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Angelique Chrisafis - Francia, conseguenze della messa al bando del burqa: ci sono donne "praticamente agli arresti domiciliari" PDF Stampa E-mail
Martedì 04 Ottobre 2011 07:14

La gazzetta britannica The Guardian ha dato prova meno che mediocre qualche mese fa, sulla questione della ragazza lesbica e sunnita di Damasco che si rivelò essere né lesbica, né sunnita, né damascena... e né ragazza.
Ci voleva questo articolo di Angelique Chrisafis su una delle più demenziali "conquiste civili" dell'"occidentalismo" francese, per farle riacquistare qualche merito.
In particolare è degna di nota l'affermazione di Thomas Hammarberg citata nel testo, sui bei risultati cui porta l'ormai abituale inchinarsi della macchina statale e del legislatore davanti alle convenienze elettorali degli "occidentalisti".
Nel testo si fa il nome corrente dello stato che occupa la penisola italiana. Ce ne scusiamo come di consueto con i nostri lettori, alla cui intelligenza non vogliamo fare il torto di dilungarci sulla differenza che c'è tra burqa e niqab.


Francia, conseguenze della messa al bando del burqa: ci sono donne "praticamente agli arresti domiciliari"
(The Guardian, 19 settembre 2011)

Da quando in Francia il burqa è stato messo fuori legge, lo scorso aprile, si sono verificati casi di aggressione contro donne che portavano il niqab, mentre le prime multe potrebbero essere inflitte questa settimana. Ma un'opposizione sul piano legale a questa linea dura può ancora esporre al ridicolo lo stato francese.


Hind Ahmas, una delle due donne francesi multate per aver portato il niqab in una cittadina vicino a parigi.
Foto: Magali Delporte per
The Guardian.

