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Le radici cristiane della città di Prato: la religiosità popolare PDF Stampa E-mail
Martedì 27 Luglio 2010 11:12
Estate 2010. Un camion incontrato e fotografato per caso in una città i cui amministratori, per i consueti ed elevati motivi legati al tornaconto elettorale, hanno impostato parte della loro comunicazione politica sulle presuntissime "radici cristiane" della "civiltà occidentale". Sulla cui persistenza e sulla cui influenza nei "valori" condivisi dalla popolazione vi sarebbe qualche piccolo appunto da fare.

Il cattolicesimo nella penisola italiana è, soprattutto a quei livelli popolari tanto solleticati dagli "occidentalisti" in cerca di voti, una realtà talmente lontana dai suoi fondamenti da far apparire ai "credenti" certe questioni di puro dettaglio come l'obbedienza al pontefice di Roma, i sacramenti, il credo niceno, la pratica delle virtù cardinali e teologali (per non parlare dei dogmi) come delle astrusità incomprensibili, o più probabilmente inutili. Fuori dalla penisola italiana esistono realtà, come la Repubblica Francese, in cui la questione non si pone quasi più essendo il numero dei praticanti ridotto ad una minoranza sempre più esigua della popolazione.
La pratica religiosa corrente riflette una spiritualità fai da te che per prima cosa riflette la generalizzata insofferenza per limiti e divieti, esclude il Sacro in maniera sostanziale e si regge su aspettative miracolistiche, atti ai limiti del simoniaco e identitarismo strumentale.
La foto è stata scattata a Prato, una città ricristianizzata provvidenzialmente [risate in sottofondo, n.d.a.] dal risicato successo elettorale "occidentalista" dell'aprile 2009. In un contesto come quello su riassunto, che uno possa proclamarsi "Sul sentiero di S. Pio" e al tempo stesso asserire che "Il tempo non cura le ferite ma la vendetta sì" non sorprende nessuno.
S.Pio è il Francesco Forgione santificato pochi anni fa dopo un iter compiuto a passo di carica. Se in vita Agostino Gemelli lo liquidò con la definizione di "psicopatico, autolesionista ed imbroglione", in morte l'enorme giro economico legato alla sua persona fa pensare che già la beatificazione, velocissima e contestata anche all'interno del mondo ecclesiastico, abbia avuto nel suo caso anche motivazioni parecchio distanti dall'esercizio eroico delle virtù cristiane. La fama di taumaturgo cui Forgione dovette anche in vita la formazione di un seguito estesissimo è qualcosa di legato alla produzione di fenomeni fisici; esattamente quello che la pratica religiosa contemporanea richiede, perché l'ostentata assenza di interiorità che è una delle caratteristiche dell'"occidentale" moderno e contemporaneo non fa certo sviluppare intresse per Agostino d'Ippona o per il Doctor Angelicus, quanto per una visibilità immanente e fracassona destinata di solito a sfociare in manifestazioni di "culto" improntate ad un'efferata venalità.
Quest manifestazioni di "culto" non pongono interrogativi scomodi o limiti invalicabili, e si sposano alla perfezione con il ruolo richiesto alla classe sacerdotale. I sacerdoti vengono tollerati non certo perché hanno le competenze necessarie a parlare di teologia o perché gli orrori di una società che è di per sé peccato non riescono proprio a non vederli, quanto per avallare condiscendenti comportamenti e credenze che in tempi non troppo lontani sarebbero valsi per lo meno il rifiuto del sacramento della riconciliazione, se non andava anche peggio. In realtà, il compito per il quale i sacerdoti vengono tollerati è quello di unire l'assoluto e il venale nella venalità assoluta.
Il risultato di tutto questo è che nell'"Occidente" contemporaneo è normalissimo che un prete celebri le nozze tra l'imprenditor Tizio, noto bestemmiatore e grande narratore delle proprie prodezze erotiche a pagamento in Tailandia, e la Celebre Professionista tatuata e buddista. Si potrebbe perfino asserire che episodi del genere compendino ed esemplifichino in modo sufficientemente appropriato il concetto dominante di religiosità. E "credenti" di questo livello possono tranquillamente fare anche l'elogio della vendetta, con buona pace di Gv - 15,12.
 

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