Traduzione da Consortium News.
 
Ignorando chi lo avvertiva che stava per scatenare la fine del mondo in medio oriente, George W. Bush lanciò fra il 19 e il 20 marzo del 2003 un deliberato attacco contro l'Iraq. A tutt'oggi siamo alle prese con le conseguenze di questo gesto.
 
Robert Jackson, pubblico ministero capo per gli Stati Uniti al processo di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti, disse una volta che la guerra d'aggressione era la più grande minaccia del nostro tempo. L'Europa del 1945 era in gran parte ridotta a rovine fumanti; affermò che "intraprendere una guerra di aggressione [...] non costituisce soltanto un crimine a livello internazionale; un simile atto è il massimo reato a questo livello e differisce dagli altri crimini di guerra solo perché contiene intrinsecamente tutto il male che essi comportano."
Se spostiamo il discorso sull'invasione dell'ira compiuta dagli Stati Uniti 15 anni or sono, è difficile comprendere appieno il potenziale malefico che essa ha comportato. Esistono stime discordanti sui costi della guerra, ma i dati cui si fa comunemente riferimento indicano il costo per i contribuenti statunitensi nell'ordine del trilione di dollari, le vittime irachene in centinaia di migliaia, i caduti statunitensi attorno ai cinquemila. Altri centomila ameriKKKani sono rimasti feriti; i profughi iracheni cacciati dalle loro case sono quattro milioni.
Per quanto questi numeri possono sembrare stupefacenti, essi non arrivano neanche vicino a descrivere il costo reale della guerra o la portata del crimine commesso scatenandola fra il 19 e il 20 marzo del 2003. Oltre al prezzo da pagare in termini di denaro e di sangue il costo a carico dei principi elementari della giustizia internazionale, della stabilità geopolitica nel lungo termine e le conseguenze per il sistema politico statunitense sono altrettanto consistenti.

