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Alastair Crooke - Nei negoziati sul nucleare con la Repubblica Islamica dell'Iran le posizioni si irrigidiscono su entrambi i fronti PDF Stampa E-mail
Venerdì 17 Aprile 2015 11:35

Traduzione da Conflicts Forum.

Paradossalmente i tentativi delle due parti di arrivare a mettersi d'accordo su qualche cosa, dopo due anni e mezzo di colloqui, pare abbiano prodotto l'effetto contrario. Invece di evidenziare punti comuni -e qualche accordo è stato raggiunto davvero- tutto questo manovrare la messo in luce ed ingigantito le divergenze. Il problema è che le parti hanno raggiunto qualche accordo su questioni di tipo essenzialmente tecnico -e anche qui i disaccordi rimangono e su materie non certo secondarie, per esempio su cosa si debba fare delle scorte di uranio a basso arricchimento che l'Iran ancora possiede- mentre non esiste alcun accordo sulla sostanza di una qualsiasi potenziale soluzione.
Le due divergenti narrative non dicono che il re è nudo: insomma, ha solo un cappello e i guanti, sicché è in un déshabillié di una certa distinzione. Lo spettacolo ci ha in qualche misura scioccato, ma la conseguenza essenziale è che l'AmeriKKKa si è fissata con l'interpretazione puntigliosa della propria "scheda informativa" e adesso sarà difficile distoglierla da lì senza suscitare aspre critiche da parte dell'opposizione, sia interna che all'estero. In Iran, invece, sono stati messi in discussione anche i principi stessi sulla cui base si svolgevano i colloqui. La Guida Suprema ha scritto su Twitter il 2 aprile 2015: "Se le sanzioni non vengono meno appena sarà raggiunto un accordo, che cosa negoziamo a fare?"
Le divergenze sostanziali hanno a che vedere con la struttura stessa della soluzione, non con i dettagli. Le parti non convergono assolutamente sui presupposti necessari ad arrivare ad un accordo formale, sulla forma che questo accordo deve prendere, sulla scansione dei tempi di tutto quanto e sui metodi con cui si dovranno mettere in pratica i termini dell'accordo. Praticamente un baratro.
Secondo la scheda informativa ameriKKKana le condizioni indispensabili per arrivare ad un accordo sono che dalla AIEA arrivi conferma che sono soddisfatte le richieste in materia di arricchimento, degli impianti di Fordow e di Arak, di possibile utilizzo militare ed in materia di verifiche. Allora, e solo allora inizierà la sospensione, non l'abolizione, delle sanzioni. E anche quello sarà un processo graduale. Gli iraniani la vedono in tutt'altro modo. Tanto per cominciare, non ci sono prerequisiti da rispettare per cominciare. L'accordo è fatto da un testo, detto "piano di azione" e dalla sua presentazione sottoforma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Approvata la risoluzione si passa a metterla in pratica. Possiamo dire che i possibili aspetti militari della questione rappresentano un bastone tra le ruote che i sostenitori dello stato sionista e dell'Arabia Saudita hanno voluto fosse incluso nella bozza: si ricordano bene di come si arrivò a costringere l'indiziato Saddam Hussein ad addossarsi l'onere della prova. Fornire prove negative inoppugnabili fu impossibile, e questo permise ai neoconservatori statunitensi ed europei di mettere in piedi una serie sempre più stringente di pretese e di conseguenti sanzioni che portò alla guerra.
Per quello che riguarda i meccanismi per arrivare ad un accordo, gli Stati Uniti dicono che ci si arriverà, una volta appurata la presenza dei requisiti, di una risoluzione ONU non vincolante, che sostene l'accordo e che preme per la sua messa in pratica, mentre allo stesso tempo mantiene in vigore le altre restrizioni, che riguardano gli armamenti convenzionali e i missili balistici. L'Iran afferma che ci si è accordati per una risoluzione sulla base del Capitolo Sette dello statuto dell'ONU, che la risoluzione comprende anche il piano d'azione e che è vincolante ed esecutiva per tutti i paesi membri. Questo significa che non solo l'Iran, ma anche l'AmeriKKKa e i suoi alleati sarebbero legalmente vincolati da quanto stabilito nell'accordo.
