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La Repubblica Islamica dell'Iran, il "contagio egiziano" e le visite di Stato PDF Stampa E-mail
Martedì 15 Febbraio 2011 06:58
All'inizio del 2011 insistenti e nutrite manifestazioni di piazza, che nel caso della Libia sfociano in aperta guerra civile, mettono in crisi il sistema di potere in molti paesi arabi. A dover fare un passo indietro -ed in qualche caso a correre letteralmente a nascondersi- sono governanti fino a ieri oltremodo cari all'"occidentalismo" politicante e gazzettiero. Che vista la mala parata non può che auspicare che lo stesso succeda anche nella Repubblica Islamica dell'Iran...


Per fortuna ci sono stati scontri di piazza a Tehran il 14 febbraio: questo ha evitato al gazzettaio di soffermarsi sulla situazione in Egitto, serenamente in marcia verso qualcosa di molto simile ad una dittatura militare, e sull'impasse tunisina.
I gazzettinisti di osservanza "occidentalista" hanno postulato il "contagio egiziano" sulla Repubblica Islamica dell'Iran: un'asserzione di ordinaria incompetenza, compiuta dalla stessa marmaglia che non ha ancora spiegato al proprio pubblico dove siano finite le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e che dà incessante credito a chi si intenderebbe dare lezioni di democrazia a chi non ne ha alcun bisogno.
L'intromissione yankee negli affari interni della Repubblica Islamica dell'Iran è incessante, ed altrettanto incessantemente denunciata dal governo iraniano, macchiato da colpe gravissime come quella di ostinarsi a credere di avere ogni diritto di essere considerato come qualunque altro governo di qualunque altro stato sovrano. La sproporzione tra le macchine mediatiche alle dipendenze dei due contendenti è macroscopica, e su questa assoluta mancanza di equilibrio si basano le constatazioni che seguono.
In "Occidente" la tendenza ad alimentare il bias denigratorio contro la Repubblica Islamica dell'Iran in ogni circostanza e con ogni mezzo possibile non viene meno neppure davanti all'evidenza. Il governo egiziano si è trovato retrocesso a "regime" ed il suo presidente a "dittatore" a distanza di trent'anni dall'insediamento. Il governo tunisino ed il presidente della Repubblica di Tunisia dopo ventitré. E questo solo sotto la spinta di moti di piazza furibondi e di scontri in cui i morti sarebbero stati centinaia, senza che nessuno scovasse o scomodasse alcuna Neda da utilizzare contro gli apparati repressivi. Il Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran invece, dei cui poteri effettivi nessuno ha la minima idea -altrimenti rimarrebbero chiusi certi scolmatori di bocche- l'appellativo di dittatore l'ha ricevuto prima ancora dell'insediamento.
La prassi degli ultimi anni è quella di gabellare portali telematici dalle scoperte finalità commerciali come il Libro dei Ceffi o il Cinguettatore alla stregua di avanguardie della libertà di espressione, poco o punto curandosi dell'effetto che i contenuti diffusi tramite essi possono avere su una realtà concreta ostinatamente differente dalle descrizioni che se ne forniscono ai sudditi "occidentali".
All'utilizzo commerciale e pubblicitario delle tecnologie ed all'assoluta incompetenza in materia di equilibri, di rapporti di forza e di politica locale, la rovinosa intromissione "occidentale" associa anche l'abitudine di trattare la classe politica iraniana con sufficienza e degnazione. Dal recente passato non è stato appreso alcunché: l'"Occidente" è ancora convinto di avere soltanto da insegnare.
Nel 2009 la cosiddetta "onda verde" finì nella trappola mediatica che il mainstream della Repubblica Islamica poté approntare con poca fatica e ancora minore sforzo. Fu sufficiente presentare come empie le intenzioni di chi si era reso protagonista di scontri di piazza in occasione di Ashura. Pochi giorni dopo le grandi manifestazioni "verdi" ebbero in risposta le oceaniche manifestazioni filogovernative.
