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Ramzy Baroud - Palestinesi che fanno le comparse e verità scomode PDF Stampa E-mail
Mercoledì 08 Ottobre 2014 16:49
Il palestinese che fa la parte del nemico è un palestinese che viene invitato in televisione
solo per essere coperto di invettive davanti a tutti (Fox News).


Traduzione da
Palestine Chronicle.

Per me è imbarazzante ricordare la prima volta che presi la parola ad un'assemblea di studenti socialisti all'Università dello stato di Washington a Seattle, un paio di decenni fa. Quando cercai di dipingere in maniera realistica la situazione in Palestina quale essa era dal punto di vista di un profugo, l'uditorio si impressionò parecchio.
Il capo del gruppo studentesco, comunque, sapeva come comportarsi con l'uditorio. Parlò del proletariato palestinese e di quello dello stato sionista, che a sentir lui stavano in ultima analisi combattendo contro il medesimo nemico, le élite capitaliste neoliberiste che stavano soggiogando senza alcun ritegno le classi lavoratrici, sia in Palestina che nello stato sionista. Agli astanti piacquero soprattutto le sue perentorie conclusioni: le classi lavoratrici dell'Algeria, del Congo e del Sud America erano tutte, in qualche modo, magicamente legate a quella palestinese.

Una narrativa scomoda. Io obiettai che lo Histadrut, l'Organizzazione Generale dei Lavoratori in Terra d'Israele, in realtà era un'impresa sindacale costruita su basi razziali, e la gente non la prese per niente bene. Dal momento della sua fondazione, nel 1920, lo Histadrut si è fatto carico della difesa dei diritti dei lavoratori ebrei ed ha fatto tutto quello che poteva per escludere i loro presunti compagni arabi. Era un'istituzione potente, che crebbe fino a diventare il collettore del sionismo operaio e il responsabile della pulizia etnica dei palestinesi, operai e non, nonché della costruzione dello stato sionista sopra la Palestina rovinata.
A parlare davanti a quel gruppo socialista non mi invitarono più; col tempo, però, capii che la questione era molto più complicata di così. Non è una questione che riguarda il socialismo o i diritti dei lavoratori, è una cosa che riguarda la mia particolare narrativa centrata sulla Palestina. Col tempo capii che come palestinese, a prescindere dalla ribalta su cui mi fossi venuto a trovare, potevo soltanto incasellarmi in uno spazio prefissato, le cui dimensioni erano rigidamente stabilite in anticipo.  
Alla fine scoprii che la cosa aveva ripercussioni di ampia e ineludibile portata. Imparai che le decisioni più gravide di conseguenze il Congresso degli Stati Uniti le prendeva dopo lunghe indagini che raramente coinvolgevano qualche palestinese. Quelli che vengono chiamati a rendere testimonianza al Congresso, davanti alle commissioni, sono per lo più cittadini dello stato sionista, esperti di politica estera statunitense e lobbysti favorevoli allo stato sionista; più o meno tutti difendono gli interessi dello stato sionista e lo spazio cui è possibile accedere nei mass media è incredibilmente limitato, specialmente per le autentiche voci della Palestina. La cosa arriva al punto che persino le conferenze solidali e gli incontri che trattano della Palestina poche volte rappresentano i palestinesi e finiscono spesso per rappresentare una versione immaginaria delle priorità palestinesi, basata sull'agenda fissata dagli organizzatori.

Il palestinese mediatico. In uno spazio pubblico così limitato, non tutti i palestinesi sono in grado di partecipare. Coloro cui viene concesso di comparire devono rispondere a criteri ben precisi. Ad esempio, nei mass media ameriKKKani sono ammessi solo due tipi di palestinese: quello favorevole allo status quo, e quello che si comporta da avversario.
Il palestinese del primo tipo fa spesso capo all'Autorità Palestinese o a qualche think tank di Washington e viene letteralmente esibito in una fallace attestazione di equilibrio e di obiettività. Il fatto che costoro rappresentino precisi interessi politici che mettono d'accordo Washington, Tel Aviv e Ramallah e che poche volte rispecchino un punto di vista rappresentativo della maggioranza dei palestinesi non importa molto.
Il palestinese che si comporta da avversario invece viene invitato a prendere la parola nei mass media solo per essere disprezzato in pubblico. Non importa quanto sono ponderati le loro affermazioni e i loro punti di vista, quanto sono aderenti alla realtà e ben argomentati; in questo caso il palestinese fa il nemico e diventa il bersaglio di invettive rabbiose. Quando il facondo direttore esecutivo dello Jerusalem Fund Yussef Munayyer ha cercato di illustrare il contesto della guerra condotta dallo stato sionista contro Gaza, Sean Hannity di Fox News ha trovato semplicemente inaccettabile l'idea che qualcuno potesse contraddire con cognizione di causa le istanze dello stato sionista.
"Hamas è o no un'organizzazione terrorista?! Quale parte di questo concetto non ti entra in quella testolina?!" ha urlato con rabbia Hannity.
Angariato in diretta in televisione, Munayyer ha chiesto: "C'è modo che possa prendere la parola anch'io, in questa conversazione?"
No, certo che non c'è.

