Traduzione da Conflicts Forum.
 
Zvi Bar'el scrive provocante su Haaretz:
 
Difficile spiegare perché quelli che scrivono di gossip si siano persi la love story dell'anno: lo stato sionista e Hamas si sono rimessi insieme... Adesso Hamas può di nuovo recitare la parte di quello che arriva in soccorso dello stato sionista. Grazie a Hamas, lo stato sionista può evitare di intraprendere colloqui di pace, e colloqui vantaggiosi per giunta, perché quando si arriva a Hamas non c'è bisogno di parlare dell'abbandono di insediamenti o del ritiro da questo o quel terrritorio. Hamas non va a rompere le scatole ai tribunali internazionali, il crescente boicottaggio dello stato sionista non lo tocca in alcun modo, e in generale Hamas non ha alcuna smania di addivenire ad uno straccio di accordo di pace con lo stato sionista. Hamas e Gaza se ne tornano buoni, e lo stato sionista può andare in giro a dire che finalmente a Gaza tutto è tranquillo e che non esiste alcuna urgenza per proseguire nel processo di pace".
 
Bene, tutto può essere: lo stato sionista sarebbe il primo a trarne vantaggio. Solo che oggi come oggi Hamas sta correndo in soccorso degli emiri, dei re e degli autocrati del Medio Oriente, non soltanto dello stato sionista.
In questo periodo è d'uso specificare che gli attuali disordini nel mondo arabo non hanno nulla a che vedere con lo stato sionista e di sicuro i sionisti esprimono considerazioni simili con un certo orgoglio; solo che non è del tutto vero. I motivi per cui l'Islam sunnita sta attraversando l'odierna crisi (si legga qui) hanno molto a che vedere con lo stato sionista, perché le radici della crisi attuale vanno cercate risalendo nel tempo fino al 1948. Si tratta in verità della storia di un lento declino, del lento sfasciarsi, del lento perdere credito delle vecchie élite ottomane a suo tempo tagliate a misura per i nuovi stati nazionali che i signori Sykes e Picot misero in piedi scarabocchiando col lapis copiativo sulla cartina dopo la Grande Guerra.
In questo nuovo ordine poteva anche esserci posto per re e governanti vari, ma era il retaggio ottomano di per sé a non avere alcuna credibilità già ai tempi dell'accordo Sykes-Picot. Semplicemente non esisteva alcun contratto sociale tra governanti e governati perché le potenze coloniali avevano sistemato le cose in modo che nei nuovi stati nazionali i governanti sarebbero sempre stati soggetti al pericolo di scissioni confessionali, etniche o tribali e per questo avrebbero continuato ad avere bisogno del sostegno delle potenze coloniali. I governanti post ottomani ebbero così poca scelta: si comportarono in modo repressivo e violento e non vi fu mai alcun contratto sociale cui attenersi.
Le crisi che hanno definitivamente schiantato le élite arabe sono state quella del 1948 e quella del 1967. La Nakba, la catastrofe, fu una sconfitta monumentale che prostrò l'animo di tutti gli arabi. Il declino delle leadership arabe innescato da quelle umiliazioni, mai alleviate, non ha avuto sosta fino ad oggi, quando il suo manifestarsi ha iniziato a prendere i sembianti di un'agonia.
Deboli come sono, quasi tutti i leader della regione si sono aggrappati al cosiddetto "processo di pace" come se fosse una loro personale scialuppa di salvataggio in grado di farli figurare come paladini della causa palestinese, di tenere buone le masse e di permettergli di continuare a restare aggrappati al potere letteralmente con le unghie.
Il problema è che adesso la scialuppa non esiste più, fatta sparire dalla campagna elettorale del Primo Ministro Netanyahu in cui si asseriva che mai sarebbe stata permessa la nascita di uno stato palestinese, e dalla conseguente presa di distanza del Presidente statunitense Obama. Il processo di pace, dunque, non è più un pretesto valido e l'ipocrisia con cui i leader arabi hanno governato rischia di venire fuori, a meno che essi non riescano a tenere calma la situazione.