Lezioni apprese... e poi dimenticate
 
Sembrava che almeno per una volta le lezioni impartite dalla guerra fossero state ampiamente comprese e avessero avuto effetti sostanziali sulla politica ameriKKKana; ad esempio, i democratici presero controllo del congresso alle elezioni di metà mandato nel 2006 essenzialmente per il crescente senso di ostilità verso la guerra che esisteva nel paese; Barack Obama sconfisse Hillary Clinton alle primarie del 2008 soprattutto per il suo opposto concetto della guerra in Iraq.
Il mondo politico, da allora, ha di fatto spazzato sotto il tappeto tutto questo.
Una delle lezioni impartite dalla guerra fu ovviamente il fatto che i proclami provenienti dal mondo dei servizi meritavano di essere ampiamente presi con le molle. Nella preparazione alla guerra contro l'irata un decennio e mezzo fa, erano coinvolti anche quanti cercavano di mettere un freno ai settori politicizzati e scelti con estrema cura che l'amministrazione Bush usava per convincere il popolo ameriKKKano della necessità della guerra; per la maggior parte però i mass media e il mondo politico non fecero che ripetere a pappagallo le argomentazioni a sostegno della guerra, senza minimamente curarsi di ottenere conferme indipendenti a sostegno di determinate affermazioni e spesso senza neppure rifarsi ai principi elementari della logica.
Per esempio, anche quando gli ispettori delle Nazioni Unite capeggiati dal diplomatico svedese Hans Blix si mossero seguendo i suggerimenti del mondo dei servizi statunitense e non trovarono niente furono in pochi nel mondo mediatico a trarre la logica conclusione che i servizi avevano sbagliato (o che l'amministrazione Bush stava mentendo). Anzi, si disse che gli ispettori dell'ONU erano degli incompetenti e che Saddam Hussein era stato molto furbo a nascondere i propri armamenti di distruzione di massa.
Ecco: nonostante siano stati così mal consigliati nel 2002 e nel 2003, gli ameriKKKani di oggi si mostrano altrettanto creduloni verso i servizi, quando essi affermano che "la Russia ha manipolato le elezioni del 2016" senza produrne alcuna prova. I liberali in particolare si sono buttati a pesce sull'inchiesta condotta dal consigliere speciale Robert Mueller, considerato da più parti un modello di competenza. In realtà, come capo dello FBI ai tempi dell'amministrazione Bush, egli ebbe un ruolo fondamentale nell'avallo della narrativa sugli armamenti di distruzione di massa che servì a scatenare una guerra fuori da ogni diritto.
Davanti al Congresso, Mueller assicurò che "l'Iraq è in testa alla classifica" delle minacce alla sicurezza degli Stati Uniti. "Come già abbiamo riferito a questo Comitato," disse Mueller l'11 febbraio del 2003, "il programma di armamenti di distruzione di massa dell'Iraq rappresenta una chiara minaccia per la nostra sicurezza nazionale." Disse che Baghdad poteva fornire armamenti di distruzione di massa ad Al Qaeda per l'esecuzione di un catastrofico attaccco contro il territorio statunitense.
All'epoca Mueller si tirò addosso varie critiche, anche da parte della delatrice dello FBI Coleen Rowley, per aver parlato di rapporti tra l'Iraq e Al Qaeda; critiche cui si accompagnava la pretesa che lo FBI esibisse qualunque prova avesse a favore di questo ipotizzato legame.
Oggi invece Mueller viene celebrato dai democratici come la più grande speranza per abbattere Donald Trump. Persino George W. Bush ha potuto godere di una ritrovata popolarità, soprattutto grazie alle critiche pubblicamente rivolte a Trump; la maggioranza dei democratici oggi considera con favore il quarantatreesimo Presidente. Molti hanno anche fatto propria l'idea della guerra di aggressione, il più delle volte presentata come "intervento umanitario", come opzione favorita per affrontare sfide in politica estera come quella rappresentata dal conflitto siriano.
Quando il partito democratico scelse la Clinton come proprio candidato nel 2016 diventò chiaro che i democratici avevano accettato anche la sua propensione all'utilizzo della forza militare per arrivare a cambiare il governo di paesi considerati una minaccia per gli interessi statunitensi, Iraq, Iran o Siria che fossero.
Come senatore di New York ai tempi della preparazione della guerra contro l'Iraq, la Clinton non si limitò a votare a favore dell'aggressione statunitense, ma fu una fervente sostenitrice della guerra, che si doveva fare con o senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Il suo discorso in Senato del 10 ottobre 2002 in cui si pronunciava a favore dell'intervento militare presentava le stesse falistà usate dall'amministrazione Bush per alimentare il sostegno alla guerra; si affermava per esempio che Saddam Hussein aveva "aiutato, sostenuto e offerto rifugio ai terroristi, membri di Al Qaeda compresi."
"Se non contrastato," disse la Clinton, "Saddam Hussein continuerà ad alimentare la propria capacità di allestire armamenti biologici e chimici e continuerà a cercare di sviluppare armamenti nucleari. Nel caso dovesse riuscire nel suo intento, potrebbe alterare il panorama politico e le condizioni di sicurezza del Medio oriente, cosa che, come sappiamo tutti troppo bene, riguarda la sicurezza ameriKKKana."
La Clinton continuò a sostenere la guerra anche quando risultò evidente che l'Iraq non possedeva armamenti di distruzione di massa -primo casus belli per l'aggressione- e raffreddò il proprio entusiasmo solo nel 2006, quando fu chiaro che la base democratica era diventata nettamente contraria alla guerra e che la sua posizione da falco danneggiava le sue possibilità di candidarsi alla presidenza nel 2008. Otto anni dopo però i democratici erano a quanto pare passati ad occuparsi di altro, e il suo sostegno alla guerra non fu più considerato uno handicap per la corsa alla presidenza.
Una delle lezioni che andrebbe ricordata oggi, visto che gli USA stanno preparandosi al possibile confronto con altri paesi come la Corea del Nord e la Russia, è data dalla facilità con cui nel 2002-2003 l'amministrazione Bush convinse gli ameriKKKani che il governo di Saddam Hussein, lontano settemila miglia, costituiva per loro una minaccia. Le affermazioni sulle armi di distruzione di massa irachene erano false, e tra i molti che lo sostenevano c'era il gruppo di recente formazione dei Veteran Intelligence Porfessionals for Sanity che rilasciava a cadenze regolari dei memorandum diretti al Presidente e al popolo ameriKKKano in cui smontava le menzogne promosse dall'ambiente dei servizi statunitensi.
Ma anche se quanto si andava dicendo sul conto degli arsenali iracheni fosse stato vero, non ci sarebbe stata comunque ragione di credere che Saddam Hussein fosse sul punto di lanciare un attacco a sorpresa contro gli Stati Uniti. Insomma, gli ameriKKKani erano tutt'altro che convinti che l'Iraq fosse una minaccia per la loro incolumità e per la loro sicurezza. In compenso, il governo degli Stati Uniti era davvero una minaccia per l'incolumità e la sicurezza degli iracheni.
Lungi dal rappresentare una minaccia imminente per gli USA, nel 2003 l'Iraq era un paese già devastato dalla guerra che gli USA avevano capeggiato dieci anni prima e dalle stringenti sanzioni economiche che avevano provocato la morte di un milione e mezzo di iracheni (portando alle dimissioni due coordinatori umanitari dell'ONU, che le avevano definite una misura genocida). 
 
