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Gli occidentalisti fiorentini e le pecore PDF Stampa E-mail
Giovedì 08 Maggio 2008 11:46

Inizio di maggio del 2008. Una telefonata avverte la gendarmeria che al campo rom dell'Olmatello, a Firenze, sta succedendo addirittura un macello!
Accorsi sul luogo, i gendarmi non possono che constatare la verità: in vista della prossima festa di San Giorgio, uno degli abitanti del campo ha fatto arrivare dalla Slovenija una camionata di pecore e le sta macellando -il termine è adeguato- perché tutti possano far festa come si conviene.
Lo dzurdzedan, il "di' di Giorgio", detto anche "giorno verde", ederlezi (Goran Bregovic ha intitolato in questo modo un suo disco, nel 1998) è una delle principali feste celebrate dai Rom di provenienza balcanica che vivono nei campi della penisola italiana; le celebrazioni hanno un carattere sincretico ed assumono in ogni località caratteri propri; il sacrificio di pecore che vengono poi mangiate in compagnia, in pasti comuni molto più ricchi del solito, rappresenta uno dei tratti comuni dei festeggiamenti.
La ricorrenza è fondamentale per la coesione di gruppo, in un "Occidente" in cui i legami non regolati dal denaro vengono considerati alla stregua di atti terroristici; per questo non stupisce che all'Olmatello si sia proceduto in merito senza curarsi degli aspetti "occidentalisti" della questione. O meglio, curandosene fino ad un certo punto, come dimostrerebbe la regolarissima bolla di consegna che il macellatore ha potuto mostrare alla gendarmeria. 
I nostri viaggi in dar al'Islam -e quelli nella penisola balcanica, compiuti non più tardi di venticinque anni or sono- ci hanno mostrato come la pratica della macellazione ovina sia compiuta ed accettata ovunque senza alcun problema, neppure di ordine igienico, stante la sempre più frequente comparsa di superfici piastrellate e di abbondanti getti d'acqua anche nei paesi più lontani dalle strade battute e dalle "catene del freddo". La carne prodotta in questo modo, e consumata arrostita, non ha nulla da invidiare a quella dei supermercati d'"Occidente".
Anzi.
Ma l'"occidentalizzazione", gabellata come "integrazione" ormai da tutti, non può tollerare nulla del genere. Né che ci si comporti come ci si è comportati per decenni o per generazioni prima dell'Anno di Grazia 2008, né, probabilmente, che si faccia festa in date non previste dal calendario della Chiesa Cattolica. O meglio, dal calendario di chi alla Chiesa Cattolica dice di far riferimento. Ogni aspetto del vivere deve dunque essere controllato, regolato, sanzionato, giudicato, rivisto e corretto secondo i parametri stabiliti da chi comanda.  
Tra coloro che studiano da comandanti, a Firenze, c'è il consigliere del Volgo della Libertà Jacopo Cellai, che in un primo discorsetto in Consiglio Comunale si interroga se l'agire secondo usi e costumi ancora comuni -per fortuna- nelle parti meno sazie e meno deafferentate del continente e di dar al'Islam vada intesa come una prova di "integrazione". Ovvio che no, e per fortuna, essendo dal nostro punto di vista l'"integrazione" come è correntemente intesa un fenomeno omologante e distruttivo come pochi.
E' strano dover ricordare che la macellazione domestica, ormai quasi estinta, è diventata oggetto di ricordi dolciastri ed oleografici in un "paese" in cui il far su el porsel fa parte delle nostalgie di chi rimpiange, senza averne mai sperimentato le durezze, l'elegiaco mondo dei campi. Di contrasto, il macellare qualche pecora diventa qualcosa di cui fare una colpa, anzi, un atto tramite il quale colpevolizzare intere esistenze meritevoli solo di cancellazione.
Tutto questo ci fa pensare che Jacopo Cellai non abbia mai visitato non diciamo un macello comunale, ma neppure il retrocucina di un ristorante qualsiasi.
Non contento, il giorno successivo Jacopo interessa nuovamente della cosa il Consiglio Comunale, con un intervento in cui cita addirittura un film disneyano, facendoci concludere che a tanto si ferma la sua cognizione di causa in questo come in molti altri campi, paventa chissà quali "rischi per la salute" da una sanissima mangiata di carne arrosto, e conclude invocando salvezza per le otto pecore superstiti. Chissà che cosa ha mangiato oggi a pranzo, il Cellai...!



   

 

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