La "scheda informativa" ameriKKKana non fa precisi riferimenti alla tempistica, ma indica implicitamente che l'edificio delle sanzioni è destinato a restare in piedi per tutto il tempo necessario a mettere in pratica gli accordi. Nel testo statunitense ci sono scadenze fissate ai dieci, ai quindici e ai venticinque anni. Questa progressiva sospensione delle sanzioni inizierà quando tutti i prerequisiti, ivi compresa la composizione delle più urgenti questioni in materia dei possibili aspetti militari, saranno stati verificati. Per questo non si stabilisce alcuna tempistica precisa e da altre dichiarazioni si capisce che non sarà una cosa veloce. Nella versione iraniana invece la tempistica è precisa: da oggi fino al trenta giungno si mette a punto il piano d'azione, che a sua volta diventerà esso stesso una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Appena l'Iran darà inizio alla messa in pratica delle misure concordate, tutte le sanzioni decadranno in un dato e precisato giorno.
Sulle necessità di trasparenza per il dopo accordo, il documento statunitense prevede che venga adottato un protocollo per le nuove ispezioni della AIEA, una nuova e dettagliata catena di meccanismi per l'ispezione delle scorte che riguardi l'intero programma iraniano per il combustibile nucleare, dalle miniere di uranio fino agli impianti in cui vengono assemblate le centrifughe, più -novità anche questa- un regime di ispezioni "intensivo" che col pretesto dei già ricordati "possibili aspetti militari" permetterebbe l'ispezione di qualsiasi struttura militare o di sicurezza o di qualsiasi altro sito la AIEA possa guardare con sospetto. Di nuovo è evidente, nelle proposte del "cinque più uno", l'influenza del meccanismo di gioco al rialzo adoperato con l'Iraq; già era evidente nelle sospette prove che lo stato sionista ha fornito alla AIEA in materia dei possibili fini militari del nucleare iraniano.
L'interpretazione iraniana è piuttosto diversa: la Guida Suprema Khamenei ha ribadito il 2 aprile la posizione del suo paese: "Non è accettabile alcuna ispezione non convenuta che metta l'Iran sotto sorveglianza speciale. Non è ammessa alcuna sorveglianza straniera su questioni di sicurezza".
Un disaccordo tanto ampio tra due parti che stanno invece cercando di sottolineare l'accordo raggiunto è sorprendente. Com'è stato possibile arrivare a questo, e quali le conseguenze?
Qualche abbozzo di risposta lo si può trovare in questa lunga intervista video del Presidente Obama con Tom Friedman, che l'ha condotta tenendo smaccatamente parte per lo stato sionista, e nell'offerta ai paesi del Golfo di ritrovarsi in un meeting stile Camp David per mettere a punto una nuova politica di sicurezza. Detto altrimenti, pare che la "scheda informativa" statunitense riguardi più l'equilibrio dei poteri in Medio Oriente che non i negoziati con l'Iran di per sé. Soprattutto è probabile che non sia mai stata intesa come modo per costituire una riflessione ponderata sullo stato dei lavori. Al contrario, è stata concepita come un'arma politica di parte nella lotta a coltello in corso col Congresso, con la lobby sionista e con la lobby dei paesi del Golfo: tutti hanno le loro ragioni per tenere l'Iran in una quarantena perenne e per sempre sotto sanzioni.
Dal punto di vista dell'amministrazione statunitense sembra che questa schermaglia con chi si oppone al dialogo con l'Iran sia di importanza fondamentale. Se i colloqui con l'Iran sono minati alla base da chi è interessato ad opporvisi, il retaggio della presidenza Obama e quella che Tom Friedman ha chiamato "la dottrina Obama" -che sostiene che è possibile e preferibile arrivare a risultati negoziando anziché con una guerra che va considerata come ultima risorsa- sono destinati ad affondare assieme ai negoziati. Forse, anche la presa d'atto di Zarif secondo cui dalle dichiarazioni di massima sarebbero emerse narrative discordanti fa pensare che i negoziatori iraniani fossero stati avvertiti dalle loro controparti ameriKKKane che gli Stati Uniti avrebbero dovuto vedersela con lo stato sionista e col Congresso prima che si potesse arrivare a qualunque accordo definitivo. E' probabile che da parte iraniana si siano capite le difficoltà statunitensi, ma è altrettanto probabile sia stato detto loro senza mezzi termini che in tutti i casi avrebbero dovuto ingoiare il rospo perché così voleva l'Amministrazione e così doveva fare, per il suo stesso interesse.
Il ministro degli esteri Zarif e il Presidente Rouhani possono anche pentirsi di tutto quanto, e possono anche pensare che l'Amministrazione statunitense abbia aggiustato le cose più velocemente e con più libertà di quanto si sarebbero aspettati. Tuttavia la questione fondamentale è se la diatriba sulle "schede informative" comporterà conseguenze non volute. Ali Saleh, che rappresenta l'Iran alla AIEA, afferma che il suo paese ha preparato una scheda informativa formale dopo aver dapprima rilasciato ai mass media un "sommario di massima delle soluzioni concordate come punto comune per arrivare a definire un piano d'azione completo e condiviso".