 
Minacce e spacconate
 
Anche se l'invasione non inziò ufficialmente fino al 20 marzo 2003 (a Washington era ancora il 19) gli USA avevano iniziato a minacciare esplicitamente un'aggressione dell'Iraq fin dal gennaio dello stesso anno; il Pentagono rese pubblici i piani per una campagna di bombardamenti del tipo cosiddetto "colpisci e terrorizza".
"Se il Pentagono si attiene al piano prefissato," riferì CBS News il 24 gennaio, "in un solo giorno di marzo l'aeronautica e la marina lanceranno fra i trecento e i quattrocento missili da crociera contro bersagli situati in Iraq... Un numero superiore a quello dei missili lanciati in tutti i quaranta giorni della prima Guerra del Golfo. Per il secondo giorno, i piani prevedono il lancio di altri trecento o quattrocento missili."
Un funzionario del Pentagono disse: "A Baghdad non esisterà posto sicuro."
Queste minacce profferite pubblicamente sembrarono essere una sorta di intimidazione o di guerra psicologica, e quasi certamente violavano la Carta delle Nazioni Unite in cui si stabilisce che "Tutti gli stati membri rifuggiranno, nelle proprie relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità o dell'indipendenza politica di qualsiasi stato, o in qualsiasi altro modo che non concordi con gli scopi delle Nazioni Unite."
Il piano ostentato dal Pentagono iniziò con limitati bombardamenti nella notte fra il 19 e il 20 marzo 2003; le forze statunitensi cercarono invano di uccidere Saddam Hussein. Fino al 21 marzo continuarono gli attacchi contro un piccolo numero di bersagli; cominciò quindi la campagna di bombardamenti propriamente detta. Le forze capeggiate dagli USA lanciarono circa 1700 attacchi aerei, 504 dei quali eseguiti con missili da crociera.
Nel corso dell'invasione gli USA gettarono in Iraq qualcosa come 10800 bombe a grappolo, ma sostennero di averne usate in numero molto minore.
"Il Pentagono presentò un quadro fuorviante sulle bombe a grappolo usate nel corso della guerra e sul numero di vittime civili che esse stavano provocando," riferì alla fine del 2003 USA Today. Nonostante si sostenesse che erano stati usati solo 1500 ordigni di questo tipo, con una sola vittima civile, "di fatto, gli Stati Uniti hanno usato 10782 bombe a grappolo," molte delle quali sganciate in zone urbane nel periodo compreso fra la fine di marzo e l'inizio di aprile del 2003.
Le bombe a grappolo hanno ucciso centinaia di civili iracheni e hanno seminato migliaia di ordigni inesplosi che hanno continuato a uccidere e a ferire civili per settimane dopo la fine degli scontri.
L'uso di questo tipo di ordigni è vietato da una convenzione internazionale sulle munizioni a grappolo che gli USA hanno rifiutato di firmare.
Nel tentativo di uccidere Saddam Hussein, il 7 aprile Bush ordinò il bombardamento di un ristorante iracheno. Un bombardiere B1-B sganciò quattro bombe guidate da duemila libbre del tipo usato per colpire i bunker. Gli ordigni distrussero l'edificio preso di mira, quello dove si trovava il ristorante Al Saa, e vari edifici intorno. Al loro posto rimase un cratere profondo sessanta piedi. Numero delle vittime, sconosciuto.
Gli avventori, fra i quali anche bambini, furono fatti a brandelli dalle bombe. Una madre ritrovò prima il busto della propria figlia, e poi la sua testa. In seguito i servizi statunitensi confermarono che Saddam Hussein non c'era.
 
