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Gennaio 2015: torna anche a Firenze l'islamofobia da postelegrafonici PDF Stampa E-mail
Mercoledì 14 Gennaio 2015 13:53
Septembre 2008. Un taliban s'exhibe sous l'uniforme d'un militaire français.

Le vicende parigine del gennaio 2015 hanno ridato un pizzico di fiato agli islamisti da dopolavoro ed è verosimile che una buona quantità di comunicati stampa sia stata emessa un po' dappertutto, prendendo il più delle volte direttamente la via del macero perché da qualche mese persino il mainstream, saturo da lustri, ha iniziato a dileggiare un po' la propaganda, dedicando alla spazzatura reperibile nelle cinguettate e nei Libri dei Ceffi dell'elettorato passivo addirittura qualche spazio fatto apposta.
I nostri lettori conoscono bene Mario Razzanelli, micropolitico "occidentalista" che scalda da decenni una poltrona in consiglio comunale, cambia un partito all'anno e recentemente è riuscito a tirarsi addosso una querela prima ancora dell'insediamento. A margine di un suo comunicato si legge che

L’ Occidente fino ad oggi ha sbagliato tutto - afferma Berlusconi -: gli estremisti islamici si sono convinti che il nostro è un mondo debole e conquistabile. Occorre reagire con un intervento di terra contro il califfato.

Per una volta siamo d'accordo con Mario Razzanelli: è dai tempi delle capitolazioni che l'Occidente sbaglia tutto. Le superfici a specchio, di qualsiasi genere, non devono costituire un arredo frequentemente riscontrabile nei pur costosi e ricercati ambienti "occidentalisti".
Gli interventi di terra?
Nel periodo in cui erano di gran moda, lo stato che occupa la penisola italiana si è affidato ad un esperto di discoteche che ha trovato anche il tempo di dedicarsi ad un certo genere di spacconate per le quali il suo ambiente politico è famoso da almeno un secolo. I soldi non erano un problema -come non lo sono oggi- e non intendiamo certo ricordarlo a chi non ha alcuna intenzione di far tesoro di certe esperienze.
La Repubblica Francese, nello stesso contesto, pensava più che altro a muoversi evitando almeno il ridicolo. Una pattuglia annientata ed un combattente locale che esibiva le spoglie del nemico vinto fecero inorridire il paese. La classe politica ripiegò su altri terreni, che reputava -forse a torto- meglio gestibili: nel corso degli anni la Repubblica ha dunque partecipato in primissima fila alla distruzione della Grande Jamahiriya Araba di Libia Popolare e Socialista ed è anche pesantemente intervenuta in Mali.
Le considerazioni di Miguel Guillermo Martinez Ball, col quale condividiamo anche la noncuranza -prontissima a diventare aperto disprezzo- per la "libera informazione", ci ricordano tra l'altro le responsabilità francesi per la situazione che si è venuta a creare nella Repubblica Araba di Siria.

