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Alastair Crooke - Mentre la guerra di prossimità tra Arabia Saudita e Repubblica Islamica dell'Iran diventa guerra vera, l'AmeriKKKa resta paralizzata PDF Stampa E-mail
Lunedì 13 Aprile 2015 11:30

Traduzione da Conflicts Forum di un articolo scritto per lo Huffington Post.

In Medio Oriente, finalmente, ci siamo arrivati. Dopo guerre su guerre, comprese quelle in Afghanistan e in Iraq, gli Stati Uniti non hanno più alcuna intenzione di intervenire militarmente nei molti ed intricati conflitti della regione. Se mai, vogliono rimettere in pari le maggiori potenze regionali per arrivare ad una situazione in cui gli antagonismi si equilibrino, e lasciare che se la vedano tra loro.  "Sono problemi settari vostri, vedetevela voi". Un editorialista saudita ha descritto in questo modo l'atteggiamento ameriKKKano alle rimostranze dei sauditi sulle iniziative degli Houthi nello Yemen.
Gli ameriKKKani sperano che se mai si arriverà ad una tale situazione di equilibrio sarà possible tirarsi fuori da quel ginepraio mediorientale che tutte le volte pare capace di tirarli per i capelli dentro alle sue dispute micidiali. A Washington si pensa che l'intervento delle forze speciali sia invece un'altra questione: con quelle, le operazioni finanziarie, i droni e la guerra delle comunicazioni telematiche gli Stati Uniti possono influire sulla situazione indirizzandola in un modo piuttosto che in un altro a seconda di come cambiano gli interessi. I colloqui sul nucleare servono a comprendere l'Iran all'interno del gioco di equilibri.
Mi sono già chiesto se nel Medio Oriente di oggi un simile approccio sia costruttivo, visto che gli attori statali e nono statali che vi operano possono semplicemente decidere di tirarsi fuori dai giochi e dalle regole non scritte che consentono di mantenere questo equilibrio. Così ha fatto l'Arabia Saudita, che sta facendo pressioni sulla Turchia perché faccia allo stesso modo. Gli ultimi avvenimenti fanno pensare che invece che verso un equilibrio si stia andando verso una confusa prova di forza, inevitabile per far sì che i contorni di un nuovo Medio Oriente possano trovare definizione, che per qualcuno potrebbe anche rivelarsi un disastro senza rimedio.
Continuerò ad essere sincero, notando che nelle condizioni in cui si trova oggi l'AmeriKKKa sul piano interno, l'idea di disimpegnarsi è stata probabilmente la miglior opzione disponibile in un ventaglio di possibilità tutte negative. Solo che una buona scelta sul piano razionale puà non essere, o non essere per il momento, una buona scelta sul piano psicologico. Alla psiche può servire un po' più di tempo per rimettersi in quadro, e di solito perché si arrivi a questo aggiustamento occorre che certi ego un po' troppo pompati soffrano qualche lezione dolorosa.
La bozza di accordo tra "cinque più uno" e Repubblica Islamica dell'Iran contiene più incertezze che altro, e potrebbe anche rivelarsi insostenibile per l'Iran che ha fatto ampie concessioni in cambio di benefici che a giudicare dai primi documenti disponibili sono piuttosto vaghi. Comunque, è certo che non servirà a calmare le paranoie dei sauditi. L'Arabia Saudita continua a credere che l'Iran stia fomentando ovunque l'insurrezione sciita contro l'attuale stato di cose, e che stia cercando di portare tutto il Medio Oriente dentro i confini di un nuovo impero persiano.
Non è verosimile che la maggior parte dei sauditi creda davvero che l'Iran covi ambizioni imperiali ed espansionistiche: da mezzo millennio l'Iran non invade territori altrui. E' più probabile che i sauditi siano in apprensione perché sanno bene che in Iran il sanguinoso saccheggio di Karbala ad opera degli wahabiti nel 1801-1802 non è stato dimenticato, al pari della indiscriminata distruzione dei santuari sciiti allora e dopo, della denigrazione degli sciiti alla stregua di apostati degni solo di essere ammazzati, dell'incitamento dello jihadismo radicale contro gli sciiti e della repressione delle popolazioni sciite in tutto il Golfo Persico.
I sauditi non temono certo di verdersi arrivare i carri armati iraniani alla frontiera. I sauditi temono la portata rivoluzionaria dei concetti espressi dal pensiero sciita ed il contagio che potrebbe derivarne; è il pensiero sciita che i sauditi temono, e che stanno cercando di delegittimare e di isolare.