 
Resistenza e torture
 
Dopo qualche settimana dall'inizio dell'invasione era chiaro che l'amministrazione Bush aveva sbagliato nel valutare una questione fondamentale, la volontà di resistenza degli iracheni. Ci si imbatté in una resistenza più accanita del previsto anche in città dell'Iraq meridionale come Umm Qasr, Bassora e Nassiriya, laddove si pensava che Saddam Hussein avesse pochi sostenitori. Poco dopo la caduta del governo, avvenuta il 9 aprile quando l'amministrazione Bush decise di sciogliere l'esercito iracheno, agevolò l'inizio di un'insurrezione contro gli Stati Uniti guidata da molti ex appartenenti all'esercito.
Nonostante il trionfale atterraggio di Bush su una portaerei avvenuto il Primo Maggio e il discorso pronunciato davanti a un enorme striscione con la scritta "missione compiuta", sembrava chiaro che il collasso del governo baathista altro non era stato che un primo passo in quella che sarebbe diventata una guerra di logoramento destinata a durare a lungo. Dopo lo scioglimento delle forze convenzionali irachene, gli USA iniziarono a riscontrare nel maggio 2003 un rapido incremento degli attacchi contro le truppe di occupazione in varie zone del cosiddetto triangolo sunnita.
QUesti attacchi erano sferrati anche da gruppi di insorti che usavano fucili d'assalto e razzi RPG contro le truppe di occupazione statunitensi; cresceva anche l'uso di ordigni improvvisati contro i convogli militari.
Probabilmente in vista di una prolungata occupazione e di una campagna militare contro l'insurrezione, in un memurandum del 2003 gli esperti di diritto dell'amministrazione Bush avevano concepito dottrine giuridiche che giustificassero certe tecniche di tortura, offrendo appigli legali "che potessero rendere una determinata condotta, in altri casi criminali, non contraria alla legge."
Questi esperti sostennero che il presidente o chiunque ne seguisse gli ordini non era sottoposto alle leggi statunitensi o ai trattati internazionali che vietano la tortura; affermarono che la necessità di "ottenere informazioni vitali per la protezione di innumerevoli cittadini ameriKKKani" passava avanti a qualsiasi obbligo l'amministrazione avesse nei confronti della normativa statunitense o del diritto internazionale.
"Al fine di rispettare l'autorità che la costituzione assegna al Presidente nella gestione di una campagna militare," affermava il memorandum, i divieti statunitensi in materia di tortura "devono essere intesi come non applicabili agli interrogatori condotti in forza dell'autorità del comandante in capo."
Nel corso dell'anno successivo vennero alla luce rivelazioni sull'ampio utilizzo della tortura in Iraq al fine di "raccogliere informazioni". Il giornalista d'inchiesta Seymour Hersh rivelò nel maggio 2004 sul New Yorker che un rapporto secretato dall'esercito lungo cinquantatré pagine e redatto dal generale Antonio Taguba concludeva che la polizia militare del carcere di Abu Ghraib era costretta da personale dei servizi a cercare di stroncare la resistenza dei prigionieri iracheni prima degli interrogatori.
"Vari detenuti sono rimasti vittime di molti casi di abusi sadici, plateali e continuati," scrisse Taguba.
Queste iniziative, autorizzate dai massimi livelli, rappresentavano sertie infrazioni alle leggi e al diritto internazionale, compresa la convenzione contro la tortura, la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, allo War Crimes Act statunitense e al Torture Statute.
Probabilmente hanno avuto anche una loro importanza nell'ascesa del gruppo terroristico dello Stato Islamico, le cui origini sono state successivamente rintracciate in un carcere ameriKKKano in Iraq chiamato Camp Bucca. Camp Bucca è stato un luogo di abusi dilaganti contro i prigionieri; uno di essi, Abu Bakr al Baghdadi, è diventato in seguito capo dello Stato Islamico. Al Baghdadi è stato detenuto a Camp Bucca per quattro anni e ha iniziato lì a chiamare alla propria causa altri detenuti.
 