I paesi del Golfo, la Giordania e l'Egitto non vogliono rogne in Palestina perché devono pensare a superare le turbolenze del momento. L'ultima cosa che desiderano è proprio trovarsi gente in tumulto e nelle piazze perché la televisione fa vedere che a Gaza è in corso un'altra guerra. E poi hanno comunque altre gatte da pelare: far fuori Assad e mettere i bastoni tra le ruote al riavvicinamento tra USA ed Iran, cosa per cui contano sull'aiuto dello stato sionista, sia in zona che a Washington. L'ultima cosa che vogliono è proprio che la situazione in palestina si riscaldi di nuovo, a sparigliare le carte in tavola.
Sicché, come scrive Bar'el,
"...Il sogno sta già prendendo forma: una tahdiya, un cessate il fuoco a lungo termine di cinque o anche dieci anni, l'apertura al materiale da costruzione in entrata dei valichi di frontiera di Gaza, la costruzione di un porto e magari anche il permesso di far funzionare un aeroporto. Nulla di meglio di un bel matrimonio di interesse, specialmente oggi che l'Egitto ha conferito a Hamas, anche se non al suo braccio militare, il sigillo della propria approvazione. "Abbiamo bisogno di dialogare con Hamas", dicono in tanti. Una sottolineatura diretta con precisione, che invoca il dialogo con Hamas, non con i palestinesi in generale. Non con Mahmoud Abbas, non con l'Autorità Palestinese di cui è alla guida che in fondo non è controparte in nessun campo".
Amos Harel, anch'egli di Haaretz, nota che "lo stato sionista considera ufficialmente Hamas come un nemico, lo ritiene per intero responsabile di ogni attacco proveniente da Gaza e risponde rabbiosamente ad ogni tiro. In pratica, però, adotta una politica opposta". Secondo Harel lo stato sionista ha motivo di pensare che potrebbe convenire di più arrivare per via indiretta a qualche accordo di massima con Hamas, che non obblighi Netanyahu a fare concessioni politiche dal momento che in pubblico egli non ammette di aver riconosciuto di fatto Hamas come una controparte. In questo contesto si colloca l'aumentato attivismo di rappresentanti del Qatar [il corsivo è di Conflicts Forum] che non si stanno dedicando soltanto alla ripresa delle attività economiche nella striscia di Gaza".
Un esperto leader di Hamas, Osama Hamdan, ha confermato il fatto che Hamas ha ricevuto una "proposta scritta" per una tahdiya, per una tregua a lungo termine, una tregua di cinque anni. Il movimento potrebbe anche spedire a breve termine una risposta altrettanto formale. Si direbbe che anche Hamas sia pronto ad una mossa del genere perché Hamas è impegnato a reprimere la nascente ribellione salafita e a sopravvivere ad una situazione economica al collasso oltre che al pugno di ferro che si è abbattuto sui Fratelli Musulmani in tutta la regione.
Abu Mazen ha reagito alla prospettiba di una tahdiya minacciando per l'ennesima volta le dimissioni. In un altro scritto su Haaretz intitolato E' finita l'epoca dell'Iran, è iniziata quella del BDS Peter Beinart spiega con chiarezza quali sono i veri timori dello stato sionista e la reazione irata di Abu Mazen. Lo stato sionista è seriamente preoccupato per la campagna di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni e vuole che la situazione a Gaza resti calma, per cercare di togliere l'arma del BDS dalle mani di Abu Mazen.
Che cosa sta succedendo, poi? Innanzitutto c'è il fatto che l'implacabile ostilità dell'Araba Saudita nei confronti dei Fratelli Musulmani e di Hamas pare si sia alquanto placata dopo la morte di Re Abdullah. L'atteggiamento dei sauditi nei confronti dei Fratelli Musulmani è passato dalla assoluta ostilità ad un generico scetticismo, calmierato dalla disponibilità ad allearsi con il movimento in determinate circostanze. Lo Yemen ne è un caso particolare perché l'Araba Saudita vi sostiene e vi arma Al Islah, in lotta contro Ansar Allah. Anche l'Egitto, messo sotto pressione dagli alleati, ha modificato obtorto collo il proprio atteggiamento.