Gli Stati Uniti troveranno difficile abbandonare i risultati che vantavano raggiunti nel corso dei colloqui e che andavano dicendo di avere praticamente già in tasca. Anche gli iraniani si sono trincerati e il Presidente Rouhani ha detto che non firmerà nessun accordo a meno che tutte le sanzioni non vengano abolite il giorno stesso in cui si arriverà all'accordo. La Guida Suprema ed il Ministro della Difesa hanno detto che mai consentiranno ad ispezioni straniere delle infrastrutture militari e di sicurezza; il Parlamento chiede che la cosa sia messa nero su bianco nei dettagli dei colloqui. La stampa conservatrice ha presentato in modo caustico i risultati che l'Iran afferma di aver ottenuto con i colloqui.
In poche parole la "scheda informativa" può esser stata un tentativo degli Stati Uniti di massimizzare l'utile derivante dal capitale politico accumulato coi collooqui, in modo da segnare un punto in anticipo contro Netanyahu e contro il Congresso; forse il prezzo finale di questa trovata sarà che essa sarà stata resa possibile a spese degli stessi negoziatori. Anche in Iran, come nota Mehdi Khalaji dello Washington Institute "il continuare di questa guerra delle interpretazioni potrebbe creare alla squadra di governo del Presidente Hassan Rouhani qualche problema serio quando si tratterà di cercare giustificazioni all'accordo raggiunto davanti al popolo iraniano, e quando dovranno difenderlo dai sostenitori della linea dura".
Il senso di delusione per l'AmeriKKKa che questo episodio ha acceso in Iran, per giunta a livello della sua massima leadership, contribuirà in modo determinante ad irrigidire le posizioni negoziali iraniane ed allungherà la durata di tutto il processo: i negoziatori insisteranno perché in futuro non vi sia alcuna ambiguità, di alcun genere. I negoziatori iraniani non possono fare nulla di meno, date le ampie critiche (si veda qui e qui) che hanno dovuto sostenere per aver permesso che venissero fuori interpretazioni tanto contrastanti: la Guida Suprema aveva avvertito in anticipo che non si verificasse una cosa del genere. Sembra che le nuove "linee rosse" iraniane, i punti non negoziabili, diventeranno la caduta di tutte le sanzioni nel momento stesso in cui verrà raggiunto un accordo, e la pretesa che la caduta delle sanzioni trovi definizione giuridica nel diritto internazionale. La "scheda informativa" dell'amministrazione statunitense prevede qualche spazio politico per questo compromesso?
Il fatto che in Iran si sia imboccata la strada dell'intransigenza ha già scatenato una prima reazione perentoria con l'attacco saudita contro lo Yemen, che a sua volta è in parte una reazione dei sauditi alla prospettiva di un imminente accordo tra "cinque più uno" ed Iran. Secondo accreditati editorialisti sauditi non esiste dubbio sul fatto che la politica saudita sia quella di "tirar via il tappeto" da sotto i piedi dell'Iran, ovunque sia possibile. In Siria è evidente un inasprimento del conflitto: i servizi segreti sauditi e turchi stanno collaborando nel rinfocolare ancora una volta lo jihadismo contro lo stato siriano. Lo stesso inasprirsi è evidente nello Yemen ed in altre regioni del Medio Oriente.
L'Ayatollah Khamenei ha reagito con veemenza: "Li avverto: che si trattengano [i sauditi] da qualsiasi mossa criminosa nello Yemen. Anche gli Stati Uniti falliranno, e perderanno la faccia in questo... I sauditi di solito si rapportavano con noi con compostezza, ma adesso al potere sono arrivati dei giovinastri inesperti, che hanno sostituito la compostezza con la barbarie".
L'imperatore si è tolto anche i guanti. Magari a Washington hanno pensato che sostenere l'Arabia Saudita nell'avventura nello Yemen significasse trovare un equilibrio dei poteri nella regione, e che fosse la cosa ovvia da fare per calmare i timori sauditi. Solo che la tendenza, in Medio Oriente, non è quella di trovare un nuovo equilibrio, un bilanciarsi in qualche modo. Al contrario, la prova di forza lungamente attesa tra Arabia Saudita ed Iran è oggi in corso. Possiamo attenderci che gli Stati Uniti non troveranno un Iran disposto a cedere, né sulla questione dello Yemen, né su quella dei colloqui per il nucleare.
 

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