Chi scrive ha la fortuna di poter vivere senza bisogno di una protesi televisiva, per cui mi sono risparmiato fiumi di fuffa sulle sofferenze di Parigi in questi giorni.
Però è affascinante osservare le manipolazioni in corso, che rientrano in due ampie categorie opposte e convergenti, che possiamo definire rispettivamente islamofoba e repubblicana.
La manipolazione islamofoba parte dal fatto che gli attentatori si dichiarano musulmani.
Ora, si stima che vi siano circa sei milioni di persone di origine islamica in Francia.
Di questi sei milioni, quanti sono impegnati in qualche forma di lotta armata?
Il governo francese sostiene che circa 900 giovani siano partiti per la Siria (cioè proprio il paese per la cui distruzione la Francia si prodiga ormai da qualche anno), ma non sappiamo su cosa si fondi tale statistica.
Apprendiamo dallEU Terrorismo Situation and Trend Report per il 2014, che in tutto il 2013, vi fu in Francia un unico episodio di “terrorismo islamico”: un giovane convertito, senza fissa dimora e disoccupato e ritenuto affetto da sindrome bipolare, ferì un soldato, accoltellandolo.
Per il resto, 58 attentati su 63 in Francia, nel 2013, furono compiuti da gruppi separatisti, baschi, corsi o bretoni. Atti di “terrorismo” legati – a differenza di quello islamico – a organizzazioni, per quanto piccole.
Chiaramente sui grandi numeri, gli eventi improbabili possono succedere, e possono anche essere clamorosi: l’ammiratore medio di Oriana Fallaci è uno sgradevole bofonchiatore, ma quando diventano tanti e tanti, uno può anche chiamarsi Breivik e fare molto rumore.
Ma è evidente che non esiste alcuna “questione sociale” di “terrorismo islamico” in Francia.
Quello che esiste è la presenza, invece, di un vasto numero di balordi dai nomi musulmani, appassionati di birra, canne e rap, dalle cui fila, provengono proprio gli attentatori parigini.
Ovunque al mondo esistono personaggi del genere, ma quando superano a tal punto la media statistica, diventa evidente che c’è un forte elemento ambientale. Che è quello delle banlieues, descritto in questo interessante articolo.
Le banlieues sono un prodotto diretto del meccanismo che separa la gente per censo, creando le fortezze dei ricchi e gli accampamenti dei poveri. E questa è una questione di urbanistica, anche perché non sono stati certo i “fondamentalisti religiosi” a redigere i piani regolatori dei comuni francesi o a stabilire le leggi sull’edilizia o sugli affitti (e per questo, occuparmi dell’Oltrarno è la migliore risposta che posso dare a ciò che è successo a Parigi).
In quel contesto, si genera l’odio reciproco, l’esclusione sistematica (la division et la haine), il bisogno di identificarsi in qualcosa di simbolico e forte e la facilità a prendersela per un’offesa proprio a ciò che si ha di simbolico. E quando i propri simboli vengono offesi, si vendica l’offesa con l’unica cosa che i poveri sanno usare meglio dei ricchi – il proprio corpo e il proprio coraggio personale.
Charlie Hebdo – qualunque fossero le intenzioni dei suoi redattori – ha simboleggiato per anni il potere che avevano certi uomini “bianchi”, protetti da polizia e avvocati, di sputare giorno dopo giorno su chi viveva nelle banlieues, e quindi non troviamo molto sorprendente ciò che è successo. Non abbiamo bisogno di attribuire ai ragazzi delle banlieues che hanno agito, certe costruzioni complottistiche, come quella che dice che “la strategia” degli attentatori sarebbe di “radicalizzare i musulmani” suscitando l’odio verso di loro.
Alla mistificazione islamofoba, si contrappone la mistificazione repubblicana, come si dice in Francia (républicain è una parola che bisogna pronunciare a labbra contratte, alzando impercettibilmente il tono senza aumentare il volume, e con gli occhi immobili; chi sente proprio il bisogno di gesticolare, può anche alzare il dito indice mentre la pronuncia).
Nella mistificazione repubblicana, gli attentatori non hanno identità.
Sono cattivi, perciò non possono essere dei balordi sciroccati, infatti nessuno odia i matti.
Ma sono talmente cattivi, che non possono avere alcuna motivazione comprensibile. Solo accennare alla possibilità che l’abbiano, diventa apologie du terrorisme: le prime  condanne in base alla nuova legge che aggiunge anche questa alla schiera dei reati possibili, l’altro giorno hanno messo in galera i seguenti tre signori:
1) un senza professione che mentre viaggiava in tram senza biglietto aveva detto a un poliziotto che lo perquisiva che « Les frères Kouachi, c’est que le début, j’aurais dû être avec eux pour tuer plus de monde »
2) un ubriaco che mentre veniva perquisito dalla polizia, inveiva, « On va tous vous niquer à la kalachnikov »
3) un senza fissa dimora che mentre usciva da un locale notturno, nel corso di una rissa, avrebbe detto, « Je nique les Français, je suis propalestinien, je veux faire le djihad et vous tuer à la kalach’ sales juifs ! »
Il magistrato Patrice Michel, inaugurando con orgoglio la nuova legge, afferma, da vero repubblicano, “il ne faut pas reculer d’un centimètre“.
Dieci, dieci e tre mesi di prison ferme, cioè di carcere da scontare obbligatoriamente. Per un po’ di espressioni. Magari non elegantissime, ma mica tutti crescono nei salotti bene degli intellectuel parigini.
Nella costruzione repubblicana, gli attentatori e i loro presunti “apologeti” sono estremisti, terroristi e “nemici della libertà”.
Definizioni risibili: estremista è un tratto psicologico (Breivik era una specie di liberale moderato caratterialmente estremista); “terrorismo” è una tecnica, che applica tanto il bombarolo quanto il bombardiere; e “nemico della libertà” è una definizione insensata per qualcuno che è disposto a morire combattendo gli apparati armati che impongono l’Ordine (o più modestamente, per chi cerca di viaggiare a scrocco sui mezzi pubblici).
L’ipocrisia repubblicana viene facilmente fatta a pezzi dagli islamofobi, che giustamente chiedono, “ma perché tacete sull’identità islamica che gli stessi attentatori fieramente rivendicano?”
E infatti, nessuno ha il diritto di dire che qualcuno “non è un vero musulmano”. Esistono milioni di persone diversissime tra di loro che, tra le loro molteplici identità, includono anche quella “islamica”. Non è certo un imam pagato dallo Stato e scelto dal Ministero degli Interni (come avviene nella “laica” Francia) a poter dire chi lo è, e chi non lo è; né tantomeno un giornalista che non è nemmeno musulmano.
Possiamo solo dire che il 99,99% dei musulmani francesi non usa la violenza per fini che possiamo definire politici; e siccome questo è un fatto, i musulmani francesi non hanno alcun dovere di chiedere scusa o condannare alcunché, o di chinare la testa di fronte a ministri e politici. Nemmeno della République in tutta la sua gloria.
 

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