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George Friedman - La Libia, l'Occidente e la narrazione della democrazia PDF Stampa E-mail
Giovedì 24 Marzo 2011 08:55
Marzo 2011. La guerra civile in Libia. Tutto l'"Occidente" si mette contro il "rais" blandito fino al giorno prima.


Libia, marzo 2011. Hijab e mitra per le donne nella guerra civile.
Traduzione da StratFor.

Le forze armate statunitensi e quelle di alcuni paesi europei sono intervenute in libia. Con l'autorizzazione dell'ONU hanno imposto in Libia una no fly zone, il che significa che abbatteranno ogni aereo libico che tenti di volare nei cieli del paese. Inoltre hanno portato a termine degli attacchi contro aerei al suolo, contro piste di atterraggio, sistemi di difesa aerea e sistemi di comando, controllo e comunicazione del governo libico; gli aerei francesi e statunitensi hanno copito blindati e forze terrestri libiche. Si parla anche di operazioni condotte nell'est del paese, laddove l'opposizione al governo ha il suo centro con particolare riferimento alla città di Bengasi, da parte di forze speciali europee ed egiziane. In effetti l'intervento armato di quest'alleanza è stato condotto conto il governo di Muhammar Gheddafi e, indirettamente, dalla parte dei suoi oppositori nell'est del paese.
Le intenzioni dell'alleanza non sono del tutto chiare, né è chiaro se gli alleati abbiano tutti gli stessi propositi. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU autorizza chiaramente l'imposizione di una no fly zone, ed autorizza ipso facto gli attacchi contro le piste di atterraggio ed i bersagli che abbiano attinenza con esse. Nel senso più ampio, essa definisce scopo dell'intervento la protezione dei civili. In questo senso non proibisce esplicitamente la presenza di forze di terra, anche se vi si afferma che non sarà permessa la presenza di alcuna "forza di occupazione straniera" sul suolo libico. Si può pensare che l'intenzione sia quella di permettere l'intervento di forze straniere in Libia, ma non la loro permanenza sul suolo libico ad intervento concluso. Come questo possa tradursi in pratica non è affatto chiaro.
Fuori da ogni dubbio l'intervento militare è stato concepito per proteggere i nemici di Gheddafi dalle sue forze armate. Gheddafi ha minacciato di attaccare "senza pietà" ed ha cominciato a preparare un massiccio attacco contro l'est del paese che i ribelli si sono dimostrati incapaci di arginare. Prima dell'intervento occidentale le avanguardie delle forze di Gheddafi erano alle soglie di Bengasi. La protezione dei ribelli dell'est contro la vendetta di Gheddafi, insieme agli attacchi sferrati contro le strutture controllate da lui fa logicamente concludere che l'alleanza vuole un regime change, ossia vuole rimpiazzare il governo di Gheddafi con uno guidato dai ribelli.
QUesto però ricorderebbe tropo da vicino l'invasione dell'Iraq condotta contro Saddam Hussein, e le Nazioni Unite e l'alleanza non si sono spinte fino a questo punto nella loro retorica, nonostante le loro azioni siano ispirate proprio da questa logica. L'obiettivo dell'intervento risulta piuttosto quello di far sì che Gheddafi smetta di minacciare di sterminio i suoi nemici, e di sostenere questi ultimi in qualche modo, lasciando però nelle mani dell'alleanza orientale la responsabilità degli esiti finali del conflitto. In altre parole -e per arrivare ad una spiegazione compiuta di parole ne servono molte- vogliono intervenire per proteggere i nemici di Gheddafi, sono pronti a sostenerli (anche se non è chiaro fino a che punto vogliano spingersi in questo loro sostegno) ma non vogliono essere responsabili del risultato della guerra civile.

