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La condizione dei cristiani nella Repubblica Islamica dell'Iran PDF Stampa E-mail
Mercoledì 12 Gennaio 2011 12:48
Nel dicembre 2010 si verifica una serie di "attentati contro i cristiani", il più sanguinoso dei quali fa più di venti vittime davanti ad una chiesa copta di Alessandria d'Egitto. La Repubblica Araba d'Egitto, guidata dalla stessa leadership da trent'anni in qua, rappresenta uno dei più fedeli custodi dei "valori occidentali" nell'area, per cui nessuno si sogna di incolparne le istituzioni, e men che meno il governo in carica.

Traduzione di un articolo comparso su Les Indigènes de la république. Conferma in pieno la nostra esperienza circa le condizioni della presenza cristiana nella Repubblica Islamica dell'Iran.

In un articolo intitolato "SOS cristiani" e pubblicato su Le Point e La Libre Belgique, il filosofo francese Bernard-Henri Lévy accusa l'Iran di essere un in cui "agli ultimi cattolici rimasti, nonostante le smentite dal regime (...) è sostanzialmente vietata la pratica del culto".
In primo luogo è chiaro che l'intento del signor Levy, che fa riferimento ai recenti attacchi che hanno preso di mira i cristiani in Medio Oriente, è quello di screditare l'Islam; in secondo luogo è altrettanto chiaro che tutte le sue "informazioni" riguardo l'Iran sono completamente errate, dal momento che le comunità cristiane in questo paese godono di una completa libertà di culto, come abbiamo potuto constatare durante la nostra presenza in Iran lo scorso luglio. Coloro che diffondono "informazioni" contrarie o non conoscono la realtà delle cose e non sanno di cosa stanno parlando, oppure stanno deliberatamente disinformando l'opinione pubblica diffondendo bugie senza ritegno. In entrambi i casi, essi partecipano a quella demonizzazione dell'Iran ben nota nel contesto internazionale, che è il leitmotiv del momento e che è il risaputo frutto di manipolazioni ai limiti dell'azione propagandistica.

"Guardatevi dai falsi profeti, che si travestono da ribelli partecipi per convincerci ad accettare il mondo così com'è".

Nel corso di vari anni e più che mai negli ultimi mesi, le aggressioni contro le comunità cristiane sono aumentate in molti paesi del mondo arabo-musulmano, e alcuni non esitano a parlare di una vera e propria persecuzione organizzata. Certo, diversi attacchi hanno colpito i cristiani del Maghreb. Tuttavia, si è sempre trattato di atti isolati perpetrati da fazioni fondamentaliste radicali, senza che i governi degli Stati interessati fossero stati a loro volta coinvolti; al contrario, essi hanno aumentato le risorse per lotta contro il terrorismo islamista, che ha minacciato sia la loro sovranità chee lo stesso Stato di diritto.
Le cose vanno in modo del tutto diverso nel Vicino e nel Medio Oriente, in particolare in Egitto, in Arabia Saudita ed in Iraq; eppure tutti e tre sono paesi dichiaratamente alleati dell'Occidente, ed i loro governi tutelano più gli interessi di quest'ultimo che i propri.
In Egitto il governo di Hosni Mubarak, per mantenersi al potere, dal 1981 ha fatto numerose concessioni ai gruppi fondamentalisti, in particolare nel corso dell'ultimo decennio. La società si è trasformata; l'alcool, per esempio, non è più liberamente in vendita ed il velo è divenuto di uso generale. In questo contesto le comunità cristiane, tra cui quella copta, sono diventate il bersaglio di numerosi abusi, senza ricevere quella protezione che dallo Stato hanno diritto di aspettarsi.
In Arabia Saudita, che è uno stato islamico intransigente, nessuna pratica religiosa è consentita con la sola eccezione dell'Islam. Il culto cristiano è severamente proibito (non esiste alcuna chiesa), importare nel paese testi cristiani od oggetti per il culto, così come la detenzione di vino, sono severamente puniti ed un esplicito divieto impedisce a qualunque cristiano di avvicinarsi ai luoghi santi della Mecca e di Medina.
Infine in Iraq, dopo la caduta del governo di Saddam Hussein, baathista laico che aveva mantenuto lo status quo tra le diverse confessioni e garantiva la libertà di culto, attacchi su larga scala hanno provocato la morte di molti cristiani, senza che sia stato possibile identificarne con precisione i responsabili, né definirne con chiarezza gli obiettivi. Poco tempo fa una cinquantina di cristiani siriaci cattolici sono stati massacrati nella loro cattedrale, a Baghdad.
Tra i paesi musulmani, l'Iran costituisce se mai un'eccezione.
Anche se è una repubblica islamica, l'Iran non persegue alcuna politica ostile contro i cristiani e vi si possono trovarre comunità cristiane anche numerose: poco più di 250 mila cristiani, per la maggior parte Armeni cattolici vivono in condizioni di sicurezza e praticano apertamente la loro religione, all'unica condizione di non fare proselitismo. Questo è quello che abbiamo potuto constatare, qualche mese fa, tramite i contatti che abbiamo acquisito percorrendo l'Iran per parecchie settimane.
Con l'occasione abbiamo potuto visitare diverse comunità cristiane, partecipare a cerimonie religiose ed incontrare molti cristiani in varie località del paese che vivono senza subire alcun tipo di molestie, da cittadini a pieno titolo. I sacerdoti girano per strada con il colletto rigido e le chiese somigliano alle nostre, sormontate da grandi croci visibili a tutti.
A Tehran, con nostra sorpresa, abbiamo anche visto una ricostruzione della grotta di Lourdes.
A Isfahan, la terza città più grande dell'Iran, la comunità armena cattolica ha non meno di dodici chiese che si affacciano sulla strada, la più antica delle quali è la cattedrale di Vank, del XVI secolo. La cattedrale è affiancata da un grande museo dedicato alla comunità armena, in cui la memoria religiosa occupa un posto significativo.
La viticoltura e la produzione di vino sono entrambe permesse ai cristiani: non solo per il culto, ma anche per il loro consumo quotidiano.
Ancora più importante, la Costituzione iraniana garantisce ai cristiani un numero minimo di seggi che garantiscano sistematicamente la loro rappresentanza nel Parlamento iraniano, perché la loro dispersione nelle circoscrizioni elettorali non permetterebbe loro di ottenere neppure un deputato.
L'Iran sciita rispetta alla lettera le prescrizioni del Corano, che richiede ad ogni musulmano di proteggere i "Popoli del Libro", cristiani ed ebrei. Questi ultimi, che sono circa venticinquemila, godono in Iran degli stessi diritti dei cristiani.
In breve per quanto riguarda la libertà di culto e la tutela delle minoranze religiose in Medio Oriente la terra degli ayatollah, per quanto regolarmente denigrata, potrebbe dare lezione a molti grandi alleati dell'Occidente.

Pierre Piccinin, professore di Storia e Scienze Politiche.

Sito web: http://pierre.piccinin-publications.over-blog.com


 

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