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Faisal Devji - La politica dopo Al Qaeda PDF Stampa E-mail
Giovedì 01 Settembre 2011 15:33


"Ora abbatte le torri in Paradiso".
Nel maggio 2011 una organizzazione informale fiorentina così ha ricordato Osama Bin Laden.


Traduzione da Conflicts Forum.

Un'immagine già dotata di caratteristiche da icona e fatta circolare dal Pentagono dopo l'assassinio di Osama Bin Laden ad Abbotabad compiuto dagli americani mostrava il fragile leader di Al Qaeda mentre osservava le sue stesse tracce su un vecchio apparato televisivo; essa rivela pur senza volerlo alcuni dati di fatto sulla Guerra al Terrore. Da una parte è difficile immaginare un ambiente del genere considerandolo parte di un centro di comando del terrorismo globale. Dall'altra, la reazione internazionale all'assassioni di Bin Laden getta dubbi sulla narrativa americana della guerra e della sua vittoria su scala mondiale. In questa reazione, l'elemento fondamentale è stato rappresentato dopo tutto dal fatto che in tutto il mondo l'evento è stato considerato interessante principalmente perché esso ha suscitato una reazione straordinariamente combattiva presso il pubblico americano, e non tanto per l'accaduto in se stesso. Anche in paesi come il Regno Unito o la Spagna, pure vittime dei militanti di Al Qaeda non troppo tempo fa, le pubbliche attestazioni di soddisfazione per la morte di Bin Laden sono state poche o anche nessuna, nonostante l'argomento sia rimasto oggetto di una massiccia copertura mediatica essenzialmente perché elemento fondamentale della politica statunitense.
Anche nel mondo islamico coloro che hanno preso il lutto per la morte dello "sceicco" l'hanno fatto per le ragioni più svariate, molte delle quali avevano più a che fare con questioni politiche locali che non con qualcosa tanto fuori grandezza come una guerra globale contro l'Occidente. C'era comunque qualcosa di curioso nei fotogrammi ripetuti all'infinito dai mass media americani ed europei, che tentavano di attestare la popolarità di Osama bin Laden presso i musulmani mostrando la sua fotografia come compariva in vendita nei negozietti pakistani. Queste immagini erano spesso circondate dalle foto di altri personaggi famosi, come le poco vestite e pesantemente truccate stelline di Lollywood, come viene chiamata l'industria cinematografica del Punjab, basata a Lahore. Le foto di Bin Laden vengono vendute, come se fossero un qualunque altro articolo, accanto ai poster di star del cinema e a scatole di bambole Barbie: la popolarità dell'immagine di Bin Laden non dice alcunché sullo jihad cui egli esortava. Probabilmente il suo status di celebrità ha più a che fare col fatto che Osama Bin Laden era stato rivestito dall'America del ruolo di suo più grande nemico, ricavandone una patente di infamia che poco ha a che vedere con i problemi veri del Palistan. Era diventato soltanto un'immagine come tante altre, con i suoi fans come tante altre.
Certo gli spettacolari attacchi di Al Qaeda, e soprattutto quelli dell'undici settembre, si sono rivelati sufficientemente impressionanti da suscitare un certo grado di ammirazione, a volte per motivi legati all'estetica almeno quanto alla religione o alla politica, ma non è chiaro fino a che punto tutto questo si sia tradotto in un sostegno concreto. Oggi come oggi anche il sentire antiamericano diffuso presso i musulmani sembra aver abbandonato il terrorismo globale inteso come modello da seguire, andando piuttosto in cerca di altro. Soltanto il pubblico statunitense continua a farsi irretire da Osama e dalla sua banda, il che è anche logico dal momento che Bin Laden e i suoi hanno sempre rappresentato un elemento della politica interna americana. L'utilizzo politico dell'uccisione di Bin Laden fatto dal presidente Obama non è stato altro che un ulteriore perseguimento della stessa strategia del suo predecessore, che consisteva nell'utilizzare le paure sulla questione della sicurezza per rafforzare il proprio potere a livello nazionale. Con questo non si vuole fare propria l'asserzione secondo la quale l'amministrazione Bush avrebbe semplicementi usato gli attacchi dell'undici settembre come cinico terreno per rafforzare il proprio sostegno, né che gli Stati Uniti ne abbiano fatto una scusante per riplasmare il mondo intero a loro immagine e somiglianza. Al contrario, si pensa che gli Stati Uniti fossero, e siano a tutt'oggi, incapaci di mettere in piedi una strategia politica mondiale dopo la fine della guerra fredda.
