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Giovanni Sartori, i "pensabenisti" e la cosiddetta "integrazione degli islamici" PDF Stampa E-mail
Mercoledì 06 Gennaio 2010 09:22
Tra dicembre 2009 e gennaio 2010 Giovanni Sartori è protagonista di uno scambio di battute gazzettiere di quelli con cui da una decina d'anni almeno si cerca di statuire la "superiorità" della way of life e del pensiero "occidentali", con la pena del bando mediatico (come minimo) per chi abbia da porre la minima obiezione. Nulla che non sia stato già visto infinite volte: in questo caso Sartori produce un neologismo che, forse, farà strada tra i cianciatori più involuti.

E' noto che il Corrierone è stato costretto nel corso degli anni, per motivi di cassetta e di scuderia, ad insistere sull'operazioncina De Bortoli - Fallaci fino a superare i limiti del ridicolo. Più o meno lo stesso hanno dovuto fare parecchi dei suoi collaboratori. Anche Giovanni Sartori ha alternato dunque, nel corso della sua produzione, trafiletti "occidentalisti" ad altri di ben più ponderata serietà. Ci esprimemmo in merito a suo tempo.
Il 20 dicembre 2009 Giovanni Sartori occupa una dozzina di righe sul Corriere della Sera, nelle quali fa torto marcio alle proprie competenze -e a quelle dei suoi lettori che non abbiano delegato all'"occidentalismo" da parrucchiere il proprio senso critico- facendo un monco riassuntino degli ultimi millequattrocento anni di storia per trarne, quale succo essenziale, la conferma della "non integrabilità" degli "islamici", qualunque cosa siano gli "islamici".
Le linee guida identificabili nel brevissimo scritto sono quelle care all'"occidentalismo" da bar: la malvagità metafisica dell'Islam ed una concezione della storia improntata ad un'incompetenza disarmante prima ed ancora che a parzialità.
Qualcosa di sorprendente, dato il personaggio in questione.
Tutto lo scritto è stato prodotto per mettere in cattiva luce un certo progetto di legge sulla "cittadinanza a cinque anni" o roba simile, sottoscritto da Gianfranco Fini: un politico di lunghissimo corso colpevole di aver iniziato dalla sera alla mattina a dare ad intendere all'elettorato di essere "altra cosa" rispetto al padrone del suo partito. Un crimen laesae maiestatis inemendabile, nella politicanza "occidentalista" che non ammette né discussioni né dubbi, neppure quelli fatti per finta ad uso del gazzettaio e di una pluralità di opinioni che è una burla spregevole.

Dopo aver incassato una serie di confutazioni e di smentite intonate su tutto il registro che va dalla sufficienza sprezzante alla correzione documentata, Sartori ritorna sulla questione un paio di settimane dopo, con uno scritto in cui dimostra di non aver affatto colto alcuni aspetti fondamentali della questione, primo tra tutti il fatto che non si capisce chi e per quale motivo dovrebbe rilasciare il certificato di "islamico" a qualcun altro, cui è conseguente la banalissima constatazione, verificabile da tutti nella vita quotidiana, che i credenti sono, purtroppo, una risicata minoranza della mole di immigrati provenienti dall'Africa settentrionale e dal Medio Oriente.
Purtroppo, perché la consapevolezza di un'identità forte e difficilmente attaccabile da "valori" dell'"Occidente" sintetizzati a meraviglia da una produzione mediatica che considera biancheria osé e smalto sulle unghie -insomma, l'indotto dei consumi di lusso- come la massima espressione possibile della "libertà".
Abbiamo ragione di credere, in altre parole, che la vera colpa dei credenti sia quella di non farsi ridurre a consumatori standardizzabili, ostinati come sono nello hijab -meno lavoro per parrucchiere ed estetiste, per tacere dei sarti stilisti- e nel desiderare di non mangiare maiale e di non bere alcolici.
La realtà quotidiana di immigrati presentati come "islamici" tout court in processi mediatici senza appello e senza difesa, è fatta invece di disconferme continue, di prese in giro, di odio bello e buono, di colpevolizzazioni a priori, di giudizi sbrigativi, incompetenti e ridanciani. Quanto basta per gettare chiunque in una condizione di isolamento di fatto e di disperazione in cui tutto diventa possibile.
I casi in cui crimini efferati vengono presentati come diretta conseguenza dell'appartenenza all'Islam di almeno una delle parti in causa sono continui e assolutamente privi di fondatezza, dal momento che nessun monoteismo conosciuto prescrive ai suoi adepti comportamenti truffaldini od omicidi. Né, tanto meno di dare prova di avvenuta "integrazione" come la dette quell'Azouz Marzouk indicato come pluriomicida ed incendiario, la cui condotta di vita da tutto può esser stata determinata ed ispirata meno che dall'adesione all'Islam.
L'idea di un esercito di credenti in marcia per issare la mezzaluna sulla cupola di San Pietro -unito e coeso come una falange- allo scopo di vendicare Lepanto e Poitiers (e domenica alla Lazio gliele suoniamo cinque a zero) trova tante e tali disconferme nella vita quotidiana da poter essere tranquillamente derubricata ad ideazione a contenuto persecutorio, come abbiamo innumerevoli volte fatto in questa sede.
In quest'ottica il risibile vocabolo di "pensabenisti" con cui Sartori definisce quanti hanno mostrato scetticismo nei confronti delle argomentazioni da lui addotte non sancirà alcuna rivoluzione lessicale. Al massimo, contribuirà ad arricchire la fantozziana panoplia della ciancia "occidentalista" adatta alle casalingue ed agli strateghi da caffé, al pari del "pacifinti" lanciato qualche anno fa contro chi sosteneva, con ottime argomentazioni, che le avventure afghane ed irachene sarebbero state tutt'altro che le passeggiate militari messe in conto dall'ubriacone Bush e dalla sua congrega di manutengoli.

 

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