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Successful business in Islamic Republic of Iran PDF Stampa E-mail
Martedì 19 Ottobre 2010 11:47
Ottobre 2010. Da molto tempo sono sparite dai media e dalla divulgazione in genere le cosiddette "classifiche dei paesi più industrializzati", spaginate da anni ed anni dalla globalizzazione trionfante. Un loro riapparire sotto qualunque forma certificherebbe il declino in apparenza inarrestabile dello stato che occupa la penisola italiana.

La metro di Tehran. (Fonte: Skyscrapercity)

La Repubblica Islamica dell'Iran, a trent'anni dalla rivoluzione ed a venti dalla fine della guerra imposta ha da tempo smentito la sconsolata considerazione che Mossadeq ebbe a fare alla Majilis, secondo la quale gli iraniani da soli -ovvero senza la presenza colonialista- non erano in grado di mandare avanti neppure un cementificio.
L'economia iraniana, pur legata a doppio filo al mercato petrolifero, sta conoscendo serissimi tentativi di diversificazione e di sviluppo; le energie alternative non sono solo il nucleare ma anche l'eolico (gli impianti sono visibili, per esempio, sulla strada che porta da Qazvin a Rasht), la ricerca non è solo reverse engineering per tenere in piedi la decrepita flotta aerea militare ma anche farmaci anticancro, l'industria leggera produce molti beni per il mercato interno, dagli arredi a grocery di livello apprezzabile, fino ad autoveicoli esportati in molti paesi asiatici e non. A questa diversificazione palpabile ed evidente, il circuito mediatico locale dà quotidiano risalto, pubblicizzando anche la rete di relazioni internazionali che fanno della Repubblica Islamica dell'Iran un paese estremamente diverso da quello raffigurato in permanenza da gazzettine e televisioncine "occidentali", che trascorrono ad elencare liste di impiccati e di impiccandi tutto il tempo e tutto lo spazio che non trascorrono a rimpiangere lo Shah. E' probabile che le suddite "occidentali" abbiano seri problemi ad interiorizzare il fatto che il mondo è un po' più vario di quanto sembri, e che se la realtà quotidiana in "Occidente" è ricca di esempi in cui un utilizzo disinvolto delle proprie mucose porta a rivestire cariche politiche di primo piano (con i risultati che conosciamo), esistono anche realtà meno sovvertite in cui la stessa intraprendenza porta invece all'isolamento sociale se non peggio. Un "Occidente" in cui si dà per scontato che emancipazione femminile -o, peggio, la dignità delle donne- e consumi irresponsabili siano la stessa cosa non può che considerare per lo meno astrusa la realtà di un paese in cui è la costituzione stessa a sottolineare esplicitamente che la competenza e la rettitudine sono principi irrinunciabili per chiunque intenda rivestire cariche pubbliche. E la Repubblica Islamica dell'Iran, come si può constatare dalla fitta serie di impegni e di incontri internazionali enumerati nei comunicati stampa della presidenza, non è affatto il paese isolato e disprezzato che i mass media "occidentali" sono tenuti a presentare.
In "occidente" il rapporto tra agenda politica e realtà è labile, inconsistente, distorto. Labile, inconsistente e distorto è anche il rapporto che esiste tra la stessa realtà e la rappresentazione mediatica gradita agli interessi, lobbystici ed asserviti, che finiscono per costituire l'essenza stessa di un'azione politica autoreferenziale fino alla cecità. Nata da una rivoluzione che ha cacciato i colonialisti, sopravvissuta ad una guerra combattuta contro mezzo mondo mentre l'altra metà stava a guardare, la Repubblica Islamica è colpevole di ostinarsi ad esistere ed ipso facto destinataria di un bias mediatico e politico sistematicamente testo a farne la più impresentabile ed infrequentabile compagine statale esistente.
La politica di molti stati "occidentali" punta da trent'anni a fare terra bruciata attorno all'Iran, tra incoerenze e storture di ogni genere.
Lo stato che occupa la penisola italiana si è ovviamente allineato ai voleri del padrone vero, tra dichiarazioni farneticanti ed impegni solenni. Ora, mentre la Repubblica Islamica dell'Iran impiegava trent'anni a migliorare, diversificare e rendere competitiva la propria economia, una penisola dell'Europa meridionale nota per i maccaruna c'a'pummarola e per i cantanti d'opera li impiegava in modo diametralmente opposto. Particellizzati in microimprese vastissimi settori della produzione, guardata con aperto sospetto -se non dileggio- qualunque attività produttiva, i sudditi che bivaccano nella penisola italiana alle prese con un potere d'acquisto che si riduce ogni giorno considerano spesso come il massimo della dignità quelle attività parassitiche e dai nomi in lingua inglese che hanno sostituito un'industria smantellata quasi per intero. In queste condizioni, la più elementare logica imporrebbe di non disdegnare i pochi mercati ancora disposti ad assorbire qualcosa di proveniente dai sempre più ristretti settori in cui le industrie peninsulari possano ancora presentarsi con un minimo di dignità. Ovviamente, e per la su citata cecità, le politiche in questo senso vanno in direzione contraria, come vedremo.
Tehran ha almeno tredici milioni di abitanti e definirla caotica e inquinata è semplicemente riduttivo. La mobilità urbana è resa sopportabile dalle quattro lunghe linee esistenti di una rete metropolitana curatissima ed ancora in espansione. Sono in costruzione due nuove linee, ed altre due sono in programma, così come è in atto l'ammodernamento del materiale rotabile di quelle esistenti. Il veto politico ha messo fuori dai giochi le imprese peninsulari in grado di dire la loro in questo settore, lasciando giustamente il campo agli equivalenti della Repubblica Popolare Cinese. Nulla di strano: è l'epilogo ordinario di vicende che contemplano gli interessi di organizzazioni meno propense ad atteggiamenti servili e a reazioni scomposte e che godono dell'attenzione di politici propensi all'azione concreta. All'azione concreta, non all'autolesionismo ciarliero tipico di chi si aspetta che qualcun altro gli spiani la strada con qualche "esportazione di democrazia" velleitaria e cialtrona.

 

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