I governi statunitensi ai tempi della guerra fredda erano ovviamente interessati a preservare la predominanza politica ed economica americana ed erano anche impegnati a lottare per una visione del mondo che rappresentava qualcosa di più grande dei loro meri interessi. Il collasso dell'Unione Sovietica ha fatto sì che la geopolitica statunitense sia tornata d'improvviso a rappresentare nient'altro che un aspetto come tanti delle loro preoccupazioni in materia di politica interna. Detto altrimenti, la vittoria conseguita su scala mondiale ha "addomesticato" la politica americana, al punto che ormai i nemici giurati della nazione non possono che essere quelli che si trovano al suo interno. Di certo le crescenti tensioni tra liberali e conservatori negli Stati Uniti, i cui dissapori reciproci sono stati alla base delle guerricciole culturali degli anni Ottanta, dimostrano che la situazione è questa. I teorici neoconservatori hanno riconosciuto il fatto di essere stati messi fuori gioco dalle questioni della geopolitica molto presto, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, anche se hanno visto in esso il segno del dominio vittorioso dell'America nell'agone mondiale. La famosa tesi di Francis Fukuyama sulla "fine della storia", illustrata nel suo libro "La fine della storia e l'ultimo uomo" uscito nel 1992, ha rappresentato il primo importante riconoscimento del fatto che l'America non era più capace di adottare una visione politica su scala mondiale, considerata da allora in poi una pura e semplice estensione dei suoi conflitti e dei suoi interessi interni.
Nonostante fosse in esplicito disaccordo con la tesi di Fukuyama, l'ugualmente influente argomento dello "scontro di civiltà" che Samuel Huntington ha elaborato nel suo volume del 1996 intitolato "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale" riconosceva la fine della geopolitica tradizionale basata sugli stati sovrani, e cercava di ridefinire il conflitto mondiale in termini culturali e non statuali. Entrambi i pensatori, ciascuno a suo modo, vedevano che dopo il crollo sovietico l'arena globale aveva preso forme in cui gli stati o lo stesso sistema internazionale non rappresentavano più gli attori principali ed anzi si trovavano privi di armi politiche adeguate ad essa. In un contesto come questo organizzazioni militari non statali come Al Qaeda possono salire alla ribalta e cercare di fornire concretezza politica ad entità come la 'umma, la comunità musulmana mondiale, che come tale non aveva alcuna manifestazione vitale precedente né sul piano storico né su quello istituzionale.
Osama Bin Laden aveva una buona opinione del libro di Huntington e si è adoperato per tradurre in azione l'idea ivi espressa di una geopolitica dominata da attori non statali. Nel far questo ha cercato di prendere posto in un'arena mondiale rimasta politicamente sguarnita dopo la divisione del pianeta in due emisferi rivali e dopo la politica di rischi calcolati basata sulla "mutua distruzione assicurata" dei tempi della guerra fredda. La nuova arena globale così come appariva dopo il collasso sovietico aveva una realtà sociologica, ma non aveva più una realtà politica. In questo modo entità come la specie umana, che prima della guerra fredda rappresentavano soltanto un concetto astratto, hanno preso ad incarnare una realtà sinistra con il concretizzarsi della polssibilità di un'apocalisse nucleare, o sono diventati concetti attuali nel quadro del controllo della popolazione del pianeta. Prendendo a modello la specie umana intesa come nuovo concetto attuale, ritenuto sotto minaccia di estinzione, la 'umma è emersa in questo periodo come elemento della realtà privo di una forma politica propria. In questo, essa è giunta a rappresentare la sola aspirazione politica per una specie depoliticizzata all'improvviso dopo la fine della guerra fredda, una specie che ora come ora può prendere forma di concetto sociologico solo perché al tempo stesso vittima e carnefice in circostanze come quella delle minacce legate ai cambiamenti climatici, anch'esse purtuttavia concepite in termini economici piuttosto che politici. Come la specie umana minacciata da quella catastrofe ambientale che ha sostituito gli spettri di apocalisse nucleare della guerra fredda, allo stesso modo la comunità dei credenti al tempo stesso esisteva e non poteva dirsi come esistente. Non è un caso che Bin Laden si sia spesso riferito alla 'umma, considerandola esposta al rischio di violenze da parte dell'Occidente, nello stesso tempo in cui mostrava di temere la minaccia che il riscaldamento globale costituiva per la razza umana. L'esistenza dubbia sia della 'umma che della specie umana fa da punto di appoggio per l'assunto secondo il quale il mondo non possiede né attori politici ne istituzioni per proprio conto.