Hind Ahmas entra in una brasserie nel sobborgo di Aulnay-sous-Bois, a nord di Parigi. I menti cascano, le spalle si stringono e un'espressione disgustata passa sul viso della spigolosa umanità intenta a sorseggiare il caffè al bancone.
"Aspetta un po; che cos'è questa roba?! Ma non è proibito?" sibila il barista indignato da dietro il banco, sciorinando una bottiglia di vino davanti al suo niqab. Ahmas non si scompone, tiene la borsa con le mani coperte dai guanti neri e dice "Se è così, chiamate la polizia". Però pensa che non valga la pena di dare battaglia. Attraversiamo la strada e andiamo in un caffè dove nessuno troverà da ridire. Nessuno batte ciglio: il padrone non intende certo perdere una cliente. Ahmas infrange la legge ordinando un caffè espresso e sedendosi in un separé davanti alla vetrina. Ma in giorni come questi infrange la legge ogni volta che esce dalla porta principale di casa sua.
Ad aprile la Francia ha varato una legge che vieta di coprirsi il viso in pubblico. Le donne musulmane che portano veli che coprono tutto il viso, ovvero il niqab, sono bandite da ogni pubblica attività compreso il camminare per la strada, prendere un autobus, andare per negozi o a prendere i bambini a scuola. I politici francesi che sono favorevoli alla messa al bando vanno dicendo di essersi adoperati per proteggere l'"uguaglianza di genere" e la "dignità" delle donne. Ma cinque mesi dopo l'introduzione della legge i suoi risultati sono rappresentati da un miscuglio di confusione e di apatia. Le aggregazioni musulmane riferiscono di una preoccupante crescita della discriminazione e delle violenze verbali e fisiche contro le donne che portano il velo. Ci sono stati casi di persone che per le strade si sono autonominate custodi della legge, tentando di strappare via veli che coprivano tutto il viso, o autisti di autobus che si sono rifiutati di trasportare donne col niqab, o di dettaglianti che hanno tentato di impedir loro di entrare in negozio. Alcune donne hanno preso ad indossare mascherine di uso medico, come quelle per l'influenza aviaria, per tenere il viso coperto; alcune parlano di un clima improntato ad uno spirito di divisione, di mancanza di fiducia e di paura. Uno dei politici che hanno sostenuto la legge ha detto che le donne che ancora escono con il niqab si stanno semplicemente comportando in maniera provocatoria.
Ahmas, trentadue anni, francese, madre divorziata di una bambina di tre anni, mette la borsa sul tavolo e tira fuori uno spray al peperoncino ed una sirena antiaggressione. Non vive in un palazzo di appartamenti ma in un terratetto in una via senza traffico. L'ultima volta che è stata aggredita per la strada un uomo ed una donna l'hanno presa a pugni davanti agli occhi di sua figlia, dandole di puttana e dicendole di tornare in Afghanistan. "La qualità della mia vita, dopo la legge, è molto peggiorata. Mi devo mentalmente preparare alla guerra ogni volta che esco di casa, mi devo preparare a fronteggiare gente che vuole cacciarmi un proiettile in testa. I politici stanno a dire che l'hanno fatto per liberarci; quello che in realtà hanno fatto è quello di escluderci dalla vita sociale. Prima di questa legge non mi ero mai chesta se avrei avuto problemi ad entrare in un caffè o a prendere dei documenti in municipio. Uno dei politici promotori della messa al bando del niqab ha definito i niqab "prigioni mobili". Ecco, è proprio questa la condizione cui ci hanno portato con questa legge".
Nonostante tutto il clamore che circonda la proibizione del niqab, ancora nessuna donna è stata perseguita a termini di legge per averne indossato uno. La prima messa alla prova sarà questo martedi, quando un giudice di Meaux, ad est di Parigi, deciderà se sanzionare con le prime multe in assoluto Ahmas ed una sua amica. Furono fermate fuori dal municipio di Meaux il cinque maggio mentre indossavano il niqab; stavano portando un dolce di mandorle per il compleanno del sindaco Jean-François Copé, che è anche un dirigente del partito di destra UMP, quello di Nicolas Sarkozy, ed uno degli ideatori della legge. Il dolce di mandorle era uno scherzo, un gioco sulla parola amende, che in francese significa multa. Ahmas e l'amica vlevano mostrare quanto fosse assurda una legge che a loro detta ha fatto salire i comportamenti discriminatori antiislamici e diviso profondamente la società francese, senza per questo esser stata presa sul serio dalla macchina della giustizia. Sarkozy è stato accusato di aver voluto stigmatizzare le donne col niqab per ottenere i voti dell'estrema destr, ma la legge non ha affatto migliorato la sua posizione nei sondaggi. Adesso gli avvocati che si occupano di diritti umani pensano che la situazione potrebbe presto rovesciarsi.
