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La situazione nello Yemen. L'Arabia Saudita teme una manovra a tenaglia dello Stato Islamico PDF Stampa E-mail
Lunedì 22 Settembre 2014 12:39

Combattente sciita Houthi nel nord dello Yemen, marzo 2014 (Fonte: Al Alam)

Traduzione da Conflicts Forum.

Il Primo Ministro si è dimesso, il governo è stato sciolto, le strade di Sana'a sono piene di decine di migliaia di manifestanti sciiti Houthi e dei loro alleati sunniti; ci sono posti di blocco nelle strade, ed il Presidente ad interim Abed Rabbo Hadi traballa perché le sue proposte per risolvere la crisi e per arrivare alla formazione di un nuovo governo sono state respinte in blocco dai manifestanti, che pensano che "non siano abbastanza". Un portavoce degli Houthi ha detto che il lancio di grida rituali dai tetti della capitale, avvenuto all'imbrunire del 4 settembre, avrebbe segnato l'inizio della "terza fase dell'escalation" e che stava a testimoniare il rifiuto totale da parte degli sciiti dell'aumento dei prezzi del carburante (che come al solito era compreso nel programma di "riforme" del Fondo Monetario Internazionale) e del "governo corrotto".
In poche parole il gruppo tribale Houti, cui Hadi appartiene (e che prende il nome da Hussein al Houti, ucciso dal governo nel 2004 quando iniziò la guerra lunga sei anni contro la repressione dell'allora presidente Saleh che aveva cercato di spazzare via il movimento), ha passato un periodo di sostanziale rinascita; un rinnovamento che è bastato a far sì che il movimento acquistasse la supremazia nel nord dello Yemen, nei governatorati di Sa'da e di Amran e di fatto anche nella capitale, anche se per adesso non si può dire che la città sia a tutti gli effetti caduta nelle loro mani. Il gruppo sciita degli Zaidi costituisce una minoranza rimarchevole in uno Yemen a maggioranza sunnita: si parla del quaranta o quarantacinque per cento della popolazione; nelle regioni collinose del nord, e nella zona di Sanaa, costituiscono una solida maggioranza. Nel rovesciamento del Presidente Saleh, avvenuto nel 2012, hanno avuto un ruolo fondamentale.
Nonostante le voci che circolano, secondo cui gli Houthi stanno cercando di impadronirsi del governo o di portare a termine un colpo di stato, il movimento si è comportato con cautela nell'avanzare pretese. Non vuole guidare l'esecuitivo, e neppure sta cercando di occupare qualche ministero. Il movimento Houthi vuole soltanto che vengano ritirati gli aumenti nel prezzo del combustibili -circa il 15%- e che i prezzi tornino quelli che erano prima del 2011. Inoltre, vuole che venga cancellato il progetto governativo di un nuovo assetto territoriale basato sulla creazione di sei unità federate. Gli Houthi respingono anche il progetto del Presidente ad interim Hadi per un governo di unità nazionale, che gli permetterebbe di accaparrarsi tutti  i ministeri chiave, sia pure con l'appoggio di rappresentanti provenienti dal sud e degli stessi Houthi. La maggior parte dei manifestanti pensa che l'iniziativa di Hadi sia "un'altra trovata delle solite" e che sia dunque inaccettabile. Gli Houthi hanno preso in mano le redini della protesta e ne hanno così ampliato la base, anche se un gruppo tribale fedele a Hadi, gli Harith, è sceso in strada a Sana'a in sostegno al Presidente.
Gli Houthi sono diventati gli arbitri della situazione dopo aver rintuzzato gli sforzi di Saleh di ispirare a posizioni wahabite il governatorato di Sa'ada in cui gli Houthi sono maggioranza, allontanando gli imam Zaidi e sostituendoli con altri di orientamento wahabita. Nel 2009 hanno respinto un attacco della Guardia di Frontiera dell'Arabia Saudita, pare infliggendole gravi perdite, ed in séguito hanno sconfitto anche il Partito Islah, vicino ai Fratelli Musulmani; secondo commentatori ben informati, politicamente quella dello Islah è ormai un'organizzazione finita.