La pratica politica fuori dall'ordinario, spettacolare e speculativa al tempo stesso, che Osama Bin Laden ha messo in atto per conferire una qualche concretezza ad entità come la 'umma o la stessa specie umana non ha comunque apportato alcuna minaccia all'esistenza degli Stati Uniti o di qualunque altro paese, compreso l'Afghanistan, nonostante il grande dispiego di atti violenti ad essa associato. Nel lungo termine la coseguenza più importante dell'impegno di Al Qaeda può benissimo rivelarsi lo scuotimento delle gerarchie presenti nel mondo islamico, e il fatto di aver inculcato l'idea che certe forme di sacrificio altamente individualistico possano in esso rappresentare l'elemento fondante di un nuovo modo di fare politica. Non è forse questa la lezione che tante delle "rivoluzioni" attualmente in atto nel Medio Oriente hanno appreso da Al Qaeda, prive come sono di una dirigenza coerente o di una forma compiutamente definita in termini ideologici o politici? Probabilmente proprio il fatto che la lezione sia stata appresa così bene ha fatto sì che Al Qaeda finisse quasi fuori dal campo visivo della maggioranza del mondo musulmano, essendosi trovato assolto il suo compito storico più come risultato di dinamiche interne piuttosto che come conseguenza di una vittoria vera e propria nella Guerra al Terrore. Certamente, a differenza dei militanti di Al Qaeda i rivoluzionari di oggi hanno smesso di pensare in termini di specie umana o di comunità dei credenti, per conferire un certo grado di concretezza agli ideali del panarabismo costruendo gli uni l'imitazione mediatica degli altri, senza tentare alcuna formalizzazione ideologica e meno che mai istituzionale, come per suggerire che la realtà in cui agiscono può rappresentare soltanto qualcosa di ineffabile e comunque di non statuale.
Dichiarando la Guerra Planetaria al Terrore gli Stati Uniti hanno tentato, tra l'altro, di avocare per se stessi una politica mondiale degna di questo nome. Ma dal momento che Al Qaeda non si è rivelata in grado di rappresentare in alcun modo una vera e propria minaccia militare, rappresentando piuttosto un fattore importante per la politica interna statunitense dopo l'undici settembre, lo sforzo americano era destinato al fallimento. Per giunta, nonostante l'aspetto esotico ed il vocabolario usato dai suoi militanti, Al Qaeda si è comportata come un nemico interno, più che come un nemico esterno, ritorcendo contro l'Occidente le sue stesse logiche ed i suoi stessi strumenti. La forma virale dell'attacco ha preso piena evidenza con gli attacchi dell'undici settembre, i cui protagonisti si erano esercitati nelle scuole di volo americane ed avevano usato aerei americani per colpire i loro bersagli. Questa mancanza di fattori esterni non ha fatto che crescere grazie all'esaltazione del martirio compiuta dai militanti, che non ha fatto altro che togliere ad Al Qaeda la natura tipica di nemici che possono essere battuti dalla morte. La grande trasformazione che la Guerra al Terrore ha imposto al mondo ha avuto tanto a che fare con le macchinazioni elettorali e con le preoccupazioni in materia di sicurezza degli Stati Uniti quanto con le strategie politiche mondiali che tanto improvvisamente si sono rivelate inaccessibili per l'unica superpotenza rimasta sul pianeta. Anche per questo il sostegno alla guerra, economico o meno, hanno dovuto sostenerlo essenzialmente gli Stati Uniti, i cui alleati avrebbero dovuto sacrificarsi per qualcosa che avrebbe anche potuto arricchire i singoli soggetti ma che portava pochi vantaggi ad un ordine internazionale che si sarebbe rivelato meramente prono ai disegni americani. Detto altrimenti, nel mettere in piedi quella che consideravano una guerra su scala planetaria gli Stati Uniti non hanno fatto altro che indebolire ulteriormente, se non demolire del tutto, un sistema internazionale già indebolito dal collasso sovietico e sulla strada giusta per diventare politicamente privo di qualsiasi importanza nella nuova arena mondiale all'interno della quale Al Qaeda si trovava ad agire. Un contesto peraltro già riconosciuto e anche approvato da un'America che aveva abbandonato ogni legalismo formale ed ogni consuetudine del diritto internazionale pur di potervi dominare.