Soltanto la polizia francese può affrontare una donna con il niqab. La polizia non può toglierle il velo, ma deve denunciare il caso al giudice, che può infliggere una multa di centocinquanta euro, obbligare a partecipare ad un corso sulla cittadinanza, oppure entrambe le cose. Alcuni poliziotti, sbagliando, hanno inflitto contravvenzioni immediate che sono state poi annullate. In altri casi sembra che ignorino le donne col niqab che girano per le strade, probabilmente perché si rendono conto di avere reati più seri da contrastare. Il ministro dell'interno afferma che da quando la legge è entrata in vigore, ad aprile, ci sono stati noventuno casi di donne in niqab fermate dalla polizia fuori Parigi, e nove casi nella regione parigina. Ogni volta la polizia compila un verbale ma fino ad oggi nessun giudice ha inflitto una multa o imposto di partecipare ad un corso sulla cittadinanza. Il ministro della giustizia francese afferma che "meno di dieci casi" sono quelli di cui si stanno attualmente occupando i tribunali, e che il fatto che non siano state inflitte multe dimostra che lo stato favorisce il "dialogo", e non la punizione. Gilles Devers, un avvocato che lavora per Ahmas e per altre donne col niqab, sostiene invece che non si è giunti a sanzioni vere e proprie perché la legge sul niqab va contro la legislazione sui diritti umani europea in materia di libertà personali e di libertà di religione. Al primo caso in cui verrà comminata una multa verrà presentato appello, arrivando fino alla corte europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo, che potrebbe pronunciarsi contro la legge mettendo così in serio imbarazzo lo stato francese.
Se una legge francese venisse confutata in questo modo, la sentenza sarebbe di fondamentale importanza per tutti i musulmni del continente. Il Belgio ha proibito il niqab quest'estate, punendone l'utilizzo non solo con una multa ma anche con sette giorni di carcere. In Italia il partito di estrema destra Lega Nord ha riesumato una legge del 1975 contro la copertura del viso per poter elevare sanzioni contro le donne in certe zone nel nord del paese. Il partito di Silvio Berlusconi sta preparando una legge contro il niqab; personalità politiche austriache, olandesi e svizzere stanno facendo pressione per ulteriori giri di vite. Thomas Hammarberg, della commissione per i diritti umani del Consiglio d'Europa, ha scritto quest'estate su un suo blog: "Il modo in cui l'abbigliamento di un piccolo numero di donne è stato presentato come un problema di fondamentale importanza, da affrontare con discussioni urgenti e con un'altrettanto urgente legislazione, rappresenta una triste capitolazione davanti ai pregiudizi degli xenofobi".
Ahmas è cresciuta a Parigi e nei suoi dintorni, dove suo padre, nato in Marocco, ha lavorato come giardiniere municipale. I suoi genitori non erano musulmani osservanti. Ha iniziato a portare il niqab sei anni fa, da donna colta e priva di un compagno che un tempo indossava minigonne ed amava partecipare alle feste, ma che ha finito poi per riscoprire la propria fede. Afferma che quello che oggi è il suo ex marito non ha mai avuto nulla a che fare con la sua scelta (la nuova legge punisce gli uomini che costringono le donne a portare il niqab con trentamila euro di multa, ma nessuna sanzione è ancora stata elevata). Come molte donne che portano il niqab e che rifiutano di chiudersi in casa, ha grossi problemi di lavoro. Ha lavorato per anni nei call center, come esperta di sondaggi telefonici. Anche prima della proibizione del niqab sapeva che trovare lavoro senza niqab sarebbe stato più semplice, così in ufficio spesso si spostava il velo lasciando visibile il viso durante il giorno. "La vita è dura e mi tocca lavorare: se mia figlia desidera qualche cosa, anche solo una Barbie, mi si spezza il cuore se non posso permettermela".
In gennaio, quando il pubblico dibattito sulla questione era nel vivo, Ahams ha perso il lavoro perché non le è stato rinnovato il contratto. "Sono andata a cercare moltissimi datori di lavoro cercando qualcosa da fare. Ho sempre chiesto loro se il velo era un problema. Mi rispondono sempre che 'dipende da quale tipo: uno spolverino con pantaloni e foulard non rappresenta un problema, ma un mantello lungo non va bene'. Si tratta di una discriminazione bella e buona, del tutto illegale", sospira Ahmas.
