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Moazzam Begg - Jihad e terrorismo: la guerra delle parole PDF Stampa E-mail
Domenica 20 Novembre 2011 10:44
Traduzione da Cultures of Resistance.


Durante il periodo che ho trascorso in carcere, prima a Bagram e poi a Guantànamo, ho subìto più di trecento interrogatori. Ne ricordo uno in particolare, che subii ad opera della CIA durante il terzo anno della mia prigionia negli Stati Uniti, con un certo divertimento.
Riferendosi a me l'agente continuava a ripetere la parola "terrorista". Pensai che non c'era nulla di nuovo. Poi fece uso di un'equazione algebrica per provare il suo punto di vista, alquanto puerile, e cercare ad indurmi a collaborare. "Tu sei come questo X+Y=Z", mi disse scrivendo la sua scoperta. "X sei tu, Y è il fatto che non collabori, Z sta per terrorista. Un terrorista che rimarrà qui per molto, molto tempo". Dopo tre anni di questa roba i militari statunitensi e i loro esperti di alfabeto non mi incutevano più alcun timore: gli risposi che algebra era una parola araba che infondeva senza dubbio terrore nel cuore degli occidentali... e anche in quello degli orientali, per quanto può importare (almeno se da adolescenti avete studiato la trigonometria). Gli dissi anche che algebra non era l'unica parola in arabo a spaventare l'Occidente, e che lui lo sapeva.
Esistono centinaia di parole in inglese che hanno radici etimologiche nella lingua araba. Il significato della maggior parte di esse è considerato appurato e non suscita troppe dispute presso le persone che fanno uso corrente della lingua inglese. I numerali arabi sono stati rivoluzionari ed hanno soppiantato quelli romani che erano più scomodi da utilizzare. Le parole "alcali", "chimica", "arsenale", "cifra", "ammiraglio", "magazzino", "sorbetto", "sciroppo", "tariffa", "zenith", "algoritmo" ed anche "scacco" sono solo alcuni dei vocaboli che si rifanno a quel passato islamico ed arabo che hanno aiutato a civilizzare il mondo. Poche parole sono state considerate con un misto di repulsione e al tempo stesso di ammirazione per la loro coloritura esotica e misteriosa, come "assassini", "Saraceni" o "harem". Esiste poi una parola in arabo, entrata nell'uso dell'inglese di oggi, che provoca più confusione, sospetto, ostilità e paura di qualunque altra: jihad. E giunta l'ora che i musulmani rimettano un po' di cose a posto.
La parola jihad deriva dalla radice del verbo jahada che significa letteralmente "lottare". Un lessico arabo descrive il jihad come "il fare ogni sforzo per ottenere qualche cosa di desiderato o per sottrarsi a qualcosa di sgradito". Partendo da questo significato letterale molti musulmani e non musulmani limitano erroneamente il concetto di jihad. L'importanza dello jihad spirituale -il cosiddetto jihad del nafs, ovvero del sé- va sicuramente riconosciuta, ma si deve tenere presente il pericolo intrinseco che esiste nell'applicare una interpretazione letterale a vocaboli che hanno significati condivisi e sui quali esiste consenso negli ambienti dell'insegnamento islamico e della giurisprudenza. Affrontare l'argomento in questo modo non è utile ad affrontare i problemi, concretissimi, che derivano da traduzioni deliberatamente erronee di vocaboli arabi e da costrutti sbagliati messi in piedi con parole arabe e concetti; rischi dai quli non è immune neppure l'Islam.
Le cinque prghiere quotidiane dell'Islam sono indicate, nella loro forma singolare, con la parola salaah. Su questo non esistono dubbi e chiunque tentasse di restringere la pratica della preghiera al significato etimologico della parola, che vuol dire semplicemente "connessione", direbbe un'eresia. Allo stesso modo, reinterpretare l'obbligo islamico della zakaah -che indica la tassa che i musulmani devono pagare e che va ai poveri, ai mendicanti, agli esattori delle tasse, agli orfani, ai pellegrini ed anche ai mujahedin- parlando di "purificazione" (il significato etimologico è quello) susciterebbe indiscutibile riprovazione. Quelli che si impegnano nello jihad vengono chiamati mujahedin, e coloro che vengono uccisi nel corso di esso sono detti shuhadaa, ovvero "martiri". Sarebbe assurdo per gente che considera il jihad come "la lotta quotidiana della vita" definirsi mujahedin in vita e martiri dopo morti.