La grande potenza americana ha tolto all'arena mondiale la geopolitica intesa come campo d'azione separato, limitando la propria pratica politica ad un perseguimento dei propri interessi assolutamente incapace di distinguere i campi della sfida internazionale da quelli che riguardano gli affari interni. Gli Stati Uniti, di conseguenza, possono agire a livello internazionale soltanto pensando a se stessi e cercando di produrre ovunque copie di se stessi, in una gestualità narcisistica impossibile da sostenere. Questo significa che più l'America agisce concretamente nel mondo, e più in realtà esce dalla realtà che lo contraddistingue. L'assassinio di Osama Bin Laden e la sua sepoltura in mare rappresenta un buon esempio di tutto questo, perché testimonia come gli Stati Uniti siano soliti gettare alle ortiche ogni occasione in cui possano avere gioco le prassi comportamentali dell'etica internazionale o della giustizia, sacrificandole entrambe in favore delle pure esigenze della politica interna. Comportamenti del genere sono comunque altamente rischiosi, perché più che la perdita di ogni contatto con la realtà essi comportano il rovesciamento di tutto il conflitto verso l'interno del paese. Questo significa che al di là delle recriminazioni che repubblicani e democratici si scambiano, stiamo assistendo ad un crescente utilizzo delle pratiche tipiche della Guerra al Terrore all'interno degli Stati Uniti stessi magari per motivi che hanno a che fare con la prevenzione del crimine; un utilizzo che restringe le libertà civili dei cittadini americani e che al tempo stesso non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Un altro indicatore di questo riversamento all'interno del conflitto è rappresentato dal fatto che oggi i musulmani sono considerati da molti americani più che altro come una minaccia interna, mentre i loro correligionari all'estero vengono sempre considerati liberi di diventare clienti ed alleati degli Stati Uniti. Nei primi anni della Guerra al Terrore nulla di simile si è verificato nel campo della cosiddetta "islamofobia", che ha guadagnato terreno negli Stati Uniti solo dopo anni di ininterrotta calma e di totale assenza di attacchi terroristici.
Allo stesso modo di questi problemi interni l'uccisione di Bin Laden e le reazioni che essa ha suscitato offre il più chiaro esempio possibile della perdita del senso della geopolitica negli Stati Uniti, e del loro ritiro dal mondo. Col venire meno delle cortine fumogene di Al Qaeda e degli specchietti della sua politica, è rimasta visibile soltanto l'incapacità degli stati sovrani di imporre un indirizzo alla soluzione dei problemi globali del nostro tempo. Problemi che comprendono i cambiamenti climatici e la sicurezza delle risorse alimentari, cose che l'ordinamento internazionale sembra incapace di affrontare efficacemente, per motivi strutturali che hanno a che fare con i limiti delle procedure istituzionali alla base del suo funzionamento più che con la mancanza di una volontà precisa in questo senso. L'arena globale resta sguarnita e priva di una vera e propria politica: la stessa situazione che ha permesso ad Al Qaeda di primeggiarvi.