Il rapporto che la laica Francia ha con il velo è piuttosto complicato. Nel 2004 tutti i simboli religiosi compreso il foulard sono stati banditi dalle scuole. Anche tra gli oppositori di Sarkozy sono molto pochi, poltici socialisti o femministe, coloro che si spenderebbero per difendere il diritto di portare il niqab in un paese dove il laicismo rappresenta uno dei pochi soggetti che riesce ancora a tenere insieme una sinistra frammentata. A protestare contro la legge, in aprile davanti alla cattedrale di Notre Dame, c'era appena un pugno di persone.
Sulla Costa Azzurra Stéphanie, trentun anni, ama ancora andare a nuotare nel mare di Nizza indossando il niqab. Ma questa ex studentessa di legge e neoconvertita all'Islam cerca di andare per lo più in spiagge poco frequentate. L'ultima volta che è andata a fare il bagno con sua madre e con la sua bambina di dieci anni, una domenica pomeriggio, un bagnante ha chiamato la polizia. Un gruppo di poliziotti è arrivato, e si è messo a correre sulla sabbia dicendo "Ma signora, cosa sta facendo?" "Io ho risposto: 'mi sto asciugando'. Hanno scritto sui loro taccuini che stavo facendo il bagno con il niqab". Stéphanie, che preferisce che non si citi il suo cognome, è stata convocata dal pubblico ministero. E'andata in tribunale ed ha accettato di sollevare il velo in modo che il personale di sicurezza potesse verificare la sua identità, ma l'accesso in aula le è stato impedito fino a quando un procuratore esasperato non l'ha tirata dentro di persona. Questo procuratore, da lei descritto come "molto umano", voleva capire meglio perché lei indossasse il niqab. Stéphanie si è convertita a diciassette anni e ha cominciato ad indossare il niqab vari anni dopo, molto prima di incontrare per la prima volta suo marito. I suoi suoceri nordafricani non apprezzavano il fatto che si velasse completamente, ed il suo matrimonio finì. I suoi genitori si convertirono all'Islam pochi anni dopo ma non hanno mai creduto che il niqab sia davvero necessario. Stéphanie disse al procuratore che si trattava di una sua scelta, e che non accettava di dover smettere di indossarlo. Il procuratore le ricordò della legge, e la lasciò andare senza multarla o sanzionarla in nessun modo. Disse poi al giornale cittadino, il Nice Matin, che una donna che indossa il velo è meno pericolosa di qualcuno che "parcheggia in doppia o in tripla fila".
Prima che entrasse in vigore la legge Stéphanie veniva spesso chiamata "Batman, Zorro o ninja" quando girva per strada, il più delle volte ad opera di qualche pensionato. Adesso la gente usa invece insulti di tipo sessuale. Lei vorrebbe lavorare con i bambini ma nonostante la sua laurea in teologia non riesce a trovare lavoro.
La prima volta Stéphanie fu fermata dalla polizia per essersi fatta trovare in mezzo ad una strada commerciale del centro di Nizza, a maggio. Un poliziotto la multò su due piedi, una sanzione illegale che venne poi ritirata. Quest'estate l'autista di un autobus ha rifiutato di far salire lei e la bambina. "Se ho una riunione, mi tocca uscire di casa alle sei e mezzo invece che alle otto e mezzo perché se un autobus non mi fa salire devo attendere quello successivo per quarantacinque minuti". Di recente, dopo che aveva pagato un biglietto per vedere l'ultimo film di Harry Potter insieme a sua figlia, il personale del cinema ha tentato di impedirle di entrare in sala. Andò a finire che decisero di non chiamare la polizia per non farsi cattiva pubblicità sulla stampa locale.
La sede principale del Collettivo Francese contro l'islamofobia si trova in un piccolo ufficio a piano terreno in una strada acciottolata vicino alla stazione parigina di Gare de l'Est. Non propaganda il niqab, ma offre sostegno legale. "Non temo la polizia, temo le aggressioni contro le donne che certa gente mette in atto di propria iniziativa per la strada", dice il presidente dell'associazione, Samy Debah.
Il consulente legale del gruppo dice che il numero di aggressioni fisiche contro donne che portano il niqab è letteralmente esploso. Molte donne affermano che i protagonisti delle agressioni sono individui anziani o di mezza età. In un caso recente una giovane francese convertita è stata aggredita in uno zoo fuori Parigi mentre aveva con sé il proprio bambino di tredici mesi. "Il bambino è rimasto traumatizzato dopo l'aggressione allo zoo, e adesso viene seguito da uno psicologo. Donne come questa tendono ad incolpare se stesse: vedono un bambino in quelle condizioni e pensano che la colpa sia loro".


