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Gli Stati Uniti non imparano niente dalla storia e sono condannati a ripetere gli stessi errori PDF Stampa E-mail
Lunedì 24 Novembre 2014 10:28

Traduzione da Conflicts Forum.

William Polk  è un esperto di lungo corso di cose che riguardano la politica estera ameriKKKana; a suo tempo fu uno dei tre uomini che gestì la crisi dei missili a Cuba durante il confronto tra Kennedy e Krushev; ci avverte, con toni perentori, che ci stiamo dirigendo dritti verso un altro momento di altissima tensione foriero di altrettanti, persino apocalittici pericoli, che potrebbero arrivare fino alla guerra vera e propria. Afferma che le dinamiche che ci stanno spingendo oggi verso un conflitto sono le stesse che hanno agito ai tempi della crisi dei missili a Cuba: la nostra incapacità di capire in che modo l'avversario percepisca noi, il rifiuto di prendere in considerazione l'altrui visione delle cose e l'altrui visione della storia, e persino il rifiuto stesso dell'idea che potrebbe esserci anche un'altra verità oltre alla nostra.
In breve, noi diamo per scontato che i russi pensano e vedano le cose allo stesso nostro modo, e che siano loro ad essere nel torto: devono essere nel torto. Altrimenti, perché mai non vedono e non interpretano il mondo come lo vediamo e lo interpretiamo noi, con altrettanta razionalità? E se si comportano in modo opposto rispetto alle nostre aspettative, non è che lo fanno perché hanno un modo diverso di vedere le cose, ma perché vogliono arrivare allo scontro armato.
Ad impressionare maggiormente, nel racconto di Polk su tutte le lezioni di cui non abbiamo fatto tesoro, è il fatto che un ex ufficiale russo assai esperto ci aveva appena riferito esattamente le stesse cose, ovvero che sembra che stiamo seguendo lo stesso pericoloso copione che portò alla crisi dei missili a Cuba.
William Polk scrive:
Alcuni mesi prima che la crisi [del 1962] scoppiasse, andai a fare un viaggio in Turchia. In Turchia visitai una base dell'USAF dove c'erano dodici cacciabombardieri pronti al decollo. Due di questi erano sempre in condizione di operatività immediata, con i motori in funzione e i piloti ai loro posti. Tutti e due gli aerei erano in posizione di decollo, ciascuno armato con un ordigno nucleare da un megatone e istruito per colpire un bersaglio in Unione Sovietica. A poca distanza, sul Mar Nero a Samsun, vidi gli aerei radar di uno squadrone della RAF mentre mettevano alla prova le difese aeree sovietiche della Crimea. Da qualche altra parte in Anatolia, in una località che si presumeva segreta, un gruppo di missili Jupiter americani era pronto, armato e in posizione di lancio.
Tutte queste armi erano difensive o offensive? Erano una minaccia contro l'Unione Sovietica o erano una difesa per il "mondo libero"? I miei colleghi nel governo americano pensavano che fossero armamenti difensivi: erano parte del nostro sistema di deterrenza e stavano dove stavano per proteggere noi, non per minacciare i russi.
I russi erano di tutt'altra idea. Così, decisero in risposta di collocare alcuni dei loro missili a Cuba. I loro strateghi credevano che controbilanciando gli armamenti che noi avevamo messo a ridosso delle loro frontiere, anche i loro armamenti fossero parte di un sistema difensivo. Noi ovviamente non la vedevamo in questo modo: interpretammo le loro mosse come inequivocabilmente ostili, e per far loro togliere di mezzo quei missili arrivammo quasi alla guerra.
Rinsavimmo tutti ad un passo dall'inevitabile. Noi togliemmo i nostri Jupiter, e i russi tolsero i loro armamenti da Cuba.
La prima cosa che avremmo dovuto imparare da questa mezza catastrofe fu che dovevamo provare a capire il punto di vista dell'avversario. Come avevo specificato nei mesi che precedettero la crisi, i russi avevano un vantaggio: i missili che avevamo dislocato in Turchia erano vecchi, Avevano bisogno di combustibile liquido, e ci volevano vari minuti per lanciare un missile che usava quel tipo di propellente. Se si doveva usarli, dovevano partire prima che i missili sovietici o un qualche loro aereo potesse distruggerli al suolo. Questo significa che potevano essere usati solo per un primo attacco. Per definizione, un primo attacco è qualcosa di offensivo.
Feci presente che era il caso di togliere i missili dalla Turchia. Non lo facemmo. I nostri militari li vedevano come parte integrante del nostro sistema difensivo. Li lasciammo in posizione fino a quando i russi non misero i loro missili a Cuba. A quel punto li togliemmo, ma ci liberammo dei nostri missili solo quando i russi si liberarono dei loro. Così, in un certo senso, la crisi dei missili finì con uno scambio reciproco. Pensai che era stato un modo molto sconsiderato di mettere in pericolo il mondo intero.