Il Concise Oxford Dictionary descrive il jihad come una "guerra religiosa dei musulmani contro i miscredenti; campagna militare pro o contro una dottrina". In Occidente si fa comunemente riferimento al jihad come a "guerra santa". Ma in arabo guerra santa suonerebbe "Harb al-Muqadassah", un'espressione che non compare né nel Corano né nella Sunna, che costituiscono le fonti migliori per comprendere il significato di jihad e di qualunque altro concetto della dottrina islamica. I concetti di jihad e di qitaal ("combattimento") nel Corano ricorrono più di un centinaio di volte in totale; entrambi sono spesso accompagnati dalle parole "fi sabeel lillah" (per la causa divina). L'argomento jihad è sviluppato in modo molto dettagliato in tutto il Corano: alcune sure delle più lunghe sono dedicate ad esso in modo pressoché esclusivo. Tutti i libri che contengono 'ahadith autentici, ovvero i detti e le azioni attribuiti al Profeta, contengono centinaia di paragrafi sotto il titolo complessivo di jihad. Questo vale anche per le centinaia di trattati generali sul fiqh, la giurisprudenza islamica, come per quelli centrati espressamente sul jihad.
Gli studiosi islamici hanno definito quattro livelli nel jihad. Il jihad del nafs, ovvero "del sé", il jihad contro Shaytan, contro il diavolo, contro i desideri, il jihad contro i miscredenti e gli ipocriti ed il jihad contro gli oppressori e contro chi commette deliberatamente il male. Limitare il concetto di jihad ad una sola interpretazione è dunque scorretto. Il miglior modo per accostarsi ad esso consiste nel riconoscere che i suoi vari livelli si completano a vicenda, più che contraddirsi l'uno con l'altro. Si può intraprendere un jihad fisico con il cuore e con le parole allo stesso modo con cui lo si intraprende con la propria ricchezza o con le proprie azioni. Uno hadith attribuito al Messaggero che afferma "Il mujahid è colui che si leva in lotta contro la propria stessa anima" non nega e non ne contraddice un altro, che cita il jihad come "il massimo di ciò che è importante" o come una buona azione la cui ricompensa è senza pari.
Esiste consenso nelle scuole islamiche sull'assunto secondo il quale il jihad diventa un dovere individuale come la preghiera ed il digiuno per gli uomini e le donne musulmani le cui terre siano occupate da nemici stranieri. Questo obbligo si estende man mano alle terre confinanti, fin quando il nemico non è stato respinto. Se l'intera comunità dei credenti non assolve a questo obbligo, si trova in condizione di peccato; se un numero sufficiente di appartenenti alla comunità dei credenti riescono a portarlo a termine, tutti sono assolti. Lo jihad compiuto facendo ricorso alla propria ricchezza è obbligatorio quando c'è da assicurare la liberazione di musulmani prigionieri. L'imam Malik ha affermato: "se un musulmano è prigioniero di guerra... è un obbligo per gli altri assicurare la sua liberazione, anche se essa richiede tutto quello che i musulmani possiedono". Alcuni studiosi suppongono che quand'anche il jihad fosse proibito con decisione nell'islam, esso sarebbe permesso sotto la spinta della necessità nel caso le terre musulmane vengano invase, secondo la stessa logica che rende permesso ai musulmani il consumo della carne di maiale nei casi in cui non vi sia nient'altro da mangiare.
Nel corano esistono anche ammonimenti precisi, che riguardano i musulmani che abbandonano il jihad: se non procedete sulla via del jihad Allah vi infliggerà un grave castigo e vi sostituirà con un altro popolo; voi non sarete in nessun caso in condizioni di infliggerGli alcun danno. Il potere di Allah si estende su ogni cosa, ed uno hadith attribuito al Profeta afferma: "Un popolo non abbandona il jihad, a meno che non venga umiliato".
Dal punto di vista storico il Corano esorta in ogni caso a soccorrere chi si trova in condizioni di oppressione. E qualunque sarà la causa per cui non combatterete in nome di Allah, dei deboli e degli oppressi tra gli uomini, delle donne e dei bambini che gridano 'Signore, proteggici da questa città i cui abitanti ci opprimono, innalza per noi qualcuno che ci proteggerà, innalza per noi qualcuno che aiuterà il nostro popolo', vi sono comunque stati altri che hanno sempre ascoltato questo appello. Col trascorrere del tempo il loro numero è diminuito, ma il Profeta ha detto: "Mai cesserà di esistere in mezzo alla mia gente un gruppo che continuerà a combattere per quella verità che è evidente a quegli stessi che sono loro ostili..."