Il contesto regionale

Per capire questa logica è essenziale partire dai recenti avvenimenti in nord Africa e nel mondo arabo e dal modo in cui i governi occidentali li hanno interpretati. Iniziate in Tunisia e diffusesi in Egitto e nella Penisola Arabica, rivolte di ampia diffusione sono nate negli ultimi due mesi nel mondo arabo. Su questi moti sono state affermate tre cose. La prima è che essi rappresentassero un'opposizione ai governi in carica dotata di un'ampia base popolare piuttosto che l'espressione dello scontento di minoranze prive di legami tra loro, ovvero che si trattasse di rivoluzioni popolari. La seconda, che queste rivoluzioni avessero come obiettivo comune l'instaurazione di una società democratica. Terza, che la desiderata società democratica avesse gli stessi caratteri della democrazia euroamericana: che si basasse cioè su un sistema costituzionale che sostenesse i valori democratici occidentali.
Ogni paese in cui sono avvenute le sollevazioni è molto diverso dall'altro. Per esempio, in Egitto i mass media si sono concentrati sui manifestanti in piazza ma hanno tenuto pochissimo conto della grande maggioranza del paese che non ha manifestato. A differenza del 1979 in Iran, i negozianti ed i lavoratori non hanno manifestato in massa. Se abbiano o meno sostenuto i dimostranti di piazza Tahrir si può solo ipotizzarlo. Possono averlo fatto, ma quelli in piazza Tahrir rappresentano soltanto un piccolo settore della società egiziana e se anche è chiaro che manifestavano per la democrazia, è molto meno chiaro se la democrazia cui pensano sia una democrazia liberale. Va ricordato che la Rivoluzione Iraniana ha instaurato una Repubblica Islamica che è assai più democratica di quanto ai suoi detrattori piacerebbe ammettere, ma che è anche radicalmente illiberale ed oppressiva. Nel caso dell'Egitto, è chiaro che Mubarak era generalmente detestato come personaggio ma non è altrettanto chiaro se questa repulsione si estende anche alla forma di governo in se stessa. E dai risultati non è chiaro neppure cosa potrà succedere. L'Egitto può rimanere nelle condizioni in cui si trova oggi, può diventare una democrazia illiberale, od anche una democrazia liberale.
Si pensi anche al Bahrain. Non c'è dubbio sul fatto che la maggioranza della popolazione sia sciita ed il risentimento nei confronti dei sunniti al governo è evidente. Se ne può concludere che i manifestanti sciiti abbiano intenzione di far crescere in modo esponenziale l'importanza degli sciiti in campo politico, e le elezioni potrebbero servire allo scopo. Se essi desiderino anche instaurare una democrazia liberale pienamente allineata a quanto predicano le Nazioni Unite in materia di diritti umani, è una cosa meno chiara.
L'Egitto è un paese complesso, ed anche l'affermazione più semplice in merito a quanto vi sta succedendo rischia di rivelarsi errata. Il Bahrain in un certo senso presenta meno complicazioni, ma il rischio che si corre è lo stesso. In tutti i casi, l'idea che l'opposizione al governo in carica significhi sostegno per la democrazia liberale è una grossa forzatura, ed il problema è che nulla garantisce che quello che i dimostranti dicono sotto gli occhi delle telecamere sia quello che veramente vogliono. Che i manifestanti per le strade rappresentino puramente e semplicemente una volontà popolare universalmente condivisa, è questione ancora più difficile.
In ogni caso si è formata una narrazione in merito a quanto sta succedendo nel mondo arabo; una narrazione che serve per inquadrare ogni concetto che ci si possa fare sulla questione. Secondo questa narrazione tutta la zona sta venendo percorsa da rivoluzioni democratiche (nel senso occidentale del termine) che si levano contro regimi oppressivi. L'Occidente dovrebbe sostenere con un certo tatto queste insurrezioni. Il che significa che non deve appoggiarle apertamente ma al tempo stesso deve impedire che i regimi repressivi le soffochino.
Si tratta di una manovra complessa perché secondo questa teoria il sostegno occidentale ai ribelli si trasformerebbe in una nuova fase dell'imperialismo occidentale, mentre un mancato appoggio alle ribellioni si tradurrebbe in un tradimento dei principi morali fondamentali dello stesso Occidente. Anche lasciando da parte la questione se questa narrativa sia corretta o meno, riconciliare questi due punti non è facile, ma è quello che maggiormente coinvolge gli europei e la loro preferenza ideologica per i "poteri morbidi".
L'Occidente ha preso a camminare in bilico tra questi due principi in contraddizione tra loro; e in Libia si è verificata la caduta. Secondo la narrativa su esposta, quella libica avrebbe rappresentato un'altra delle insurrezioni democratiche della stessa serie, in questo caso però repressa con una brutalità che ha trasceso i limiti tollerabili. La repressione in Bahrein è apparentemente rimasta nei limiti, l'Egitto ha rappresentato un successo rivoluzionario, mentre la Libia costituisce un caso in cui il mondo non poteva rimanersene da parte mentre Gheddafi stroncava un'insurrezione democratica. Il fatto che il mondo sia rimasto da parte per più di quarant'anni mentre Gheddafi angariava sia il proprio popolo che gli altri, non viene preso in considerazione. Dalla narrativa corrente viene fuori che la Libia non è più una tirannia isolata, ma uno dei teatri di questa insurrezione diffusa, quello in cui l'integrità morale dell'Occidente è stata messa più a dura prova. E che adesso è diventata diversa da com'era prima.
Come nel caso degli altri paesi, anche in questo esistono enormi differenze tra la narrativa corrente e ciò che è davvero successo. Certamente, il fatto che vi siano stati disordini in Tunisia ed in Egitto ha sicuramente fatto pensare agli oppositori di Gheddafi di poter avere delle opportunità di successo, e la facilità apparente delle insurrezioni tunisina ed egiziana li ha autorizzati, in qualche misura, a potervi contare. Ma sarebbe un errore enorme considerare quanto successo in Libia alla stregua di un'insurrezione di massa, liberale e democratica. La narrativa corrente ha dovuto essere sottoposta a distorsioni per poter funzionare, in moltissimi paesi, ma nel caso libico essa cede completamente.

