Ad oltre trent'anni dalla Rivoluzione e dalla fondazione della Repubblica Islamica dell'Iran una certa vulgata adulatoria nei confronti dei Pahlavi riemerge periodicamente, neppure sempre confinata a livello di rotocalco, dipingendo come un'epoca dorata ed irripetibile gli anni in cui lo Shah stava in realtà scavando la fossa alla monarchia prima e ancora che a se stesso. Con quanta consapevolezza non è dato saperlo, ma i comportamenti cui era adusa la corte non lasciano grande spazio alle illusioni.
Tra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo gli strati siderei della popolazione (non più di qualche centinaio di famiglie) potevano ostentare tenori di vita da jet set internazionale: i massicci interessi
amriki nel paese, la geopolitica antisovietica e le rendite petrolifere avevano permesso allo Shah di acquistare quantità smodate di armamenti modernissimi e di varare una perentoria modernizzazione dall'alto di ispirazione kemalista che non fece alcuna presa su una popolazione pur minata dall'analfabetismo e dalle sempre crescenti ingiustizie sociali.
Gli sprechi per l'autocelebrazione monarchica del 1971 (scusa ufficiale, i due millenni e mezzo dell'impero persiano), la messa fuori legge di tutti i partiti politici nel 1975 e l'imperversare della polizia politica fecero il resto.
Gli avvenimenti successivi furono oggetto di una diffusa e persistente mancanza di comprensione. La dichiarazione che il presidente
amriki Jimmy Carter rilasciò nel 1978, a Rivoluzione già in corso, è un piccolo concentrato di autoreferenzialità ed inconsapevolezza.
Sotto la brillante guida dello Shah l'Iran costituisce un'isola di stabilità in una delle più tormentate regioni del mondo. Non c'è altra figura di uomo di stato che potrei stimare ed apprezzare di più.
Intanto che l'Iran mancava perfino delle infrastrutture indispensabili a smistare nel paese le merci straniere che marcivano nei porti, ecco di cosa si preoccupava un certo
stimato ed apprezzato uomo di stato.