Durante gli anni Ottanta del passato secolo il vocabolo mujahedin in Occidente ha fatto esclusivo riferimento ai combattenti afghani che resistevano all'occupazione sovietica del loro paese. Il loro nome venne portato in palmo di mano in Europa ed in America ed il loro grido furibondo, sotto la bandiera del jihad, venne sostenuto dalle fatwa (pareri vincolanti per i credenti) degli studiosi islamici così come dai leader e dai politici occidentali. Ci si mise perfino Hollywood, pompando i "gloriosi mujahedin" con una bella dose di Sylvester Stallone in Rambo 3. Un dato di fatto che per ragioni di convenienza è stato spinto nel dimenticatoio ai giorni d'oggi è che unità mujahedin afghane ed arabe furono portate durante gli anni Ottanta nel Regno Unito, e ricevettero addestramento da parte dei commandos del SAS tra le pittoresche montagne del parco nazionale di Snowdonia e nelle highland della Scozia. Testimoni che facevano parte dei loro istruttori raccontano di come trovarono che i mujahedin, montanari essi stessi, erano degli ottimi allievi. In concreto fu grazie ai lanciarazzi antiaerei spallabili forniti dalla Gran Bretagna che il volto della guerra afghana cambiò. Anche se non nella maniera che gli inglesi avrebbero voluto.
L'elicottero - cannoniera sovietico Mil 24, a volte chiamato "il carro del Diavolo", col suo terrificante arsenale di cannoncini e razzi, portò il finimondo sugli scarsamente difesi villaggi di fango dei mujahedin afghani. Avevano poche capacità di difesa antiaerea e questo è il motivo per cui gli inglesi dettero loro i lanciarazzi, che si rivelarono peraltro poco efficaci. A questo punto gli Stati Uniti provvidero rifornimenti clandestini di missili Stinger a testata cercante, un'arma con un tasso di letalità di sette colpi su dieci. Questi missili rappresentarono il catalizzatore che cambiò il volto e le sorti della guerra, del jihad, in Afghanistan.
Va detto che il sostegno internazionale per i combattenti della resistenza afghana, araba e musulmana era ampiamente diffuso, ed essi non venivano certo definiti, con sprezzo sbrigativo, "jihadisti" invece di mujahedin, dediti al "jihadismo" invece che al jihad, e all'"islamismo" invece che all'Islam. Dobbiamo anche dire che i mujahedin allora non mettevano a segno attacchi contro obiettivi civili in Occidente.
Nei primi tempi dell'Islam, ed anche in epoca preislamica, i campioni appartenenti a schiere opposte usavano sfidarsi a duello in singolar tenzone. Si trattava di una prova di mascolinità (rajolah) in cui entravano le competenze ed il coraggio individuali. Il Messaggero (benedizione su di Lui) e i suoi compagni erano famosi per la loro ferocia e per la determinazione che in battaglia dimostravano contro i nemici, almeno quanto lo erano per la misericordia e la magnanimità che dimostravano nei confronti degli sconfitti. In uno dei più famosi duelli mai entrati a far parte della storia islamica, durante la Battaglia della Trincea Alì, il cugino del Profeta, accettò di misurarsi con Amr, "il più grande guerriero d'Arabia". Dopo un lungo ed estenuante duello, Alì riuscì a mettere sotto il rivale. Nel momento in cui il colpo di grazia stava per abbatterglisi addosso, Amr sputò sul viso di Alì. Quello che Alì fece allora, viene ricordato in tutta la storia islamica -che siano sunnite o sciite le fonti- come esempio insuperabile di comportamento disinteressato; qualcosa che oggi è raramente messo in pratica. Alì si levò con calma dal petto di Amr, si pulì il viso e disse: "Sappi, Amr, che io uccido soltanto alle condizioni che Allah mi ha indicato, e non per miei motivi personali. Mi hai sputato in viso; ucciderti adesso potrebbe venire da un mio personale desiderio di vendetta. Dunque ti risparmio la vita". Non esiste alcuna rajoolah o alcun onore nell'uccidere dei civili disarmati.
