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Un tizio di nome Ferrara, a Biologna. Aprile 2008 PDF Stampa E-mail
Mercoledì 02 Aprile 2008 21:07
  Bologna, aprile 2008: uno grasso ed italiano su un palco 
 

Bologna, 2 aprile 2008.
Essere grassi ed essere italiani: due condizioni imbarazzanti già se prese singolarmente.
Un certo Giuliano Ferrara, portatore di entrambi gli stigmi, ha tenuto un seguitissimo comizio a Bologna. Noi non c'eravamo, non abbiamo idea di che cosa abbia detto e tantomeno del perché lo abbia detto, ma abbiamo saputo da testimoni diretti che la folla sterminata di gente che ha presenziato all'avvenimento non era propriamente lì per applaudirlo.
Il problema, infatti, non sono certo i comizi, qui.
Il problema è: ma chi è 'sto Giuliano Ferrara? Dall'alto di quale autorevolezza fornisce il proprio parere su tutto e su tutti? Per quale meccanismo gli è permesso esprimere opinioni che, espresse in un bar di San Frediano una mattina qualunque, costerebbero all'improvvisato oratore almeno un calcio piazzato nell'epididimo ed il perentorio invito a non farsi più rivedere?

Nei giorni successivi la stampa si sgola nella difesa dell'indifendibile e sovrabbondante oratore: guai a toccare uno dell'establishment. Tra le poche voci redazionali ad andare controcorrente -ossia nel verso in cui andavano la logica e la razionalità, ai bei tempi in cui chi le utilizzava non veniva messo a tacere con l'accusa di terrorismo- un'editoriale pubblicato due giorni dopo da "Il Manifesto".

Il lancio di verdure dal loggione non segnò la fine del teatro. Il lancio di verdure su un palco elettorale non segnerà la fine della democrazia. Si tranquillizzi Miriam Mafai. L' insegnamento che lei e il suo giornale quotidianamente ci impartiscono si ispira alla più classica predica che ogni arcigna istitutrice impartisce ai suoi educandi: «Se da bambino rubi la marmellata, da grande sarai un delinquente». Ma le ragazze e i ragazzi che a Bologna hanno contestato Giuliano Ferrara non sono bambini e più che rubare rischiano di essere derubati, di diritti e di libertà. Scomodare poi il povero Voltaire, in un paese che farnetica di «tolleranza zero», è quanto di più sfacciato si possa immaginare. E, del resto, ai tempi di Voltaire non c'erano i monopoli radiotelevisivi né i grandi gruppi editoriali. Che esista una simmetria, una «pari opportunità» tra le diverse voci, tra i diversi soggetti dell'agire politico e sociale, è una vergognosa finzione. Risponda la democratica editorialista con un po' di onestà: se si fosse organizzata in un centro sociale un'assemblea contro Ferrara, anche tre volte più folta dello sparuto gruppetto che lo applaude, quante righe avrebbe dedicato la Repubblica all'evento? Continuare ad agitare lo spettro della violenza, che si tratti di fischi, scritte murali, lancio di ortaggi o di mendicanti e lavavetri, finirà coll'essere, oltre che una scemenza, un'istigazione. Se occupare un edificio o entrare in un cinema senza pagare può significare a Bologna un'accusa di insurrezione contro lo stato, non è forse, questo, un invito a fare almeno sul serio? Il ceto politico e la grande stampa hanno perso il senso delle proporzioni. Per chi ha potere e chi non ne ha non vige lo stesso galateo. Chi dispone di tutti gli amplificatori per accusare decine di migliaia di donne di omicidio può ben incassare qualche pomodoro in piazza.

da "Il Manifesto" 4 Aprile 2008








 

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