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Kirghizistan: nessuna Neda per le vie di Osh PDF Stampa E-mail
Domenica 25 Luglio 2010 07:21
All'inizio dell'estate 2010 si riaccendono violentissimi scontri in Kirghizistan, con centinaia di vittime e, pare, centinaia di migliaia di sfollati nel vicino Uzbekistan. Copertura mediatica: pressoché zero.

Kirghizistan, il Tien Shan a sud di Bishkek, estate 2008.

Il Kirghizistan è una repubblica centroasiatica divisa in modo abbastanza netto in due parti da una catena montuosa che va grosso modo da est ad ovest. La capitale è decentrata rispetto al resto del paese e sorge praticamente sulla frontiera kazaka. La maggior parte delle frontiere tra i paesi dell'Asia Centrale, segue percorsi capricciosi per non dire assurdi; sono state tracciate durante lo stalinismo da qualcuno, forse lo stesso იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი, che ha fatto di tutto per dare l'impressione di essersi messo a giocare al geografo dopo una nottata passata ad alzare il gomito. Stati "nazionali" mai esistiti prima di allora si sono dunque trovati ad amministrare territori abitati da popolazioni commiste, mantenute al loro posto dalla polizia politica, dalla prospettiva della deportazione e da qualche offa come la carriera militare.
La "libertà" d'ufficio seguita al collasso dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha lasciato dappertutto al loro posto i vecchi apparati di potere, che in qualche caso hanno scricchiolato soltanto grazie alla rovinosa intromissione amriki ed alle ingerenze statunitensi travestite da rivoluzioni. Nel 2005 una "rivoluzione dei tulipani" portò alla presidenza Kurmanbek Salievič Bakiev, in mezzo al tripudio di prammatica dei mass media "occidentali", in blocco penzolanti dalle labbra dei manutengoli, dei lobbysti, dei buoni a nulla, degli incompetenti viziati, dei maneggioni e della spazzatura con la cravatta cui la presidenza amriki dava in blocco il curioso nome di "consiglieri politici".
Nel 2010, finita nel tubo di scarico una "era Bush" contrassegnata da politiche semplicemente forsennate e da una sostanziale serie di fiaschi militari (l'Afghanistan occupato dal 2001 e in preda alla guerriglia, l'Iraq aggredito nel 2003 segnato da una quotidianità sanguinosa e tenuto solo profondendo risorse a piene mani), sono finite nel tubo di scarico anche le "rivoluzioni colorate", con protagonisti e comprimari lasciati più che altro al loro destino. Il Kirghizistan di oggi è un paese in cui è ancora forte la presenza russa ed in cui la popolazione vive in buona percentuale di pastorizia e soprattutto di allevamento di cavalli, con un nomadismo per lo meno stagionale perché in molti lasciano i centri abitati in estate per seguire le mandrie in alta quota, vivendo nelle yurte. Le montagne altissime che costituiscono la quasi totalità del territorio sono inframezzate da valli profonde, irrigate con cura e destinate all'agricoltura intensiva.
Proprio la presenza e gli interessi russi possono aver rappresentato un fattore che Bakiev ha ignorato, facendone immediatamente le spese, nella costruzione di un potere personalistico e clientelare perfettamente in linea con quello del suo predecessore e caratterizzato da una disuguaglianza sociale in crescita, al pari dei prezzi al dettaglio. Unica differenza, che rappresentava poi l'obiettivo primario delle "rivoluzioni colorate", l'orientamento favorevole agli amriki in politica estera, tradotto nell'ospitalità concessa ai loro militari nell'aeroporto Manas di Bishkek.
Rieletto alla fine della seconda presidenza Bush secondo metodi e percentuali che fanno gridare allo scandalo ogni volta che vengono messi in pratica da chiunque non sia perfettamente in linea con gli interessi amriki ma che in questo caso -ovviamente- nessuno ha pensato di contestare, Bakiev è stato cacciato dal paese da una sommossa popolare che prima ha costretto all'esilio lui e poi, dopo essere sfociata in sanguinose rese dei conti a carattere interetnico, tutta la minoranza uzbeka del paese, costituita da centinaia di migliaia di persone che si sono accalcate alle frontiere e sono entrate in Uzbekistan creando in poche ore un'emergenza umanitaria.

La città di Osh vista dall'altura detta Trono di Salomone, estate 2008.

La presidenza ad interim è riuscita a sedare gli scontri soltanto richiamando alle armi tutti gli uomini validi; al 18 giugno 2010 il conto assomma, solo per la zona meridionale di Osh, ad oltre centonovanta vittime secondo stime per difetto.
Che non tutti i morti siano uguali, specie per le gazzette, costituisce un dato di fatto.
La situazione in Kirghizistan è relegata alle pagine interne, ai secondi piani, ai trafiletti, alla pagina del folklore; pare impossibile ma nessun avanzo di redazione ha ancora trovato qualche foto di Miss Bishkek senza vestiti da mettere in prima pagina.
Scarseggiano in particolare le foto di manifestanti avvenenti, nonostante abbiamo avuto modo di constatare di persona che le belle ragazze non mancano neppure sul Tien Shan; meno che mai si hanno filmati e racconti strazianti di agonie in mezzo di strada a mezzo di proiettili dal vagabondaggio più o meno intelligente.
Il messaggio non potrebbe essere più preciso. Non essendo in discussione almeno nell'immediato alcun obiettivo economico o geostrategico -il governo ha assicurato che gli interessi amriki non saranno toccati in alcun modo, in particolare la presenza all'aeroporto Manas- ed essendo la popolazione "libera" di sperperare risorse in tutti i beni di lusso che crede senza che lo hijab ne ostacoli l'ostentazione, il popolo kirghiso tulipanescamente redento può farsi ammazzare in santa pace lontano dalle cronache.

 

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