nella regione, ma hanno scelto anche di ignorare ogni spinta wahabita.
D'altronde, i movimenti islamici più radicali sono stati percepiti dai servizi segreti occidentali come maggiormente efficaci nella lotta all'Unione Sovietica in Afghanistan e nel combattere i leader ed i paesi mediorientali sgraditi.
Perché dovremmo provare un senso di sorpresa, allora, se dal mandato che sauditi ed occidentali hanno affidato al Principe Bandar affinché guidasse l'insurrezione siriana contro il Presidente Assad è emersa una specie di movimento di avanguardia come lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante, che è una sorta di violento e terrorizzante nuovo Ikhwan? E perché dovremmo provare un senso di sorpresa, adesso che ne sappiamo un po' di più sullo wahabismo, se viene fuori che in Siria è più facile incontrare il mitico unicorno che non qualche "insorto moderato"? Perché mai avremmo dovuto pensare che lo wahabismo radicale avrebbe fatto emergere formazioni moderate? O forse pensavamo che una dottrina che si basa su "un solo capo, una sola autorità, una sola moschea, sottomissione o morte" avrebbe potuto in ultima analisi condurre alla moderazione ed alla tolleranza?
No, forse non lo abbiamo mai neppure pensato.
 

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