Il risultato dell'intromissione "occidentale" continua ad essere controproducente, e a rendere disperate le condizioni in cui il dissenso politico si trova confinato: al tempo delle contestazioni post-elettorali del 2009 avanzammo l'ipotesi che il minimo che si possa pensare di chi diffonde con il Cinguettatore o con il Libro dei Ceffi affermazioni demenziali come quella secondo cui la Repubblica Islamica sarebbe stata sul punto di "perdere il controllo dell'esercito" è che un simile utilizzo degli strumenti telematici non soltanto non sia amico di nessuno, ma contribuisca a spargere sangue a solo beneficio dell'autoreferenzialità "occidentale".
Nella politica iraniana il complottismo ha una parte considerevole e legittimata proprio dalle scoperte interferenze colonialiste ed "occidentali" che si sono succedute da Mossadeq in poi: in questo contesto non esiste moto di piazza che non possa essere attribuito, a ragione o a torto, ai nemici esterni della Repubblica Islamica e che non dia la scusa ai sostenitori governativi per minacciare una definitiva chiusura dei conti con i principali referenti dell'opposizione.
I Mujaheddin del Popolo rappresentano in questo senso la peggior bestia nera per il governo iraniano, quella che è lecito incolpare di tutto e del contrario di tutto. Dall'altro lato è interessante notare quanto credito il gazzettame "occidentalista" fornisca ad organizzazioni del genere, dopo avere validamente ed efficacemente contribuito ad instaurare in "Occidente" in generale e nella penisola italiana in particolare un clima sociale in cui è sufficiente parlar male ad alta voce di qualche società di pallone per vedersela con la polizia politica.
Altrettanto, e forse più spregevoli ancora, sono le raccomandazioni che la politica "occidentalista" fa piovere non richieste sulla Repubblica Islamica in materia di "rispetto della libertà di manifestare": incendiare cassonetti a Tehran si chiama "libertà di manifestare", incendiare cassonetti a Londra si chiama "terrorismo".
Sul mainstream "occidentale" gli scontri di piazza del 14 febbraio hanno permesso di togliere dall'agenda setting notizie di importanza sostanziale ben maggiore. Abdallah Gul, Presidente della Repubblica di Turchia, si trovava nelle stesse ore in visita ufficiale a Tehran. La Repubblica di Turchia è un paese che ha legami geopolitici, miti fondanti e storia contemporanea diametralmente opposti a quelli della Repubblica Islamica dell'Iran. Se ne deve concludere che la Repubblica Islamica è molto meno isolata di quanto non sarebbe desiderabile, se le massime autorità di un tradizionale alleato dell'"Occidente" vi vengono ricevute con tutti gli onori.
I comunicati stampa della presidenza iraniana dimostrano ogni giorno che esistono individui eletti ai vertici di macchine statali di tutta rilevanza capaci di fare notizia per motivi diversi dalla frequentazione di attrici e prostitute.
Al momento non è verosimile sostenere, come il portavoce del Ministero degli Esteri Mehmanparast, che i cambiamenti in atto nella situazione politica mediorientale hanno inflitto un colpo "agli interessi delle potenze dominatrici e ai sostenitori del regime sionista": sul fatto che almeno a livello mediatico si stia facendo di tutto per imbastire "diversivi atti a sminuirne la portata", però, si possono avere pochi dubbi.

Colloqui privati - I legami tra Iran e Turchia contribuiscono validamente al mantenimento della pace mondiale

Il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ed il suo corrispettivo turco, il Presidente Abdallah Gul, nel corso della giornata di lunedì hanno sottolineato il forte impatto che le relazioni tra i due paesi avranno per la pace mondiale e per la sicurezza. La constatazione è emersa durante i colloqui privati intrattenuti dai presidenti, in cui si è parlato anche degli ultimi sviluppi della situazione regionale ed internazionale.
Nel corso dei colloqui, durati quasi due ore, i due leader hanno fatto riferimento al ruolo chiave che sia l'Iran che la Turchia assumono, negli equilibri regionali ed internazionali.
Allo stesso tempo il presidente iraniano e quello turco hanno condiviso l'opinione secondo cui ogni potenziale esistente in entrambi i paesi dovrà essere utilizzato ai fini di un'ulteriore espansione della cooperazione bilaterale.
 

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