Uno strumento affidabile: lo jihadismo sunnita

Questa crescente psicosi nei confronti dell'Iran, che deriva dal pur parziale riavvicinamento dell'AmeriKKKa all'Iran, un risultato fuori di questione lo ha ottenuto: la breve sintonia dei sunniti con la battaglia occidentale contro lo jihadismo e l'estremismo che aveva caratterizzato gli ultimi mesi è finita. La prova di forza ora in corso impone di tornare all'utilizzo del vecchio, affidabile arnese che consiste nell'incendiare lo jihadismo sunnita.
Il fatto è che l'Iran e i suoi alleati non lo permetteranno. Iran, Hezbollah, le milizie sciite irachene, l'esercito siriano e le milizie Houthi cercheranno di rispondere infliggendo una sconfitta di vaste proporzioni a qualunque tentativo di riattizzare lo jihadismo sunnita nelle rispettive aree di competenza. Il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah ne ha parlato in un discorso il ventisette marzo. Nasrallah ha parlato senza mezzi termini: nell'imminenza dell'accordo sul nucleare, in Iran non si pensa più che si possa arrivare a comporre il dissidio coi sauditi. Secondo Nasrallah l'Arabia Saudita ha scelto di fare pressione ad ogni livello contro l'Iran e contro i suoi alleati: il suo discorso lascia intendere che vi sarà una risposta altrettanto forte. Invece di trovare un proprio equilibrio, il Medio Oriente si sta avviando ad ulteriori e drammatici rovesci nella situazione politica.
In mezzo a tutto questo digrignare di denti, l'AmeriKKKa è effettivamente messa fuori gioco dalla sua politica defilata oltre che dall'aver investito politicamente nella guerra allo Stato Islamico, con tutte le contraddizioni e le tensioni che questo comporta. In Iraq, per esempio, la guerra contro lo Stato Islamico è guidata dall'Iran e dalle alleate milizie sciite. Nello Yemen gli Houthi sostenuti dall'Iran sono impegnati in scontri sanguinosi contro Al Qaeda. Nel primo caso l'AmeriKKKa riconosce implicitamente il contributo iraniano. Nel secondo, invece, appoggia i bombardamenti contro chi combatte gli jihadisti, apparentemente sulla base del fatto che un fiancheggiatore dell'Iran non può permettersi di minacciare una fondamentale via di approvvigionamento petrolifero. 
L'AmeriKKKa è in pratica immobilizzata, presa fra il martello di alleati infingardi e profondamente compromessi in un modo o nell'altro con i sunniti radicali, e l'incudine dei limiti imposti dalla sua linea politica di sempre, che le impediscono qualunque autentico avvicinamento agli autentici avversari dello Stato Islamico che sono l'Esercito Arabo Siriano, Hezbollah, le milizie Houthi ed irachene.


"Strappate via il tappeto da sotto i piedi degli iraniani!"