La rivoluzione priva di senso

In un contesto come questo che ruolo possono avere le "rivoluzioni" mediorientali? I commenti su questa straordinaria ondata di rivolte fanno costante riferimento al loro carattere radicalmente inedito, e le analisi proposte non fanno che rimandare a precedenti e a modelli che possano renderle comprensibili dal punto di vista storico. Quando non si chiama in causa una storia regionale fatta di ribellioni arabe contro il potere costituito, si riprendono spiegazioni basate su un contesto internazionale legato alla contrarietà ai sistemi monarchici, all'anticolonialismo o all'anticapitalismo. In questo, il nostro iniziale stupore per gli eventi in atto viene considerato segnale di null'altro che di una mancata conoscenza dei sistemi sociali e dei popoli coinvolti in queste insurrezioni. Nel migliore dei casi, l'elemento prima imprevedibile e quindi di incalcolabile portata nel caso delle rivoluzioni mediorientali viene ridotto ad una "scintilla" che, manifestatasi nelle azioni di un suicida tunisino o dei suoi emuli egiziani e di altri paesi, ha finito per mettere a fuoco tutta la regione. Per quanto accurati siano i tentativi degli analisti di ricostruire la genesi delle rivolte in modo da dare ad esse un senso, il fatto che esse siano qualcosa di sorpendente non è dovuto alla mancanza di conoscenze in materia, ma al fatto che esse conoscenze si sono rivelate prive di importanza. Gli eventi che ancora si verificano davanti ai nostri occhi in Nord Africa ed in altre zone del Medio Oriente non sono rivoluzionari nel senso convenzionale del termine che contempla il coinvolgimento di partiti politici, ideologie ed utopie storiche, ma proprio perché ad essi manca una forma politica tanto tradizionale. Coloro che più hanno mostrato sorpresa a fronte di questa ondata rivoluzionaria sembrano esser state le stesse persone che l'hanno resa possibile. E proprio la meraviglia per le trasformazioni in atto è il sentimento cui questi uomini e queste donne hanno incessantemente dato voce. In altre parole la mancanza di paura che si è impadronita dei manifestanti in Medio Oriente potrebbe rappresentare, tra tutti gli avvenimenti verificatisi, il più genuinamente rivoluzionario. E si può avanzare l'ipotesi che tale mancanza di paura sia in qualche modo collegata all'assenza di pratiche politiche rivoluzionarie nel senso tradizionale del termine.
Certamente anche le rivoluzioni verificatesi in altri tempi ed in altri luoghi sono state contraddistinte da un senso di diffusa meraviglia, ma il significato e le implicazioni di questo senso di sorpresa sono state prese poche volte in seria analisi. Al contrario, i commenti di sinistra e di destra di solito sono dominati dalla logica della storia, la cui narrativa fatta di precedenti e di genealogia rende gli eventi prevedibili dopo che si sono verificati. Questo continuo richiamo alla storia finisce spesso per negare proprio i cambiamenti che ne costituiscono l'essenza. Ad esempio, le manifestazioni in tutta la regione sono state caratterizzate da sforzi di riappropriarsi dello stato e dei suoi simboli. Questo vale particolarmente per l'Egitto, dove i manifestanti hanno fatto ampio uso di bandiere, inni e slogan. Ma nel loro utilizzo i simboli nazionali e statali sono anche stati svuotati del loro contenuto politico, e usati come segni di celebrazione civile. Gli slogan e la gazzarra in piazza Tahrir arrivavano diritti dai cori e da altri usi tipici dei tifosi di calcio, compresa l'idea di dipingersi il viso e quella di ballare. Cosa possono mai significare, nell'arena globale del dopo guerra fredda, parole all'antica come "popolo" o "rivoluzione"? L'utilizzo relativamente superficiale di questi vocaboli fatto nel corso delle proteste potrebbe anche suggerire il fatto che il loro indicare delle categorie politiche non è più forte come un tempo; e questa interpretazione acquista forza se pensiamo alle notevoli forme di autorganizzazione e di autogoverno che sono emerse d'un tratto nelle piazze dopo decenni di governo centralizzato ed oppressivo, nessuna delle quali ha mostrato alcuna somiglianza alle forme tradizionali della politica.
Proprio con il fatto di averle superate le rivoluzioni hanno in qualche modo restituito una nuova realtà alle vecchie categorie della politica mediorientale. Le rivolte sorte una ad imitazione dell'altra in tutta la regione hanno reso il panarabismo una realtà popolare per la prima volta, ma solo in modo negativo, senza abbracciare alcuna ideologia. Perfino la preoccupazione per il proprio paese mostrata dagli egiziani, che volevano metteresi a fare cose come pulire le strade del Cairo, si appropria di certe categorie dello stato e le trasforma in qualche cosa che ha a che vedere con le pratiche della vita quotidiana e che assume forme non politiche. L'instaurarsi di nuove relazioni tra ricchi e poveri, cristiani e musulmani e perfino tra popolo ed esercito -esercito che dopo tutto è stato distolto dal suo dovere e in fin dei conti dalla stessa fedeltà allo stato dai manifestanti di piazza Tahrir- segue dinamiche simili. Nessuno di questi eventi fuori dall'ordinario può sopravvivere a quella che è diventata famosa come "la primavera araba", ma anche in questo modo essi riescono a far vedere quali potenzialità e quali possibilità di azione continuino ad esistere dietro le angustie degli schemi politici che abbiamo ereditato.