 
Le armi di distruzione di massa ameriKKKane
 
Oltre alla tortura e alle bombe a grappolo i crimini commessi nel corso degli anni contro il popolo iracheno hanno compreso massacri veri e propri, avvelenamenti a lungo termine e la distruzione di intere città.
C'è stato, nel 2004, l'attacco contro Falluja in cui contro i civili fu usato il fosforo bianco proibito dalle leggi di guerra. Ci fu nel 2005 il massacro di Haditha, in cui ventiquattro civili disarmati furono uccisi uno dopo l'altro dai Marines statunitensi. Ci fu il macello degli omicidi collateriali del 2007, rivelato da WikiLeaks nel 2010, che vide l'uccisione indiscriminata di più di dieci persone nel quartiere iracheno di Nuova Baghdad, tra i quali c'erano anche due appartenenti al personale della Reuters.
C'è poi il tragico strascico dei tumori e delle malformazioni neonatali causate dall'ampio utilizzo di uranio impoverito e di fosforo bianco da parte dai militari statunitensi. A Falluja il ricorso all'uranio impoverito ha portato a un tasso di malformazioni neonatali quattordici volte più alto di quello delle città giapponesi di Hiroshima e di Nagasaki, colpite dalle atomiche statunitensi alla fine della seconda guerra mondiale. Rilevando le nascite di bambini malformati a Falluja, il giornalista di Al Jazeera Dahr Jamail ha detto a Democracy Now nel 2013:
"E venendo a Falluja, di cui ho scritto un anno fa e in cui sono tornato anche in quest'occasione, vi si nota un numero impressionante di malformazioni congenite nei neonati... Sono cose, dico, che è difficilissimo stare a vedere. Sono cose di cui è durissimo riferire. Ma dobbiamo comunque prenderne tutti atto, data la quantità di uranio impoverito usata dall'esercito USA durante il brutale attacco alla città del 2004 e delle altre munizioni tossiche come il fosforo bianco, tra l'altro."
Un rapporto inviato all'Assemblea Generale dell'ONU dal dottor Nawal Majid AL Sammarai, ministro iracheno per la condizione femminile, afferma che nel settembre 2009 all'ospedale di Falluja sono nati 170 bambini. Il 75% di essi presentava malformazioni. Un quarto di essi è morto entro la prima settimana di vita.
L'utilizzo dell'uranio impoverito da parte dei militari ha causato uno spiccato aumento dei casi di leucemia e di malformazioni neonatali anche nella città di Najaf, città in cui si svolse uno dei fatti d'armi più duri all'epoca dell'invasione del 2003. Secondo i medici locali il cancro vi è diventato più frequente dell'influenza.
Alla fine della guerra molte grandi città irachene fra cui Falluja, Ramadi e Mossul erano ridotte in macerie. Nel 2014 un ex direttore della CIA ammise che l'Iraq come stato sovrano era stato sostanzialmente distrutto.
"Io sono dell'idea che l'Iraq abbia letteralmente cessato di esistere," ha detto Michael Hayden, sottolineando che il paese era frammentato in varie parti che non pensava si potessero "rimettere nuovamente insieme." In altre parole gli USA avevano fatto ricorso al proprio ampio arsenale di armi di distruzione di massa vere e avevano completamente distrutto un paese sovrano.
 
 
Conseguenze prevedibili
 
Tra le conseguenze delle politiche adottate c'è stata la prevedibile crescita dell'estremismo islamico; la National Intelligence Estimate, che rappresenta un punto di vista consensuale dei 16 servizi di spionaggio del governo statunitense, ammoniva nel 2006 che l'occupazione statunitense in Iraq stava provocando la nascita di una generazione di islamici radicali completamente nuova. Secondo un funzionario dei servizi statunitensi esisteva concordanza di pareri sul fatto che "la guerra in Iraq ha portato ad un peggioramento del problema del terrorismo inteso nel suo complesso."
La valutazione affermava che esistevano diversi fattori che stavano "nutrendo la diffusione del movimento jihadista," ivi compresi "problemi ben radicati come la corruzione, l'ingiustizia, il timore di una dominazione occidentale che portavano a rabbia, umiliazione e senso di impotenza," insieme ad un "pervasivo sentimento antiameriKKKano diffuso presso la maggior parte dei musulmani; tutte cose che gli jihadisti sfruttano."
Anziché adottare mutamenti sostanziali o tornare indietro rispetto a certe politiche, a Washington si concordò una strategia che perseguiva con ancora maggiore intensità le condotte errate che avevano fatto nascere i gruppi dello jihad radicale. Invece di ritirarsi dall'Iraq, gli Stati Uniti decisero nel 2007 di inviare nel paese ventimila uomini in più, nonostante l'opinione pubblica fosse decisamente contraria alla guerra.
Un sondaggio di Newsweek dell'inizio del 2007 mostrò che il 68% degli ameriKKKani era contrario a questa decisione; un altro sondaggio svolto subito dopo il discorso sullo stato dell'Unione tenuto da Bush nello stesso anno rilevò che secondo il 64% degli interpellati il congresso non era stato sufficientemente perentorio nel contrastare l'amministrazione Bush sul comportamento seguito nel corso della guerra.
Il 27 gennaio 2007 a Washington sfilò un corteo composto da mezzo milione di persone che incitavano il 110º congresso appena insediatosi "a contrastare Bush", esortandolo a tagliare i finanziamenti per la guerra con lo slogan "non un solo dollaro in più, non un solo morto in più." Con questa manifestazione il movimento contrario la guerra mostrava di essere sempre più combattivo: centinaia di manifestanti fecero irruzione attraverso i cordoni della polizia e si diressero verso il Campidoglio.
Anche se vi furono altre manifestazioni molto nutrite un paio di mesi dopo in occasione del sesto anniversario dell'invasione, tra le quali un corteo verso il Pentagono con alla testa i veterani della guerra in Iraq, nel corso degli anni successivi le attività del movimento contrario alla guerra si indebolirono sensibilmente. La stanchezza può anche spiegare in parte lo scemare del sostegno nei confronti delle mobilitazioni di massa, ma gran parte di questo declino può essere senza dubbio spiegata dall'affermarsi della candidatura di Barack Obama. Milioni di persone calarono le loro energie in questa campagna, e molte di esse speravano che Obama rappresentasse un vero cambiamento rispetto agli anni di Bush.
Uno dei vantaggi di Obama sulla Clinton alle primarie del partito democratico era costituita dal fatto che Obama era stato uno dei primi ad opporsi alla guerra in Iraq, mentre la Clinton era stata una delle sue più rumorose sostenitrici. Questo portò molti elettori ameriKKKani a credere nel 2008 di aver eletto qualcuno che poteva mettere un limite all'avventurismo militare degli Stati Uniti e porre rapidamente fine al loro coinvolgimento in Iraq. Solo che non è stato così. La missione di combattimento si trascinò per molto tempo durante il primo mandato del Presidente Obama.
 