L'insurrezione libica

Come siamo andati spiegando, l'insurrezione libica è fatta da un aggregato di gruppi tribali e di singole personalità, alcune delle quali interne al governo libico, altre provenienti dall'esercito e molte altre con una lunga storia di opposizione al regime, accomunate dal fatto di aver intravisto in questo particolare momento un'opportunità di azione. Nonostante molti nella parte occidentale del paese, e particolarmente nelle città di Zawiya e di Misurata, si identifichino con l'opposizione, non è qui che si trova il cuore dell'opposizione storica a Tripoli, che si situa invece nell'est. In quella regione, conosciuta come Cirenaica prima dell'indipendenza, si trova il cuore del movimento di opposizione. Forse unite soltanto dalla loro opposizione a Gheddafi, queste persone non condividono un'ideologia in comune e sicuramente non tutte perorano la causa di una democrazia in stile occidentale. Hanno invece visto l'opportunità di pesare di pià negli equilibri di potere, ed hanno cercato di coglierla.
Secondo la narrativa corrente Gheddafi avrebbe dovuto essere velocemente sopraffatto, ma questo non è successo. In realtà ha ottenuto un sostegno fondamentale da alcuni gruppi tribali e dall'esercito. Tutta gente che ha molto da perdere se venisse rovesciato. Per questo si sono dimostrati molto più forti, come gruppo, di quanto abbia fatto l'opposizione, anche se sono stati presi alla sprovvista dagli iniziali successi degli oppositori. Con grande sorpresa di tutti, Gheddafi non soltanto non ha abbandonato la lotta, ma ha contrattaccato e respinto i suoi nemici.
Il mondo non avrebbe dovuto sorprendersi tanto. Gheddafi non ha guidato il paese per gli scorsi quarantadue anni perchè era pazzo, o perché non aveva un sostegno popolare. Si è mostrato molto sollecito nel ricompensare gli amici e nel colpire e nell'indebolire i nemici, ed i suoi sostenitori erano concreti e motivati. Uno dei concetti che si trovano nella narrativa corrente è che un tiranno possa sopravvivere solo con la forza e che una qualunque insurrezione democratica sia in grado di sconfiggerlo alla svelta. In questo caso, invece, il tiranno aveva un sacco di sostenitori, l'opposizione non era un gran che quanto a democraticità ed era anche molto meno organizzata e capace di mostrare coesione; è stato Gheddafi a metterla all'angolo.
Mentre Gheddafi si avvicinava a Bengasi c'è stato un cambiamento nella narrativa, che prima parlava di trionfo delle masse democratiche e che ora aveva preso a parlare della necessità di proteggerle da Gheddafi, fino ad arrivare a chiedere con urgenza i raid aerei. Questa richiesta era moderata dalla riluttanza ad agire in modo decisivo con truppe di terra, attaccando con esse l'esercito libico e conferendo ai ribelli il potere politico: si devono evitare sbocchi imperialisti intanto che si fa il minimo per poteggere i ribelli intanto che li si arma per sconfiggere Gheddafi. Armati ed addestrati dall'Occidente, con il dominio dell'aria loro assicurato dalle forze aeree straniere: ecco la linea arbitraria che separa il nuovo governo dal diventare un fantoccio dell'Occidente. Sembra sempre che quella linea sia comunque già stata superata, ma d'altronde è così che vanno le cose.
Nei fatti l'Occidente sta adesso sostenendo gruppi tribali ed individui molto difformi e a volte reciprocamente ostili, tenuti insieme dall'ostilità verso Gheddafi e da poco altro. E' possibile che con l'andare del tempo riescano a coalizzarsi a costituire una forza combattente efficace, ma è dfficile pensare che riescano a sconfiggere presto le forze di Gheddafi, ed ancora di più che riescano a governare insieme la Libia. Tra di loro ci sono semplicemente troppe fratture. Queste divisioni sono uno dei motivi che hanno permesso a Gheddafi di rimanere al potere tanto a lungo ed è difficile immaginare in che modo l'Occidente potrà imporre loro un ordine senza prendersi in carico il loro governo diretto, soprattutto nel breve termine. Ricordano Hamid Karzai in Afghanistan, calato dagli americani, senza alcun credito nel paese e sostenuto da una coalizione irta di divisioni.