"Dobbiamo rimettere le mani nelle cose che contano. La posta in gioco, oggi, è questa". Si pensi che la frase viene da Jamal Khashoggi, un esperto editorialista saudita ed ex consigliere governativo che l'ha riferita al NY Times. "L'Arabia Saudita sta prendendo le iniziative necessarie a strappar via il tappeto da sotto i piedi degli iraniani, in tutto il Medio Oriente". A suo dire, l'operazione sta conseguendo dei successi anche senza l'aiuto degli AmeriKKKani.
L'articolo del Times così prosegue: "L'Arabia Saudita e la Turchia", afferma Khashoggi, "hanno sostenuto la coalizione di gruppi jihadisti [Jabhat al Nusra, Al Qaeda] che poco tempo fa ha preso la città siriana di Idlib: la prima vittoria importante dopo molti mesi, contro il governo del Presidente Bashar al Assad... a prendere Idlib sono stati appartenenti alla coalizione jihadista: si tratta di un risultato importante, e credo che vedremo anche più di questo" ha aggiunto Kashoggi, affermando che "il coordinamento tra i servizi segreti turchi e sauditi non è mai stato buono come oggi".
Khashoggi si riferisce agli sforzi collettivi che per iniziativa dei servizi segreti turchi e con il sostegno del Qatar e dell'Arabia Saudita sono riusciti a mettere in campo migliaia di jihadisti in una coalizione che è finita col provocare il ritiro tattico dell'esercito siriano da quei quartieri di Idlib il cui controllo, già precario, richiedeva l'utilizzo di lunghe linee di rifornimento. Si può dire che nel più ampio contesto della guerra in corso, non si tratta di un evento molto significativo.
Nonostante questo, il fatto ha una grossa importanza simbolica. Turchia ed Arabia Saudita hanno cooperato per facilitare la presa di Idlib da parte di Jabhat al Nusra che è il braccio siriano di Al Qaeda, qualcosa che fa di Idlib il contraltare alla città di Raqqa, centro di potere dello Stato Islamico. Adesso, vari eminenti esperti sia del Golfo che occidentali ci vengono a raccontare che, anche se si tratta di Al Qaeda, siamo comunque davanti all'espressione di uno jihadlismo pragmatico che "potrebbe diventare un alleato nella lotta contro lo Stato Islamico". Soltanto pochi mesi fa, sostenere una cosa del genere avrebbe praticamente portato diritti ad un interrogatorio con qualche funzionario dei servizi occidentali. Ma come cambiano le cose, col tempo!
Il desiderio dei sauditi di "strappare via il tappeto da sotto i piedi degli iraniani" sta avendo effetti anche in Iraq. The Times ha scritto che i sauditi avrebbero avvertito Washington "di non permettere alle milizie spalleggiate dall'Iran di impadronirsi di parti del territorio troppo vaste nel corso dei combattimenti contro lo Stato Islamico. Questo, secondo alcuni diplomatici arabi impegnati nei colloqui". Detto altrimenti, va bene sconfiggere lo Stato Islamico, ma senza esagerare.
Al centro della nuova politica assertiva dell'Arabia Saudita c'è ovviamente la guerra nello Yemen. La campagna di bombardamenti aerei contro il movimento Houthi chiamato Ansar Allah e contro le forze armate fedeli all'ex presidente Saleh altro non è che il modo, molto personale, in cui il ministro della difesa saudita Principe Mohammed bin Salman ha deciso di fare quello che secondo alcuni sauditi l'AmeriKKKa dovrebbe fare e invece non sta facendo.
I bombardamenti voluti da bin Salman per adesso sono stati accolti con entusiasmo in certi ambienti del Golfo. Il co-reggente di bin Salman Muhammad bin Nayef invece non ha fatto commenti. Bin Nayef è considerato un rivale di bin Salman ed è possibile che se ne stia aspettando tranquillamente che le sue iniziative si risolvano in un fallimento. Decidere di imitare l'AmeriKKKa sia nelle iniziative che nella maniera di condurle, vale a dire puntando tutto sul potere di fuoco, è una mossa imprudente, e le forti emozioni che nascono dalle riprese degli attacchi aerei trasmesse in televisione spesso si raffreddano quando si capisce che non servono a gran che.
L'ottimismo, tuttavia, è arrivato a punte tali che il commentatore saudita Khashoggi scrive:

Ora che l'operazione Tempesta Decisiva ha preso il via, occorre che qualcuno tenga d'occhio la situazione. Quello che è successo sta fissando una nuova regola nella scienza della risoluzione delle crisi e se le cose vanno bene altre potenze regionali troveranno il coraggio di applicare la stessa soluzione anche in altri contesti.
I siriani hanno invocato un approccio dello stesso tipo dopo che l'operazione è cominciata, perché si sono accorti che esiste una chiara somiglianza tra la loro situazione e quella dello Yemen, ed hanno sperato che il loro delegittimato presidente e il suo governo venissero colpiti da una serie di attacchi come quelli di Tempesta Decisiva.
Khashoggi prosegue citando le affermazioni del consigliere del Presidente Erdoğan Ibrahim Kalin, che avrebbe detto "...Sì, ci sono sia delle somiglianze che delle differenze con la situazione siriana. Sia in Yemen che in Siria, in ogni caso, i problemi, le circostanze e vli avveersari sono gli stessi. L'operazione saudita può essere ripetura in Siria: è una cosa cui dobbiamo pensare".
Il fatto essenziale sta nel vedere se l'operazione nello Yemen avrà successo oppure no. Al di là della propaganda, l'Arabia Saudita non sembra per niente vicina a raggiungere il suo obiettivo, che è quello di riportare al potere l'ex Presidente Hadi: il suo mandato è scaduto e sul terreno può contare su una rappresentanza politica debole. La campagna di attacchi aerei ha a mala pena impedito che le forze di Ansar Allah e di Saleh estendessero il loro controllo sulla maggior parte del territorio del paese. Spesso, le campagne di bombardamenti aerei riescono solo a far sì che un paese faccia fronte comune contro un nemico esterno. Nello Yemen pare sia successo proprio questo.


Chi li mette gli anfibi sul terreno?

E poi? Ci sarà un'invasione, condotta da una forza militare araba coordinata? E' chiaro che questa forza di invasione non è stata certo messa a punto nei dettagli prima di iniziare a bombardare. Tutto questo sa più di propaganda che di pianificazione seria ed accurata. Gli Houthi e i loro alleati stanno continuando a combattere per Aden: l'Arabia Saudita sembra sia stata colta di sorpresa e sta cercando in giro qualcuno che occupi la città portuale. Né gli Stati Uniti né il Pakistan sembrano disponibili a farsi carico della cosa.
La riluttanza dei sauditi a compiere un'invasione di terra potrebbe anche venire meno. Se succede, ci saranno conseguenze di ampia portata. Se i sauditi falliscono nel pacificare lo Yemen, la cosa indebolirà ulteriormente l'autorevolezza e l'identità dei sunniti. Chissà che sia l'Iran che l'AmeriKKKa non abbiano proprio fatto un calcolo del genere: lasciare che bin Salman vada avanti per la sua strada, aspettando che, come probabilmente accadrà, gli passi la voglia di risolvere con certi sistemi le crisi regionali. Chissà che anche Mohammad bin Naif non abbia fatto le stesse considerazioni.
Certo, se l'idea di una forza di coalizione sunnita si rivela una chimera e se lo Yemen per i sauditi diventa un fallimento, assisteremo di sicuro, come diretta conseguenza, ad un rinfocolarsi della guerra jihadista in Siria ed in Iraq. La solita panacea.
In questo contesto, le parole di Nasrallah suonano appropriate più che mai. Nasrallah ha detto senza dirlo che le vecchie regole del gioco hanno smesso di valere quando l'Arabia Saudita ha attaccato lo Yemen. Se nello Yemen verranno dislocate truppe saudite, di terra o d'aria che siano, allora perché mai le milizie e l'esercito iracheni dopo aver riconquistato Tikrit non dovrebbero per ipotesi proseguire verso la frontiera siriana, attaccare da nord assieme all'esercito siriano, farsi strada attraverso il paese e chiudere lo Stato Islamico in una sacca?
Si tratta solo di un'idea...
 

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