 
Guerra, guerra e ancora guerra
 
Dopo i plateali fallimenti in Iraq, gli USA rivolsero la propria attenzione alla Libia e nel 2011 rovesciarono il governo di Gheddafi ricorrendo a milizie armate coinvolte in crimini di guerra e sostenute dal potenziale aereo della NATO. Dopo la caduta di Gheddafi le sue scorte di armmamenti furono fatte arrivare ai ribelli in Siria, alimentando la guerra civile in quel paese. L'amministrazione Obama nutrì un sincero interesse per la destabilizzazione del governo siriano, perseguita facendo arrivare armamenti che spesso cadevano in mano ad estremisti.
La CIA addestrò e armò i cosiddetti "ribelli moderati" in Siria solo per ritrovarsi con formazioni che cambiavano parte unendosi a forze come lo Stato Islamico o gli affiliati ad Al Qaeda del Fronte an Nusra. Altre si arrendevano a gruppi estremisti sunniti e gli armamenti forniti dagli USA finivano presumibilmente negli arsenali degli jihadisti. Altri gruppi ancora lasciavano semplicemente perdere, o sparivano nel nulla.
Oltre alla Siria e alla Libia, Obama estese il coinvolgimento militare ameriKKKano ad altri paesi, compresi lo Yemen, la Somalia e il Pakistan, e rafforzò nel 2009 il contingente in Afghanistan. Nonostante il ritiro -in ritardo- dei soldati dall'Iraq con la partrenza dell'ultimo contingente il 18 dicembre 2011, durante la presidenza Obama sono cresciuti molto gli attacchi tramite droni e i bombardamenti aerei.
Durante il suo primo mandato Obama ha fatto lanciare ventimila tra bombe e missili. Una cifra che si è impennata nel corso del suo secondo mandato arrivando a superare i centomila. Nell'ultimo anno della presidenza Obama, nel 2016, gli USA hanno lanciato quasi tre bombe ogni ora, per ventiquattro ore al giorno.
Obama si è distinto anche per essere stato il quarto presidente di seguito a bombardare l'Iraq. Bersagliato da critici che lo accusavano di aver consentito l'ascesa dello Stato Islamico in Iraq, Obama decise di tornare indietro rispetto all'iniziale decisione di ritirarsi dal paese, e nel 2014 ricominciò con i bombardamenti. In un discorso al popolo ameriKKKano il 10 settembre 2014 il Presidente Obama disse che "lo Stato Islamico rappresenta una minaccia per il popolo iracheno, per il popolo siriano e per il Medio Oriente in generale, ivi compresi i cittadini, il personale e le strutture ameriKKKani."
"Se lasciati liberi di agire," prosegùì, "questi terroristi potrebbero arrivare a costituire una crescente minaccia oltre i limiti della regione e per gli Stati Uniti stessi. Non abbiamo ancora notizia di piani precisi contro il nostro paese, ma i capi dello Stato Islamico hanno minacciato l'AmeriKKKa e i nostri alleati."
Ovviamente questi non sono altro che gli esiti contro cui molte voci che invitavano alla prudenza avevano messo in guardia nel 2002 e nel 2003, quando milioni di ameriKKKani scendevano nelle strade a protestare contro l'imminente aggressione all'Iraq. Sia chiaro che non era solo la sinistra contraria alla guerra a invocare una rinuncia; anche personaggi dello establishment e degli ambienti ultraconservatori si dicevano preoccupati.
L'ex generale Anthony Zinni, per esempio, all'epoca inviato in Medio Oriente per George W. Bush, disse nell'ottobre 2002 che invadendo l'Iraq "faremo una cosa che appiccherà un tale incendio in questa zona che malediremo il giorno che abbiamo avuto quest'idea." Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale nel primo mandato di Bush, disse che attaccare l'Iraq poteva "scatenare uno Armageddon in Medio Oriente".
Non importava. Bush agiva d'istinto e aveva i suoi propositi. Ogni ammonimento fu spazzato via e si andò avanti con l'invasione.
 