Il palestinese che dà fastidio. Quando il docente arabo-ameriKKKano Steven Salaita è stato licenziato dalla sua nuova cattedra all'Università dell'Illinois a causa di qualche suo scritto sul Cinguettatore in cui deplorava la sanguinosa guerra dello stato sionista contro Gaza, sono stati in pochi a mostrarsi sorpresi. Gli ambienti accademici ameriKKKani saranno anche relativamente aperti al dissenso, ma per i palestinesi si fa sempre un'eccezione. La maggior parte della propaganda favorevole allo stato sionista, negli Stati Uniti, ha la voce di docenti apertamente in accordo con le rispettive università. Per i palestinesi e per i loro sostenitori la situazione è parecchio diversa.
Il fatto che docenti -palestinesi e non- vengano presi di mira perché non rimangono entro i limiti di quello che è permesso o meno dire sul conflitto tra Palestina e stato sinoista non è una novità. Campus Watch, di fatto, è stata fondata con lo scopo preciso di isolare e intimidire i docenti che osano infrangere i limti cui devono attenersi i punti di vista poco accomodanti sullo stato sionista ed i suoi "speciali legami" con gli Stati uniti.
Gli studenti vengono incoraggiati a registrare e denunciare i professori le cui lezioni possono essere interpretate come critiche nei confronti dello stato sionista. Un corso sul conflitto arabo-sionista tenuto al Columbia College dal professor Lymen Chehade è stato cancellato, nonostante fosse frequentato da numerosi studenti. Il corso costituiva una ribalta per molte voci coinvolte nel conflitto, eppure uno studente l'ha denunciato all'amministrazione come "tendenzioso", e questo ha portato alla sua cancellazione. Questo genere di censura ha l'unico scopo di controllare la narrativa sulla Palestina e sullo stato sionista e non vi si fa comunemente ricorso per le altre materie accademiche.

Il palestinese alternativo. Esiste poi il palestinese alternativo. Può essere un (sedicente) palestinese le cui affermazioni sono particolarmente utili e perfettamente confacenti all'agenda mediatica. Dopo gli attacchi dell'undici settembre 2001 è diventato più comune il fenomeno dei "terroristi palestinesi pentiti"; in quel momento i mass media e i membri del governo favorevoli allo stato sionista stavano cercando disperatamente di tirare i palestinesi dalla parte dell'AmeriKKKa, nella sua cosiddetta "guerra al terrore". Figure come lo "ex terrorista" Walid Shoebat, con storie spettacolosamente false, vennero fatti passare con regolarità sui media statunitensi e presentati al pubblico come esperti di antiterrorismo.
La figura del "palestinese" alternativo è quella di un imbroglione in cerca di soldi, e fa parte della più ampia saga che coinvolge quegli arabi e quei musulmani che hanno fabbricato su misura storie personali artatamente aggiustate, che continuano a portare sostegno a concezioni razziste stereotipate.
Il palestinese comparsa. Si può mandare un palestinese a fare la comparsa in ogni genere di incontri che abbiano come scopo più o meno dichiarato quello di parlare di Palestina. Sono stato a diverse conferenze nel corso degli anni, solo per scoprire che in molte occasioni la mia presenza e quella di altri come me servivano esattamente a questo: servivano delle comparse. Il palestinese che fa la comparsa deve essere tranquillo e non deve in nessun modo metter bocca nella scaletta degli argomenti da trattare. La comparsa deve starsene lì, e consentire a chiunque abbia organizzato l'iniziativa di sfruttare la sua presenza in qualsiasi modo gli paia utile, che si tratti di raccogliere fondi o di acquisire consenso politico.

Il palestinese testimone. Dopo l'ultima aggressione sionista contro Gaza, che ha ucciso circa duemiladuecento persone e ne ha ferite più di undicimila a maggioranza civili, in tutto il mondo ci sono state pubblici dibattiti di solidarietà con la Palestina. Alcune sono state organizzate con una chiara scaletta di priorità presentata da palestinesi, che aveva il chiaro proposito di spingere all'azione; altre sono state soprattutto simboliche, come simbolica è stata allora la presenza palestinese. 
In questo genere di riunioni ci sono pochi palestinesi messi in mostra affinché descrivano episodi violenti verificatisi nel corso della guerra; una volta fatte venire le lacrime agli occhi, arriva il tuttologo occidentale che di solito si addossa il compito di dare forma al discorso nelle sue varie sfaccettature intellettuali, legali, politiche eccetera, incanalando così la discussione in binari precisi e prescrivendo anche la soluzione.
Nel panorama intellettuale palestinese posteriore ad Edward Said, per qualche misterioso motivo i palestinesi vengono per lo più esclusi dal mettere bocca persino nelle questioni che li riguardano; altrimenti, vengono usati come cavie a buon mercato per gli affari di qualcun altro.

La questione, ovviamente, non riguarda solo i palestinesi; tutt'altro. Pare diventata la regola che il dibattito intellettuale in Occidente continua a seguire nel rapportarsi con le altre nazioni. Nel caso dei palestinesi, il problema è reso ancora più grave dal fatto che l'esclusione di una narrativa autenticamente palestinese è rafforzata anche da quanti simpatizzano con la causa della Palestina. Invero, certo simpatizzare dipende, anche se a volte la cosa avviene senza che gli interessati se ne accorgano, dall'escludere i palestinesi dalla loro stessa storia.


Ramzy Baroud è ricercatore in storia popolare all'Università di Exeter. E' redattore capo di Middle East Eye. Baroud è un editorialista internazionale, un consigliere mediatico, uno scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com.
Il suo ultimo libro si intitola "My Father Was a Freedom Fighter: Gaza's Untold Story" (Pluto Press, Londra).
 

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