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Cavalli Club Firenze PDF Stampa E-mail
Giovedì 18 Marzo 2010 16:49
Una sera di marzo 2010, nel pieno centro di Firenze, una rivendita di şarap con pretese di sfarzo giustificate non si sa bene da cosa viene danneggiata da un gruppo di persone seccatissime a causa del brutto trattamento avuto poco prima da una di esse, accusata di furto da una donna amriki.

Il Cavalli Club di Firenze, in Piazza del Carmine, è una mescita di lusso il cui padrone fa anche il sarto.
Naturalmente la propaganda commerciale "occidentalista" non metterebbe la cosa in questi termini; fedele alle proprie istanze menzognere e sovversive del reale definirebbe il Cavalli Club come "un'oasi di stile, un ambiente ricco di energia, con servizi di lusso e musica di classe. Un lugo in cui fashion e nightlife si intrecciano per creare una situazione unica che stupisce gli ospiti fin dal primo impatto" (così il sito internet della mescita).
Anche in questo caso, come in tutti gli altri che Iononstoconoriana si fa quotidiano piacere di additare al disprezzo dei suoi lettori, la realtà è una cosa, la categorizzazione bugiarda fattane dall'"occidentalismo" è un'altra.
"Servizi di lusso" e "musica di classe" nonostante, una sera di marzo la mescita di Piazza del Carmine è stata visitata da un piccolo gruppo di individui contrariati, che ha illustrato ai presenti le ragioni del proprio malumore con argomenti che hanno poca cittadinanza in un'epoca in cui chi affronta senza frignare una verifica fiscale passa per eroe, ed in cui torme intere di buoni a nulla decidono da dietro la tastiera di un computer a chi vorrebbero dare fòho (in testa alla hit parade, di solito, gli "zingari") e a chi riserverebbero attenzioni sessuali (in testa alla hit parade, altrettanto di solito, la carne da ricchi o più spesso da presunti tali).
I prodromi della questione devono essere stati di una bassezza, di una "occidentalità" e di un razzismo tanto repulsivi quanto al passo con i tempi, se perfino il gazzettaio "occidentalista" più pornocratico ("IlFirenze", "Il Giornale della Toscana") è stato costretto a riferirne con beneficio di inventario e con parecchi condizionali. In sostanza tutto sarebbe cominciato con una lite: una amriki avrebbe accusato di furto un uomo. L'accusato sarebbe stato fatto oggetto delle attenzioni degli appartenenti ad una categoria professionale tanto onnipresente quanto più che discutibile, quella del "servizio d'ordine", ed allontanato, con sistemi facilmente immaginabili, dalla scena. Il tutto già a notte alta: un'ora in cui di solito le donne rispettabili non fanno parlare di sé, se vogliamo finalmente concederci una di quelle considerazioni misogine che le amriki fanno di tutto per meritarsi.
Le gazzette dicono che l'accusato è finito al pronto soccorso, il che fornisce una discreta misura dell'approccio adottato nei suoi confronti dagli "occidentali" del "servizio d'ordine". E fornisce anche una motivazione plausibile all'attestazione di aperta disistima che verso le tre del mattino un piccolo gruppo di mustad'afin ha portato al personale della mescita.
L'episodio ha scuscitato commenti tra il sarcastico e l'apertamente soddisfatto, tra i quali segnaliamo quelli di Miguel Guillermo Martinez Ball. Fedeli alle linee guida di questo blog, noi ne traiamo spunto per alcune conclusioni. Conclusioni che basterà intonare ad un minimo di concretezza perché passino da rivoluzionarie.
Quanto avvenuto è l'ideale per mostrare, come su accennato, l'assoluta dissonanza tra la realtà e la weltanschauung "occidentalista".