 
La campagna del 2016
 
Donald Trump, all'epoca candidato alla presidenza, iniziò a rimbrottare Bush per la guerra in Iraq nel corso della campagna per le primarie del partito repubblicano nel 2015 e nel 2016- Trump definìla decisione di invadere l'Iraq c"un errore bello grosso," e non solo si accaparrò parte dei voti degli ultraliberali contrari alla guerra, ma consolidò la propria immagine di outsider della politica che "dice le cose come stanno."
Dopo che Hillary Clinton si fu affermata come candidato democratico, con tutto il suo curriculum di entusiasta sostenitrice di praticamente tutti gli interventi militari statunitensi e di fautrice di un maggior coinvolgimento in paesi come la Siria, gli elettori sono diventati scusabili se hanno pensato che il partito repubblicano fosse a quel punto il partito pacifista, e quello democratico il partito dei falchi.
Lo scomparso Robert Parry osservò nel giugno del 2016 che "Inebriati dalla sensazione suscitata dall'aver portato per la prima volta una donna alla candidatura presidenziale in uno dei maggiori partiti, i democratici non sembra abbiano badato gran che al fatto che hanno abbandonato la posizione che li caratterizzava da quasi cinquant'anni come partito più scettico sull'utilizzo della forza militare. La Clinton è platealmente un falco; un falco che non ha dato segno di resipiscenza circa il proprio atteggiamento bellicista."
L'ala contraria alla guerra all'interno del partito democratico è stata ulteriormente marginalizzata nel corso della convention nazionale del partito; i cori "mai più guerra" scanditi durante il discorso dell'ex Segretario alla Difesa Leon Panetta furono zittiti dallo establishment del partito che rispose con un coro di "USA!" per soffocare le voci pacifiste, e arrivò a staccare le luci che illuminavano i segmenti pacifisti del pubblico. Un messaggio chiaro; all'interno del partito democratico, per il movimento contro la guerra non c'era posto.
La sorprendente vittoria di Trump contro la Clinton nel novembre del 2016 ha svariate cause. Non occorre sforzare troppo la fantasia però per immaginare che una di queste può essere stata il persistente atteggiamento contrario alla guerra che datava al disastro iracheno e alle altre campagne dell'esercito statunitense. Molti di coloro che erano stanchi dell'avventurismo militare statunitense possono esser stati irretiti dalla retorica di Trump, ai limiti dell'isolazionismo; altri possono aver votato per un partito alternativo, come i Libertari o i Verdi, entrambi fortemente contrari all'interventismo statunitense.
Nonostante le occasionali dichiarazioni di Trump in cui si metteva in discussione l'assennatezza di un impegno militare in paesi lontani come l'Iraq o l'Afghanistan, anche Trump era un sostenitore di crimini di guerra come "far fuori le famiglie" dei sospettati per terrorismo. Trump affermò che gli USA in guerra dovevano smetterla di comportarsi in modo "politicamente corretto".
Insomma; alla fine gli ameriKKKani furono costretti a scegliere tra un irriducibile falco neoconservatore propenso al rovesciamento dei governi altrui -schierato dal partito democratico- e un interventista riluttante che comunque voleva rimettere i terroristi al loro posto ammazzandogli i figli. Anche se è stato il neoconservatore a ottenere il suffragio popolare, i collegi se li è presi il fautore dei crimini di guerra.
Dopo le elezioni venne fuori che quanto a uccisione di bambini il signor Trump era un uomo di parola. In una delle prime iniziative militari prese da presidente il 29 gennaio 2017 Trump ordinò l'attacco di un villaggio yemenita in cui persero la vita qualcosa come ventitré civili, tra i quali un neonato e Nawar al Awlaki, una ragazzina di otto anni.
Nawar era figlia del propagandista di Al Qaeda e cittadino ameriKKKano Anwar al Awlaki, che era stato ucciso dall'attacco di un drone statunitense nello Yemen a settembre del 2011.
 