L'uomo d'affari francese Rachid Nekkaz.
Ha pagato le multe a due donne finite sotto processo lo scorso anno a Bruxelles per aver indossato il niqab.
Foto: Julien Warnand/AFP

In un caffè della rive gauche Rachid Nekkaz, un costruttore edile francese, spiega perché la sua associazione, che si chiama Non toccate la mia costituzione, è stata l'unico gruppo ad inscenare proteste di alto profilo quando la legge è entrata in vigore: fu lui a sostenere la bravata di Ahmas, quella del dolce di compleanno, e sempre lui ha messo in preventivo un milione di euro per pagare le multe per i niqab. La sua prossima e ben più radicale azione di protesta sarà questo giovedi, quando la sua associazione annuncerà pubblicamente l'intenzione di candidare una donna che indossa il niqab alle elezioni presidenziali del 2012. Nekkaz di per sé si oppone al nikab e pensa che sia una buona cosa bandirlo dagli edifici dello stato francese. Ma pensa anche che metterne fuori legge l'utilizzo in tutti i luoghi pubblici rappresenti "un grave attacco alla libertà personale ed alla costituzione francese". "L'effetto perverso di questa legge è che le donne in niqab si trovano a tutti gli effetti agli arresti domiciliari", dice. Fa ascoltare un messaggio vocale lasciato sul suo telefonino dalla madre di una convertita francese, che lo ringrazia per essersi schierato e che dice che a Grenoble ci sono diverse donne convertite all'Islam che indossano il niqab e che adesso hanno paura ad uscire di casa.
Non esistono statistiche affidabili su quante siano le donne che indossano il niqab in Francia o su quante abbiano continuato ad indossarlo nonostante l'entrata in vigore della legge. Si pensa che solo poche centinaia di donne lo indossino, per la maggior parte cittadine francesi. Le associazioni musulmane affermano che un piccolo numero di donne ha smesso di portare il niqab o si è trasferita in un altro paese. Nekkaz afferma che più di duecentonovanta donne che ancora portano il niqab hanno preso contatto con lui: dice che molte sono donne divorziate con bambini, la maggior parte delle quali tra i venticinque ed i trentacinque anni; afferma che molte erano cittadine francesi con genitori nordafricani, e che molte stavano godendo di misure sociali di sostegno al reddito. Una relazione della Open Society Foundation sulle donne in niqab in Francia pubblicata ad aprile ha messo in evidenza che su un campione di trentadue donne portatrici di niqab, nessuna aveva adottato il velo integrale perché costretta a farlo. Molte hanno detto che avrebbero rifiutato di farne a meno dopo l'entrata in vigore della legge, dicendo anche che avrebbero evitato di uscire di casa o che si sarebbero trasferite in un altro paese.

'Vengo insultata tre o quattro volte al giorno'... Kenza Drider.
Foto: Anne-Christine Poujoulat/AFP

Kenza Drider ha trentadue anni e tre figli, ed è salita alla ribalta perché coraggiosa abbastanza da andare in televisione per manifestare la propria opposizione alla legge prima che essa entrasse in vigore. Non accetta di togliere il niqab: "Non è mio marito ad impormi cosa devo fare, figuriamoci il governo" ma afferma anche di vivere adesso nel timore di essere aggredita. "Esco ancora in macchina, a piedi, vado nei negozi e vado a prendere i bambini. Mi insultano tre o quattro volte il giorno", dice. La maggior parte mi dice "Torna a casa tua", ma qualcuno dice "Ti ammazzeremo". Uno mi ha detto "Ti faremo quello che abbiamo fatto agli ebrei". Nel peggior caso, prima che la legge venisse promulgata, un uomo ha tentato di investirla con la macchina.
"Adeso so cosa hanno dovuto passare le donne ebree prima dei rastrellamenti nazisti in Francia. Quando uscivano in strada erano additate, isolate e svilite. Adesso tutto questo sta succedendo a noi".

 

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