In primo luogo va notato che questa mescita ostenta tante pretese di esclusività e di elitarismo, ed ha bisogno di un "servizio d'ordine" espressamente incaricato di evitare episodi da clinica psichiatrica. La sedicente élite "occidentale" target della mescita, definita in base a criteri meramente economici tanto più insultanti in un'epoca ed in un contesto che dell'ingiustizia sociale hanno fatto la propria unica bandiera, è dunque costituita da marmaglia incapace di autolimitarsi e di decidere perfino nelle interazioni più elementari. Questo, senza indulgere ad altre e condivise considerazioni secondo le quali la frequenza di episodi di questo genere sarebbe eloquentemente più alta proprio laddove un "servizio d'ordine" dovrebbe impedire il loro verificarsi. Impossibile non fare paragoni, ovviamente e giustamente ingenerosi, con contesti sociali più normali come quello di certe mense yemenite, in cui la clientela si accalca a tavolacci di plastica con l'AK47 a tracolla, discutendo animatamente ma senza infingimenti ed in un contesto più umano di quello di certe mescite "occidentali" appartenenti a sarti, a canzonettiste note più per l'elasticità della loro virtù che per le loro competenze musicali, a pallonieri in pensione o a gente che di mestiere corre forte con delle macchine apposta o delle moto altrettanto apposta.
In secondo luogo ci sono i "lavoratori" del "servizio d'ordine", che potremmo definire come i cani pastori del gregge su schematicamente definito. La fedeltà di questi individui ai valori dominanti è assoluta, visto che in contesti meno "occidentalizzati" e socialmente meno decomposti sarebbero destinati ad una nera vita di disoccupazione. Una delle gazzette che abbiamo consultato si cura anche di definire alcuni dei servitori dell'ordine come calcianti.
Il vocabolo calciante indica a Firenze gli iniziati di una conventicola che con tanto di patrocinio istituzionale si riunisce in alcuni giorni d'estate in una piazza del centro appositamente preparata con uno strato di tufo, per regolare pendenze e rancori maturati in un anno trascorso in lavori e lavoretti che coprono tutto l'areale compresto tra il sordido e lo scaltro. Il tutto prende il nome di "calcio storico" ed è ammantato da tutti i paludamenti propri delle tradizioni inventate di cui Hobsbawm fece piazza pulita in un suo celebre scritto.
L'aggregato sociale del pallone travestito fa da bacino elettorale per l'"occidentalismo" più fracassone. In questo mese di marzo 2010 il diplomato Giovanni Donzelli, cui di solito spettano in Consiglio comunale le lamentele frignone in materia di degradessihurézza, è impegnato altrove per motivi elettorali, sicché è toccato a Francesco Torselli difendere gli indifendibili sul gazzettaio di riferimento. Di solito non traiamo conclusioni basandoci su elementi esclusivamente gazzettistici e non suffragati da esperienze dirette: in questo caso però la cognizione di causa ci viene dal laido spettacolo che le amriki dànno abitualmente di se stesse per le vie cittadine, peggiorando con indiscriminate assunzioni di alcolici una presenza fisica solitamente connotata da una repulsiva e burrosa grassezza e competenze interattive già per conto loro al di là del qualificabile.
Quale eco e quale ascolto avrebbero in contesti più normali ed in sedi meno infette i reclami, le asserzioni e le attribuzioni di responsabilità espresse in piena notte da elementi simili è facile intuirlo: difficilmente desterebbero l'attenzione di soggetti pagati apposta per rifarsela col primo individuo che dia l'impressione (talvolta clamorosamente sbagliata, come in questo caso) di poter assumere il ruolo di capro espiatorio.
La ricostruzione gazzettiera dell'avvenimento, nella sua abituale parzialità, lascia intravedere più di quanto non voglia a proposito di uno spaccato sociale abbrutito e demente, perfettamente adattato ad un ambiente in cui la costruzione di un'identità sociale presuntamente prestigiosa passa esclusivamente dai comportamenti di consumo.
A Firenze la mescita di piazza del Carmine pare che non goda di buona fama, a dispetto delle intenzioni e del legalismo spicciolo ostentato da chi se ne occupa. Il fatto che posti di questo genere siano in genere frequentati da esponenti e simpatizzanti dell'"occidentalismo" politicante più ostentato dovrebbe anch'esso essere rivelatore.
In attesa di poter costruire una moschea degna della città di Firenze secondo le linee che abbiamo suggerito a suo tempo, quando auspicammo la distruzione del brutto edificio sul lato est di piazza Ghiberti e la fine delle moleste attività che vi si svolgono, non sarebbe male destinare a quest'uso il fondo di piazza del Carmine. I credenti, sempre più numerosi, non dovrebbero accalcarsi in Borgo Allegri e la piazza ne guadagnerebbe non poco in termini di umanità e di vivibilità.
 

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