Gli Houthi, detti anche Ansar Allah, sono parte degli sciiti Zaidi e credono che i musulmani dovrebbero rispondere solo ai loro imam, come hanno fatto per oltre mille anni dal momento che il ruolo guida degli imam è venuto meno solo nel 1962. In ogni caso, non ci sono grosse differenze ideologiche tra gli Zaidi e la maggioranza Shafi'i di orientamento sunnita; entrambi i gruppi hanno convissuto in pace ed hanno pregato nelle stesse moschee per centinaia di anni; molti sunniti Shafi' i si sono chierati con gli Houthi nel loro rifiuto dei Fratelli Musulmani e dello Islah, e nel loro rifiuto dei salafiti.
In Arabia Saudita si teme che gli Houthi, facendo in concreto carta straccia dell'accordo di transizione che sei paesi del Golfo Persico sono riusciti ad imporre allo Yemen e che in pratica consentiva di rimanere in piedi al vecchio stato di cose dei tempi di Saleh sotto un nuovo Presidente ad interim, contribuiranno ad inasprire l'instabilità, mineranno la determinazione del governo ad impegnarsi nella lotta agli elementi ostili all'Arabia Saudita, e consentiranno al Da'ish, lo Stato Islamico, di farsi largo nello Yemen. Lo Stato Islamico potrebbe così fare pressioni sul regno saudita da due parti, l'Iraq e lo Yemen.
Oltre a questa preoccupazione, i sauditi temono anche che l'affermarsi del gruppo sciita degli Houthi sveli tutta la rete di sostenitori che hanno messo in piedi, con ogni cura, foraggiandola e finanziandola nel corso degli anni. Oltre a questo, i sauditi temono che la il deciso attivismo degli Houthi e il loro sentimento antigovernativo finiscano per insitgare gli ismaeliti, che dell'islam sciita sono un'altra corrente e che vivono in una zona strategica di confine un tempo yemenita che i sauditi hanno fatto propria, spingendoli ad emulare il loro rinato attivismo.
La campagna favorevole ai salafiti nel nord del paese, che i sauditi hanno sostenuto, è già stata inficiata dagli Houthi, anche se sono ancora attivi in altre regioni dello Yemen altri movimenti salafiti favorevoli all'Arabia Saudita ed al Qatar. Il Partito Islah, anch'esso finanziato in qualche caso dall'Arabia Saudita ed in qualche altro -a detta degli stessi sauditi- dal Qatar, adesso è spaccato in correnti che propendono per l'Arabia Saudita ed in correnti che propendono per il Qatar, ed è debole. I gruppi tribali sunniti del sud costituiscono un fronte apertamente ostile verso l'Arabia Saudita e verso il governo di Sana'a, ed in questo sono vicini agli Houthi; per i sauditi costituiscono una realtà ampiamente fuori controllo, proprio come gli ismaeliti.
Se il governo di Sana'a finirà per cadere in mani sciite, che ne sarà delle forze che fino ad oggi hanno posto un freno ad Al Qaeda e che effettivamente riescono a tenere i piedi sul terreno, in cui costituiscono a tutti gli effetti una testa di ponte? I timori sauditi sono di questo genere. Oggi come oggi, i sauditi possono contare su qualcuno che nello Yemen tiene a bada Al Qaeda, ma questo non significa che abbiano il predominio sul paese, o anche soltanto su meno della metà di esso. Il Da'ish cercherà di cooptare il ramo yemenita della cosiddetta Al Qaeda, che potrebbe anche prestarsi a stringere un'alleanza col califfo di Mossul? Se questo succedesse, i sauditi si ritroverebbero con lo Stato Islamico appostato ai limiti del ventre molle del loro paese. Adesso è questione di tempo, anche se forse la miglior contromisura contro il Da'ish consisterebbe, sia per i sauditi che per i loro alleati occidentali, nel prestare orecchio alle richieste degli sciiti Houthi anziché dipingerli come militanti radicali.
 

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