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Lesbica a Damasco? vita grama e vessazioni. Ma anche no. PDF Stampa E-mail
Domenica 12 Giugno 2011 08:29
Nel 2011 la cosiddetta "primavera araba", specie di definizione gazzettiera equivalente a "rivoluzione colorata coi falafel e il couscous" arriva nella Repubblica Araba di Siria dove la repressione di un movimento armato si accompagna a quella delle manifestazioni di piazza e ad una serie di provvedimenti legislativi volti a migliorare la rappresentatività e la partecipazione politica. La "libera informazione" occidentale, preoccupata soltanto di denigrare il più possibile il governo di Assad, rende pressoché impossibile sapere qualcosa di obiettivo sulla situazione.
Poi ci si mette anche qualche blogger da strapazzo, di quelli che libertà e lingerie provocante sono sinonimi ad ogni latitudine. I risultati di un così costruttivo modo di intendere le cose sono qui rendicontati, affinché anche i nostri lettori possano essere edotti sulla spregevole pochezza con cui molti "occidentali" affrontano anche le questioni più importanti.



Chiunque abbia trascorso un periodo anche breve nella Repubblica di Turchia, nella Repubblica Araba di Siria o nella Repubblica Islamica dell'Iran, purché premunitosi con una dose infinitesima di cognizione di causa, può aver notato come i comportamenti affettuosi e complici tra individui dello stesso sesso siano una pratica piuttosto corrente. L'impressione che se ne ricava è che nelle agghiaccianti ed insistite denunce delle organizzazioni di difesa dei diritti degli omosessuali -o forse sarebbe meglio definirle lobby di difesa di produttori e consumatori di beni e servizi rivolti ad un determinato target- ci sia una certa componente di esagerazione.
In ogni caso i comunicati stampa e le altre produzioni massmediatiche più o meno riconducibili a questi ambienti hanno facile accesso al mainstream, con schiere intere di gazzettisti cui non pare vero di far giornata con pochissima o nessuna fatica.
Ci fanno anche bella e altruistica figura, a denunciare in "Occidente" le tristi storie dell'immancabile minoranza conculcata e oppressa. Chissà che qualche bombardamento preventivo non ne faciliti la redenzione.
Nel giugno del 2011 la Repubblica Araba di Siria è scossa da manifestazioni di piazza represse con eccezionale durezza. Anche nel caso siriano, nell'impossibilità di ridurre la cosiddetta "primavera araba" ad una qualche matrice comune e facilmente metabolizzabile da sudditi che in tutti i casi del genere sono chiamati a schierarsi con il bianco o con il nero secondo l'ordinario approccio "occidentalista" a qualunque campo dello scibile, i gazzettieri si sono limitati a blande denunce del "regime".
Con ben altra serietà William Dalrymple, che non fa il gazzettiere ma lo storico, così descriveva la situazione siriana alla metà degli anni Novanta:

Il periodo di incertezza per i Cristiani della Siria si concluse con il colpo di stato di Assad nel 1970. Assad era un alawita, membro di una minoranza musulmana considerata dai Sunniti ortodossi come eretica, e denominata in tono denigratorio Nusayri (o Piccoli Cristiani). Assad si è insediato al potere formando quella che in effetti era una coalizione delle molte minoranze religiose della Siria — Sciiti, Drusi, Yazidi, Cristiani e Alawiti — grazie alla quale fu in grado di controbilanciare il peso della maggioranza sunnita.[...] L’unico problema in tutto ciò, per quanto riguarda i Cristiani, è l’insinuarsi della consapevolezza che quasi sicuramente li aspetta un altro rovesciamento della sorte, forse molto più selvaggio, quando Assad morirà o quando il suo regime dovesse crollare. I Cristiani della Siria hanno osservato con preoccupazione i movimenti islamici che stanno acquistando forza in tutto il Medio Oriente, e i Cristiani più ricchi hanno investito tutto in due passaporti (o almeno così dicono le voci), giusto nel caso che la Siria diventi pericolosa in una qualche fase futura.
"Il fondamentalismo si sta rafforzando tra i Musulmani" disse un uomo d’affari armeno pessimista che incontrai mentre gironzolavo nei bazar di Aleppo. "Basta guardare le ragazze: ora indossano tutte lo hijab: solo cinque anni fa erano tutte scoperte. Dopo la morte di Assad, o le sue dimissioni, nessuno sa quello che accadrà. Finché la bottiglia è chiusa con un tappo saldo, va tutto bene. Ma il tappo finirà per esplodere: e allora nessuno sa cosa ci accadrà."