Il venire meno delle narrative storiche ormai convenzionali che contribuivano fino ad oggi alla definizione di tante lotte localizzate in Medio Oriente ha avuto l'effetto di destabilizzare anche la logica alla base delle intromissioni occidentali. Violenta finché si vuole, l'azione delle forze coalizzate in Libia è stata caratterizzata da prudenza ed incertezza, tradendo la mancanza di un obiettivo chiaramente definito al momento in cui è sfociata in una situazione imprevista ed agli esiti imprevedibili. Anziché prendere la forma di un mero inganno riguardo al controllo della situazione politica o del petrolio libici, l'intervento è divenuto una sorta di obbligo a fronte del carattere dissonante delle rivolte stesse e si è rivelato una specie di esperimento aperto nei confronti della pubblica opinione e motivato dal desiderio di volersi trovare dalla parte giusta, pur in un percorso storico sconosciuto. Se non altro, la coalizione sta a dimostrare che la "comunità internazionale" ha ancora una qualche rilevanza, laddove le nuove dinamiche della politica emerse in Medio Oriente avevano invece l'aria di averla tagliata fuori dalla situazione.
Storicamente, la logica che ha guidato i precedenti interventi a guida NATO apparteneva al contesto delle politiche messe in atto dalle superpotenze della guerra fredda o a quello della risoluzione di conflitti emersi al termine di essa. Quelli del Vietnam, della Corea o del Jihad antisovietico in Afghanistan sono esempi di interventi del primo genere, mentre quelli in Bosnia, in Serbia ed in Kosovo sono esempi del secondo. In Iraq ed in Afghanistan durante la Guerra al Terrore, e anche in Libia oggi, sono stati rovesciati governanti al potere dai tempi della guerra fredda, ma ormai gli interventi hanno perduto qualunque motivazione legata alla realpolitik che potessero aver mai avuto. Se in passato intervenire militarmente serviva ad assicurare all'Occidente mercati ed alleati senza che si mettesse troppa cura riguardo alla natura democratica o meno dei governi che si andavano ad insediare, gli interventi militari di oggi sono guidati da visioni grandiose, come l'intento di riplasmare il Medio Oriente.
Il fallimento semplicemente abietto di questi impossibili progetti in Iraq ed in Afghanistan si è tradotto in un'avventura libica cui mancano sia la visione grandiosa di cui sopra sia una qualche prospettiva sul piano della realpolitik. L'intervento militare è caratterizzato dall'incertezza e da un procedere per tentativi, e non è ormai altro che una cattiva prassi abitudinaria guidata in misura sempre maggiore da intenti non politici come un certo "spirito umanitario", in un momento in cui è la politica internazionale stessa ad essere in crisi profonda. La stessa cosa era vera ai tempi dell'intervento nei Balcani, ma le idee che circolavano in questo caso sugli stati nazionali e su quelli a base religiosa permisero di dare vita a nuove entità statali dal cattivo funzionamento posti sotto la custodia della comunità internazionale. La differenza con le rivolte in Libia ed altrove in tutto il Medio Oriente è che in questo caso nessuno dispone di utopie convenzionali o del modo di comportarsi secondo una logica storica: le rivolte sono servite piuttosto come cesure suscettibili di funzionare come fattori di trasformazione della politica, sia all'interno della regione che a livello internazionale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono di responsabilità dell'autore e non sono necessariamente rappresentative di quelle di Conflicts Forum.

Il Dott. Faisal Devji è lettore in storia e ricercatore al St. Anthony College dell'università di Oxford. Ha pubblicato due volumi, Landscapes of the Jihad (2005) e The terrorist in search of Humanity (2008); un terzo è in preparazione, The impossible indian: Gandhi and the temptation of violence. Laureatosi in Storia del pensiero all'università di Chicago, ha ricoperto incarichi a Harvard, a Yale e presso la New School for Social Research a New York. Scrive e trasmette regolarmente per la stampa internazionale e si interessa di questioni relative alle nuove forme di violenza e di pacificazione, alla crisi del sistema internazionale e all'emersione dei diversi tipi di politica globale.

 

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