Per questo Hamas si sta rivolgendo allo stato sionista ed al tempo stesso sta andando in soccorso di tutto il sistema post ottomano e del tallone di Achille inflittogli nel 1948 e nel 1967. Hamas gli garantirà che non succederà nulla, e il Qatar ricostruirà Gaza.
Di primo acchito si potrebbe anche sostenere che Hamas si sta semplicemente comportando in modo pragmatico. Il movimento negli ultimi anni ha perso tutti i suoi protettori, e per giunta in un momento in cui le difficoltà per gli abitanti di Gaza arrivavano all'estremo. La cosa è piuttosto semplice: c'è bisogno di soldi. L'occasione per ripristinare i rapporti con Riyadh passando sopra al passato, rappresentata dall'ascesa al trono del nuovo re, dev'essere sembrata di quelle da cogliere al volo e sembra che il muto cenno di Salman permetterà al Qatar di ricominciare a fare esercizio di benevolenza nei confronti di Gaza e di Hamas. Solo qualche mese fa il Qatar doveva vedersela con l'isolamento politico decretatogli contro dagli altri appartenenti al Consiglio per la Cooperazione nel Golfo a causa della sua vicinanza a Hamas... col tempo le cose cambiano.
Se prescindiamo dalla prospettiva immediata, notiamo anche un'altra dinamica in azione. Non troppi anni fa, nel 2006, Hamas era solo un movimento di liberazione che lottava per la fine dell'occupazione e per il ripristino dei diritti dei palestinesi. Dopo allora però si lasciò attirare da Erdogan, all'epoca Primo Ministro turco, nelle questioni della politica siriana. A Damasco si capì che Hamas stava con Erdogan nelle sue prime mene ordite per portare i Fratelli Musulmani al potere in Siria; il progressivo coinvolgimento di Hamas nel conflitto siriano e la sua partigianeria arrivarono al punto che combattenti di Hamas si confrontarono direttamente con Hezbollah sul campo di battaglia ad Al Qusayr. Va ricordato che proprio Hezbollah e i suoi seguaci libanesi avevano generosamente offerto ospitalità ed aiuto ai loro commilitoni palestinesi, quando questi furono espulsi dalla Giordania.
Hamas si era schierato in una guerra, quella in Siria, in cui la Palestina non aveva coinvolgimento diretto ma aveva comunque molto da perdere, in particolare lo zoccolo duro della propria base di sostenitori. Hezbollah invece ha preso parte al conflitto partendo da una base diversa: dapprincipio perché il Libano aveva propri cittadini sotto il fuoco nell'area a cavallo del confine (in Siria esistono cittadine abitate da sciiti libanesi) e poi perché il Libano è man mano diventato una retrovia strategica per il conflitto siriano.
In Siria abbiamo assistito ad una sempre maggiore parzialità da parte di Hamas e più in generale dei Fratelli Musulmani. Hamas oggi sostiene direttamente i bombardamenti sauditi contro lo Yemen mentre la filiazione yemenita dei Fratelli Musulmani Al Islah è alleata con al Qaeda e sta combattendo direttamente contro Ansar Allah con le armi che riceve dall'Arabia Saudita.
La regione, purtroppo, è polarizzata in due campi contrapposti e si può pensare che Hamas e i Fratelli Musulmani non sfuggiranno a quest'ordine di cose. C'è del vero in questo, ma il fatto che questo importante movimento si sia lasciato almeno parzialmente trascinare da una campagna a guida wahabita volta all'erosione dell'influenza iraniana in Siria, in Libano, in Iraq e nello Yemen ha come conseguenza una mutazione sostanziale delle sue caratteristiche al punto che oggi come oggi non è più possibile dire con certezza per quale parte esso stia.
A Gaza gli appartenenti a Hamas combattono contro i salafiti. In Yemen ed in Siria invece combattono a loro fianco. Hamas è un movimento di resistenza o un'organizzazione per l'amministrazione locale? L'esperimento amministrativo di Mossul e dell'Anbar è diventato un modello da seguire o qualcosa da ripudiare? I Fratelli Musulmani sono un movimento importante, ma oggi come oggi da che parte stanno? Difficile dirlo. Chissà se loro stessi lo saprebbero dire.