Così andarono le cose allora, e così vanno oggi: cosa si pensa negli Stati Uniti ed in Europa di quello che si sta tentando di fare in Ucraina? Si sta cercando di "costruire un'Ucraina orientata ad Occidente, integrata nell'Occidente, prospera, territorialmente integra, sicura e democratica".
Per molti europei questo obiettivo è semplicemente l'ovvio riflesso dell'attrattiva di civiltà esercitata dall'Unione Europea. I russi la vedono diversamente. I russi sanno bene che l'Ucraina è solcata da profonde divisioni e da rancori antichi e pensano che l'Occidente stia usando queste vecchie ruggini per creare una piattaforma offensiva allo scopo di indebolire la Russia. La presidenza russa ha reagito mettendo al sicuro la storica base della marina russa ed esercitando forti pressioni nel Donbass contro una Kiev ormai ostile. La questione si ripresenta: la reazione russa in Ucraina è offensiva o difensiva?
La Russia considera difensive le proprie mosse; difensive come possono esserlo in una ltta per l'esistenza. L'Occidente non la pensa così. L'Occidente considera le mosse russe nientemeno che una minaccia per tutto l'ordine postbellico europeo, ed ha schierato i suoi "missili" a ridosso delle frontiere russe. Certo, in questo nuovo modo di guerreggiare non si tratta di bombardieri veri e propri, come quelli che William Polk vide in Turchia pronti sulle piste e con i motori accesi. Sono invece bombardieri del Tesoro degli Stati Uniti, carichi di bombe al neutrone di tipo finanziario. Sono le sanzioni, ideate in modo da danneggiare le future rendite petrolifere dei russi. L'Occidente pensa che possano servire come deterrente, come lezioncina correttiva utile a far sì che la Russia non si comporti male un'altra volta. I russi, invece, li considerano come un atto di  guerra. Un atto di guerra contro il Presidente Putin, e contro la Russia stessa.
La Russia reagisce difendendosi, dal suo punto di vista; e reagisce creando un sistema finanziario e commerciale parallelo assieme alla Cina. L'Occidente la pensa in un altro modo. Il prezzo del petrolio crolla di quasi un terzo. Secondo l'Occidente si tratta sempcliemente di una reazione tecnica alle condizioni in cui si trova il mercato. I russi, ricordando come l'Arabia Saudita si è adoperata per far crollare il prezzo del petrolio nel 1986 causando in questo modo l'implosione finanziaria dell'Unione Sovietica, non sono d'accordo. I russi ricordano cosa è successo e adesso danno che sono entrati in un percorso che può portare alla guerra. Potrebbe trattarsi di una guerra vera e propria, o di una guerra del nuovo genere inventato dal Tesoro degli Stati Uniti.
La crisi dei missili a Cuba quali insegnamenti praticabili ci ha lasciato, adesso che Kiev ha tenuto le sue elezioni, il Donbass le sue controelezioni, che Kiev schiera forze armate riequipaggiate e il Donbass milizie rifornite e rinforzate?
Il primo insegnamento che William Polk illustra è che, contrariamente a quello che si dice di solito, l'AmeriKKKa non fronteggiò Krushev con un'indiscriminata esibizione di muscoli. L'AmeriKKKa rimosse alla chetichella i propri Jupiter dalla Turchia, e i russi fecero lo stesso con i loro missili a Cuba. Non furono i russi a mollare perché sottoposti a pressione, come si è sempre affermato nella vulgata popolare. A crisi conclusa, quando gli eventi furono riprodotti sottoforma di wargame per trarne le opportune conclusioni, i funzionari ameriKKKani arrivarono a capire che se Kennedy avesse continuato a far salire la tensione, invece di farla scendere, AmeriKKKa e Russia sarebbero arrivate alla guerra, ad una devastante guerra nucleare.
Per quale motivo? Perché il "gioco" rivelò che la teoria della deterrenza affondava in concetti antropologici sbagliati. Uno stato non pensa come se fosse un singolo individuo: uno stato è una comunità con una storia multiforme, che prende forma secondo linee che riflettono usanze comuni svariate. Uno stato non si comporta necessariamente come si comporterebbe un singolo individuo, specialmente se questo "individuo" viene concepito come guidato da un comportamento razionale volto alla massimizzazione degli utili e alla minimizzazione dei rischi. I colleghi di Polk giunsero piuttosto alla conclusione che si trovavano davanti a delle leadership di governo. E queste leadership, per una vasta serie di fattori psicologici e legati alla competizione, possono semplicemente concludere che non possono correre il rischio di essere i primi a fare un passo falso senza curarsi di quello che ne può derivare.