 
L'aggressione come normalità
 
Il 2017, primo anno della presidenza Trump, si è rivelato il più micidiale per i civili in Iraq e in Siria da quando sono iniziati i raid statunitensi sui due paesi nel 2014. Stando al conteggio dell'organizzazione di controllo Airwars, gli USA hanno ucciso nel corso dell'anno fra i 3923 e i 6102 civili. "Le vittime non combattenti della Coalizione e degli attacchi di artiglieria sono cresciuti di oltre il duecento per cento rispetto al 2016," ha specificato Airwars.
L'impennarsi delle morti di civili ha guadagnato qualche titolo di giornale; anche uno sullo Washington Post. Per lo più le migliaia di innocenti uccisi daghli attacchi aerei statunitensi vengono derubricati a "perdite collaterali". Il macello in corso viene considerato ordinaria amministrazione, e per la classe dei mezzibusti si merita appena qualche commento.
Probabilmente è questo uno dei più duraturi strascichi dell'invasione dell'Iraq del 2003. L'invasione dell'Iraq fu un'aggressione militare basata su affermazioni false che ignorò qualsiasi invito alla prudenza e violò platealmente il diritto internazionale. A nessuno, nei media o nell'amministrazione Bush, è stato chiesto di rispondere del sostegno o dell'iniziativa di quella guerra; quello che abbiamo viston non è che la riduzione dell'aggressione militare ad evento normale, a un livello che venti anni fa sarebbe stato inimmaginabile.
A questo proposito ricordo bene i bombardamenti in Iraq che ebbero luogo nel 1998, nel quadro dell'operazione Desert Fox voluta da Bill Clinton. Nonostante fosse una campagna di limitato respiro e lunga soltanto quattro giorni, vi furono notevoli proteste. Mi unii a un presidio di circa duecento persone davanti alla Casa Bianca; c'era uno striscione scritto a mano che diceva "mettetelo in stato d'accusa per crimini di guerra", un riferimento al fatto che il Congresso all'epoca stava sì mettendo Clinton in stato d'accusa, ma per essersi fatto fare un pompino.
Si paragoni questa circostanza a quanto vediamo -o meglio, non vediamo- oggi. Nonostante gli USA siano coinvolti in almeno sette conflitti, l'attivismo pacifista è poco attivo e meno ancora lo è il dibattito a livello nazionale sull'opportunità, la legalità o la moralità del fare la guerra. Sono in pochi a obiettare per i significativi costi che tutto questo comporta per i contribuenti degli Stati Uniti; ogni giorno, per esempio, vengono spesi per queste guerre circa duecento milioni di dollari.
Quindici anni fa uno degli argomenti del movimento pacifista era che la guerra al terrore stava trasformandosi in una guerra senza limiti temporali e senza frontiere, senza regole e senza una vera e propria fine. In altre parole, gli USA correvano il pericolo di ritrovarsi in uno stato di guerra permanente.
E questa è chiaramente la condizione di oggi. Una realtà che persino il senatore bellicista Lindsey Graham lo ha ammesso un anno fa quando quattro soldati statunitensi sono rimasti uccisi in Niger. Graham ha detto che non sapeva che gli USA fossero militarmente presenti in Niger e, da presidente della commissione senatoriale sullo Stato, le operazioni all'estero e i programmi correlati, ha detto che "questa è una guerra senza fine, senza limiti, senza orizzonti temporali o geografici."
Non era chiaro se questa constatazione fosse dovuta a volontà di lamentarsi o di esprimere invece soddisfazione per questa guerra perenne e senza frontiere. Le sue parole dovrebbero essere considerate un avvertimento sulla situazione degli USA nel quindicesimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. E la situazione è quella di una guerra senza fine, senza limiti, senza orizzonti temporali o geografici.