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Uno che si chiama Sarkozy, il Colonnello al-Qadhdhāfī, coscienze lerce e panni sporchi PDF Stampa E-mail
Venerdì 18 Marzo 2011 08:30
Nel marzo 2011 la ribellione delle regioni orientali della Libia, complice anche la pessima gestione della piazza da parte del governo e la presenza incrociata di ogni genere di interessi inconfessabili diventa guerra aperta. Tra i primi ad intromettersi, sollecitando una risoluzione dell'ONU che permettesse di aggredire legittimamente l'apparato militare governativo, il governo della Repubblica Francese nella persona di Nicholas Sarkozy.


In questa sede si è sempre avuto cura di collocare Nicholas Sarkozy nell'ottica che ci appare più appropriata, considerandolo un "occidentalista" tipico di un'epoca e di ambienti in cui la sovversione e la demenzialità generali sono arrivate al punto da mettere responsabilità nucleari in mano ad un tizio che deve la propria fortuna e la propria fama all'accanimento contro i mustad'afin, gratificati in blocco con l'appellativo di racaille, ed alle mucose femminili frequentate.
In pratica, a decidere su questioni vitali in paesi autonominatisi "esportatori di democrazia" è normale che si trovino individui che gareggiano tra loro a chi può retribuire più prostitute per tutto il tempo che non passano a programmare ed esercitare la repressione del dissenso.

Un inciso. Mentre l'ONU approva una risoluzione che contempla una no-fly zone sulla Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista e mezzo "Occidente" si appresta ad affilare le armi contro il servo che ha alzato troppo la cresta, lo stato che occupa la penisola italiana riesce ovviamente ad essere mediocre anche nel campo delle dichiarazioni da grand guignol.
Italo Bocchino -un nome, un programma: i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana non potevano augurarsi rappresentante più degno- avrebbe sentenziato:
"Noi siamo [loro sono, anzi, loro sarebbero, N.d.R.] i dirimpettai e il primo partner economico della Libia: non ho capito perché debbano intervenire Francia e Inghilterra e diventare poi loro il primo partner".
Un vero accesso di sincerità che porta alla luce propositi consueti, consuetamente incommentabili. L'ennesima misura dell'abiezione con cui lo stato che occupa la penisola italiana guarda ai propri vicini, condita in questo caso con un auspicio improntato alla sicumera, cosa diversa ed opposta alla certezza, che in Libia tutto cambi affinché non cambi niente.

Fatto sta che il Presidente della Repubblica Francese è stato il primo promotore della no-fly zone, ed immediatamente dopo ha cominciato a premere per un attacco immediato con una tale precipitazione che perfino gli yankee, che è tutto dire, si sono trovati ridotti al ruolo non consueto di pompieri contro il bellicismo altrui.

Resta da spiegare il perché di tanto accanimento.
Nel 2007 -ovvero l'altro ieri- il Colonnello al-Qadhdhāfī fu ricevuto da Sarkozy con tutti gli onori, ivi compresa la massima attenzione per quella rappresentanza coreografica di cui i mass media "occidentali" hanno divulgato per anni, e con grandissima cura, ogni dettaglio. Ad un al-Qadhdhāfī indispensabile per la gestione dei lavori peggio che sporchi in pieno atto ai confini d'Europa e massmedialmente rivendibile come pochi altri, si poteva e si doveva permettere tutto.
In quel periodo, così come oggi, il gazzettaio conferiva a priori la patente di nemico giurato del quieto vivere non certo ad un al-Qadhdhāfī comperato già da anni alla causa "occidentalista", quanto ad un Ahmadinejad o ad un Nasrallah, noti per la morigeratezza e la discrezione del proprio tenore di vita e della propria immagine pubblica.
Con buona pace degli "occidentalisti", esistono ancora contesti in cui la demenzialità autodistruttiva dell'"Occidente" ha ancora un ruolo residuale: tra gli sciiti del Libano e della Repubblica Islamica dell'Iran la morigeratezza e la discrezione sono concetti che appartengono alla categoria delle virtù, non a quella dei difetti. Pare che l'elettorato attivo ne tenga, giustamente, conto.
Durante la visita ufficiale del 2007 stando al gazzettaio

sono arrivate le firme, per un totale stimato di 10 miliardi di euro: prima l’accordo di cooperazione nel settore dell’energia nucleare ad uso civile, che secondo quanto si legge in un comunicato dell’Eliseo apre la strada alla creazione «delle infrastrutture legislative, regolamentari e amministrative» per «la fornitura di uno o più reattori nucleari» destinati ad alimentare degli impianti per la desalinizzazione e per il «sostegno alle attività di prospezione e sfruttamento dei giacimenti di uranio».
La reazione che avrebbero un Sarkozy e tutti i frequentatori di mucose femminili di fascia alta suoi pari grado se qualcuno fornisse sostegno alla ricerca nucleare perseguita dalla Repubblica Islamica dell'Iran è più facile da immaginare che da descrivere.
Ma nel 2007 c'era la fila per offrire ben altro all'acquisito al-Qadhdhāfī. Dopo la fine della guerra fredda l'industria degli armamenti ha affrontato grossi mutamenti di mercato: lo sviluppo di un caccia come il Gripen, praticamente acquistato solo dalla Svezia e con pochissime prospettive per gli altri mercati, si è rivelato per la Saab un'operazione devastante. E la Dassault, che sviluppò in proprio il Rafale, è messa poco meglio perché è uscita con le pive nel sacco da almeno una mezza dozzina di competizioni per la fornitura di armamenti analoghi. Per fortuna al-Qadhdhāfī si interessava proprio ai caccia francesi, ed anche a qualche cosa di più. Secondo la stessa gazzettina su citata, fu stilato
un memorandum di cooperazione in base al quale la Libia si impegna «a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di equipaggiamento» militare: Tripoli avrebbe intenzione di acquistare 14 caccia «Rafale» e 35 elicotteri da combattimento di fabbricazione francese, così come ulteriore equipaggiamento per un valore totale di 5,4 miliardi di euro; e infine, l’acquisto di 21 aerei di linea della Airbus, con la Lybian Airlines che ha ordinato quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, mentre sei A-350 andranno alla Afriqiyah: un prezzo di listino che si aggira sui 3,2 miliardi di dollari.

Insomma, resta proprio da spiegare il perché di tanto accanimento...
 

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