Per chiunque pensi che la società e la geopolitica seguano regole diverse dal gioco del pallone la "primavera araba" e le sue folle riunite nelle piazze sono dunque qualche cosa su cui riflettere con una certa attenzione. Il caso del gazzettaio è ovviamente differente: l'essenziale è utilizzare ogni dato per costruire contenuti rassicuranti e familiari per i sudditi e nulla è più rassicurante e familiare per i sudditi "occidentali" dei comportamenti di consumo.
Il risultato è che qualunque approccio gazzettiero alle realtà mediorientali finisce per mostrare il rimmel e lo smalto sulle unghie come indiscutibili patenti di democrazia certificata.
Il gazzettame "occidentale" si è così trovato nella situazione di dover faticare il meno possibile per "informare" sulla situazione siriana nel rispetto di tanto costruttive linee di pensiero. L'aiuto è arrivato via internet, grazie ad uno di quei "blogger dissidenti" le cui affermazioni nessuno si cura di verificare ma che vengono invariabilmente considerati degnissimi di fede ed autentiche vittime per definizione.
"Amina Abdallah Araf al Omari", nientemeno che una "Gay Girl in Damascus". Di confessione sunnita: quella che Assad tiene sistematicamente lontana dalle torte più succose.
La felicità del gazzettiere. Donna, lesbica, damascena e di un gruppo sociale messo all'angolo dalla protervia dei potenti: quattro scarogne in un corpo solo.
Secondo certa gente, almeno.
Con in più la cittadinanza siro-americana, a garantire produzioni mediatiche facili da smerciare a sudditi che il nove casi su dieci sarebbero in seria difficoltà a rintracciare Aleppo o Latakia su una qualunque cartina.
Il blog è noto da molti mesi ed i suoi contenuti sono sempre apparsi quantomeno strani, se non davvero sospetti. Tra le molte cose che destavano serie perplessità, i toni da turista entusiasta con cui vi si descrivono alcuni aspetti della vita a Damasco, come il fashionable hijab.

Donna ed omosessuale in qualche dittaturislàmica?
Tra un arresto ed una lapidazione l'eleganza e lo stile sono un must!


Davvero strano che un individuo che asserisce di appartiene contemporaneamente a tre (anzi, quattro) minoranze che si postulano conculcate e vessate ed oppresse, e che riscuote visibilità e credito in quanto tale, trovi la maniera di sprecare tempo ed energie per osservazioni di questo tipo. Roba del genere ci si aspetterebbe di trovarla negli scritti di qualche "fashion blogger" di terza categoria cacciatasi a curiosare nel retropalco di qualche sfilata.
In tutto il blog non compare una sola parola, un solo vocabolo in arabo. I testi sono tutti in un inglese privo della minima sbavatura. In terzo luogo, in uno dei post viene descritta un'irruzione compiuta in piena notte dalla polizia siriana, venuta a consegnare ad "Amina" un qualche cosa che potremmo definire "avviso" o roba del genere. La "Gay Girl in Damascus" trovava il modo, anche in quelle circostanze, di descrivere nel dettaglio gli abiti che aveva indossato per presentarsi alla pattuglia.
E le pattuglie, ai cui componenti "Amina" ascrive invariabilmente connotati da Oberschützen, devono essere davvero molte, se sul blog si legge che le diciassette formazioni della "polizia" sono diventate diciotto in meno di un mese.
Qualcosa non quadrava affatto.
Poi, a ventiquattro ore di distanza dalla sua asserita scomparsa avvenuta per certo grazie all'interessamento degli sgherri del regime, si vengono a sapere cose come queste, per giunta da una gazzetta che di minoranze da liberare coi B52 dal "regime" di qualche "dittatore" ne trova almeno una al mese. "Amina"? Un qualcosa fatto di foto false.
"Amina"? Nessuno ci ha parlato.
"Amina"? Solo scambi via e-mail di cui a questo punto sarebbe interessante conoscere gli header. Il pazzesco Guardian se ne esce con roba come questa:

The latest member of this contingent is the controversial "Gay Girl in Damascus" – a half-American half-Syrian blogger based in Damascus who was allegedly kidnapped two days ago. There are allegations that she is an agent, a hoax, her very existence doubted. Hardly an everywoman, but she has nevertheless captured attention and galvanised people. As a blogger she has garnered more support than the unpublished.

Come dire: "pubblichiamo menzogne a getto continuo e non soltanto ci guardiamo bene dal chiedere scusa, ma siccome funzionano andiamo avanti come se nulla fosse e anche se ve ne accorgete non potrebbe importarcene di meno".
Alla fine, dopo meno di una settimana dalla "sparizione" di cui sopra, si scoperchia il calderone.
Al calduccio ad Edimburgo, altro che in galera a Damasco.
I siriani quelli veri, che sulle barricate vere sfidano proiettili veri e manganellate vere, ringraziano riconoscenti e commossi.
Un caso, anzi, uno dei casi quotidiani di mendace, approssimativa, sfacciata e cialtrona autoreferenzialità gazzettiera, che nella sovversione di tutte le cose operata dall'"occidentalismo" prende il nome di "informazione libera".
Tra i frutti più sottovalutati di questo pluriennale mezzuccio di "fare informazione" c'è il crescere di una fronda come quella di chi sturma e dranga. Gente che alla continua presa in giro risponde con una continua presa in giro. Alla quale, sia pure per una sola volta, non ci sentiamo di dare del tutto torto.

...Quando e' in gioco la dignità dei popoli, quando sono in pericolo i diritti di ognuno di noi, quando viene calpestato il rispetto per la donna, quando in diritti delle minoranze sono violati, quando lo spettro della dittatura fa ombra ai più alti ideali di democrazia, ebbene, è tempo che gli uomini giusti si uniscano e si siedano sul divano, a guardare la partita...
 

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