Il sottinteso di tutto questo sta nel pericolo di fare proprio l'errato assunto che dal momento che i nostri organi sensoriali sono sostanzialmente gli stessi, dovremmo tutti percepire il mondo in modo più o meno simile. La realtà è troppo sfuggente perché questo avvenga: quella che a qualcuno sembra la lettura chiara di una certa situazione, cui corrispondono altrettanto chiari e razionali atti difensivi, per qualcun altro può essere qualcosa di completamente diverso, qualcosa di completamente opposto: un comportamento puramente aggressivo. In sostanza, William Polk ci ricorda che dovremmo essere tutti consapevoli di quanto è facile che in politica estera un qualche cosa che ci sembra difensivo venga invece interpretato come offensivo.
Sembra probabile che queste ammonizioni abbiano trovato a Washington qualche attento ascoltatore. In un articolo sul Financial Times il redattore di The National Interest scrive che i leader repubblicani, all'indomani del loro smaccato successo elettorale nelle elezioni di mid-term, adesso possono anche esultare per quella che può sembrare una rivalsa. Per tutto il corso della campagna elettorale i neoconservatori hanno fatto moltissime pressioni sul Presidente Obama per via della sua presunta debolezza in politica estera: ecco che arrivano gli "smaccati successi elettorali", a legittimare la loro intransigenza priva di rimpianti.  Certamente Obama deve tenere presente la scadenza del suo mandato e potrebbe anche usare il tempo che gli resta per cercare di rovesciare le cose, ma non c'è dubbio sul fatto che se deciderà di comportarsi in questo modo dovrà vedersela con una forte corrente avversa.
In Occidente, la narrativa repubblicana che attribuisce i fallimenti in politica estera alla debolezza della presidenza verrà considerata come un qualche cosa che "è solamente roba politica", un qualche cosa che riflette i cambiamenti e le giravolte tipici dei contesti elettorali. I russi, e molti altri in Medio Oriente, già oggi vedono le cose in tutt'altro modo. Si veda qui lo scritto di Raghada Dragham sullo Al Arabiya, in cui si tratta di quello che vanno dicendo adesso i repubblicani. Secondo loro, chiunque sarà il prossimo presidente -ma anche Obama stesso, se ci saranno altre pressioni da parte della politica interna- si mostrerà maggiormente aggressivo verso la Russia, verso l'Iran e verso il governo siriano. In Russia e in Medio Oriente i risultati elettorali non vengono intesi come "solamente roba politica", ma come le premesse per una escalation.
E' possibile evitare la escalation? SI possono ritirare gli equivalenti degli Jupiter e dei missili cubani? Esiste una soluzione semplice come questa? Quali elementi vanno considerati i "missili difensivi" dei russi? Questo è piuttosto chiaro: una Ucraina non allineata, non escludente, che non contempli scenari geoeconomici che impongano al vicino una condizione di sudditanza, in cui i poteri vengano decentrati da Kiev alle regioni, in cui il russo ritorna lingua ufficiale ed in cui cessano le politiche di sussidio sul gas russo.
In Europa, una posizione da paese non allineato non è mai stata intesa come estranea. l'Europa potrebbe semplicemente ritirare i suoi missili, rappresentati dalla posizione "inclusione nella NATO e nella UE", se i russi ritirassero  propri, che sono rappresentati dalla militarizzazione della milizia ostile a Kiev. Una cosa del genere non dovrebbe coinvolgere nessun diplomatico, perché riguarda per intero l'Ucraina. Purtroppo, però, non è così e così non è mai stato.
L'ostilità ameriKKKana per la Russia ha a che fare tanto con la percezione che l'AmeriKKKa ha del proprio stesso declino quanto con l'Ucraina in sé. L'Ucraina sta a rappresentare un problema psicologico molto più radicato, ed è questo il motivo per cui le tensioni con la Russia sono destinate ad aggravarsi. Il conflitto con la Russia si inasprirà, a meno che un qualche capo politico ameriKKKano non riesca a controllare questi sintomi di ansia condivisa che, a livello di singoli esseri umani, hanno a che fare con la modalità con cui gli altri ci percepiscono. Gli psicologi sanno che questi timori, individuali o collettivi che siano, emergono spesso inconsciamente attraverso l'uso di un linguaggio o di comportamenti aggressivi, e probabilmente qualcosa di simile è emerso nelle elezioni di mid-term.
Purtroppo, Obama non è mai stato forte nel controllare la percezione che l'AmeriKKKa ha di se stessa. Obama, questo è vero, ha cercato di cambiare il segno che l'AmeriKKKa lascia nel mondo, perché esso fosse il riflesso di un mondo che sta cambiando. In questo, qualche successo lo ha anche ottenuto.  Però, ha anche fatto propria la retorica che esalta lo eccezionalismo e la indispensabilità ameriKKKani. In altre parole ha cercato di controllare gli aspetti pratici del mutamento, ma al tempo stesso, usando il linguaggio che ha usato, non soltanto non ha indebolito, ma ha in pratica rinforzato la resistenza ad un mutamento psicologico che è necessario. Certamente, ogni variazione nella condotta del paese necessita nella stessa misura sia di una preparazione psicologica sia di una messa in pratica vera e propria.
 

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