Altri fattori

Ci sono altri fattori coinvolti: certamente lo stato che occupa la penisola italiana ha interessi nel campo del petrolio libico, ed il Regno Unito stava cercando di accedervi. Ma come Gheddafi era ben disposto a vendere petrolio, così lo sarebbe ogni regime che avesse a succedergli; la guerra, dunque, non serve a garantire l'accesso al petrolio. Anche la politica della NATO ha avuto un ruolo in essa. I tedeschi hanno rifiutato di partecipare all'operazione, e questo ha portato le posizioni francesi vicine a quelle statunitensi e britanniche. Poi c'è la Lega Araba, che ha sostenuto la no fly zone (anche se ha riconsiderato la cosa quando è venuto fuori che instaurare una no fly zone significa in pratica bombardare) ed ha offerto la possibilità di cooperare con il mondo arabo. Sarebbe errato pensare che questi interessi passino avanti alla narrativa ideologica, alla sincera credenza che sia possibile trovare un compromesso tra intervento umanitario ed imperialismo, che sarebbe stato possibile intervenire in Libia nel campo umanitario senza interferire per questo negli affari interni del paese. Ha vuto un ruolo anche la credenza secondo la quale si può ricorrere alla guerra per salvare vite innocenti senza falciarne in misura maggiore nel corso della guerra stessa.
Il paragone con l'Iraq è ovvio. Entrambi i paesi in mano a dittatori spaventosi, entrambi soggetti a no fly zone, e la no fly zone che non fa desistere i dittatori. Secondo l'esperienza, la situazione porta ad un massiccio intervento armato: prima viene rovesciato il governo, poi le opposizioni danno vita ad una guerra civile attaccando al tempo stesso gli invasori. Altrimenti può succedere quello che è successo nella guerra in Kosovo, dove pochi mesi di bombardamenti hanno fatto sì che il governo cedesse la provincia. Ma in quel caso c'era in gioco una provincia soltanto. In questo caso, anche se l'attenzione si focalizza ostentatamente sull'est del paese, a Gheddafi verrebbe imposto di mollare tutto, e lo stesso verrebbe imposto ai suoi sostenitori. Una questione più difficile.
Mettere in piedi una guerra in nome degli interessi nazionali è necessario in poche occasioni. Mettere in piedi una guerra per motivi ideologici richiede una netta comprensione dell'ideologia ed un'anche più accurata conoscenza della realtà sul terreno. In questo caso le questioni ideologiche sono tutt'altro che cristalline, a metà strada come si trovano tra il cocnetto dell'autodeterminazione e l'obbligo all'intervento militare per proteggere la fazione preferita. La realtà sul terreno è anche meno chiara. La realtà concreta delle insurrezioni democratiche nel mondo arabo è molto più complicata di quanto la raffiguri la narrativa corrente, e l'applicazione di questa narrativa al contesto libico semplicemente non regge. I disordini sono un fatto concreto, ma ce ne sono di varie specie e quelli a sfondo democratico sono soltanto un tipo tra tanti.
In qualunque modo si intervenga in un paese, con qualunque intenzione, si interviene prendendo le parti di qualcuno. In questo caso gli Stati Uniti, la Francia e l'Inghilterra stanno intervenendo in favore di un insieme maldefinito di gruppi tribali e di fazioni ostili tra loro, che almeno fino a questo punto non sono riuscite a coalizzarsi in una forza militare di una qualche portata. L'intervento può anche avere successo: la questione è se come risultato si arriverà ad una nazione moralmente superiore. Si dice che nulla sarebbe peggio di Gheddafi, ma Gheddafi non ha governato per quarantadue anni perché era un dittatore che usava la forza contro gli innocenti, ma perché si rivolge ad una Libia concreta e potente.

 

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