Il personaggio forse ritenuto più degno di considerazione nel mondo musulmano dopo il Profeta Muhammad (benedizione su di Lui) è Salah ed'Din, Saladino. L'aver liberato Gerusalemme e la Terrasanta dai crociati gli ha guadagnato in eterno nella storia un posto nel cuore dei musulmani. Ancora oggi, in questi giorni traumatici e di tirbolazione, non è insolito udire gli imam delle moschee implorare la venuta di un simile liberatore. Ma è il senso di ammirazione che l'Occidente gli ha riservato a rendere Saladino un caso tutto speciale. Si sono costruite leggende sulla sua magnanimità verso gli avversari, il suo senso di cavalleria è considerato esemplare. La sua umiltà, il suo senso di misericordia, il suo coraggio, il suo senso dell'onore, la sua integrità morale e la sua generosità sono le cose verso cui i musulmani in generale ed i mujahedin in particolare ripongono le loro maggiori aspirazioni. La presa di Gerusalemme da parte di Saladino nel 1187 fu magnanima a paragone del deliberato bagno di sangue che i crociati fecero nel 1099. Perdonò molti di coloro che avevano combattuto contro di lui, liberò molti prigionieri e concesse libertà di passaggio e rispetto ai civili. Eppure, molti non musulmani che hanno coraggiosamente sfidato le convinzioni errate in materia di Islam che circolano in Occidente sono caduti nella trappola della negazione. In un meraviglioso libro sulla vita di Saladino, uno storico scrive, ed è qualcosa che lascia esterrefatti: "Nel ventunesimo secolo, la parola jihad risuona potente nel mondo islamico. Anche se il vocabolo non si trova nel Corano, esso è entrato molto presto nell'uso comune". Errori di questa evidenza non fanno che rafforzare l'idea che in Occidente si desidera davvero poco comprendere l'Islam nella sua vera essenza.
Dopo gli attacchi dell'11 settembre l'amministrazione statunitense cercò di lanciare la propria "guerra al terrore" con il nome di Operazione Giustizia Infinita. Il malaccorto Bush jr., facendo riferimento alla "sua crociata", capì presto quanto offensivo potesse risultare per i suoi potenziali alleati musulmani che gli Stati Uniti si mettessero praticamente pari a pari con il divino. La ridenominazione fu infelice anch'essa, L'Operazione Libertà Duratura ha provato oltre ogni dubbio che la libertà degli americani era piuttosto -almeno per tutti noi che siamo stati abbastanza sfortunati da provare le loro carceri- un qualcosa che dovevamo sopportare. Per noi avrebbe dovuto chiamarsi Operazione Fine della vostra Libertà, e lo stesso per le altre migliaia di persone che sarebbero finite man mano in carcere in tutto il mondo. E' iniziata come espressione del desiderio di giustizia ed è diventata un atto deliberato di vendetta; adesso è una guerra contro una fede religiosa e contro tutto ciò che essa concede -o con cui obera- la sua gente.
I musulmani hanno appreso il significato della "giustizia americana" di Bush a Guantànamo, a Bagram, ad Abou Ghraib e in molti luoghi segreti di detenzione sparsi in tutto il mondo. Le procedure di arresto extragiudiziale (rapimento, detenzione in carceri camuffate, tortura), gli abusi religiosi, razziali e sessuali, il trattamento crudele, inumano e degradante sono tutti concepiti per terrorizzare le vittime ed hanno portato a false confessioni che sono servite come puntello per estendere l'occupazione delle terre dei musulmani. Questo è terrorismo della peggiore specie, specie perché tutto questo è stato fatto in nome della virtù. Nei campi di detenzione di Guantànamo -un posto dove perfino le iguana sono protette dalla legge, che le tutela con lo Endangered Species Act- i prigioneri non hanno diritti legali o diritti umani. Ogni cosa che viene loro concessa è un privilegio, carta igienica compresa. Fuori da ciascun campo c'è una targa che recita "Difendere la libertà è una questione di onore". L'ironia pungente sta nel fatto che in un luogo del genere c'è tanto onore quanta libertà.
Sono stati poco onorevoli anche i violenti attacchi contro la popolazione civile, che hanno provocato 2976 morti negli Stati Uniti, 191 in Spagna e 52 nel Regno Unito. Ma almeno in questi casi conosciamo i numeri, precisi fino all'ultima cifra, perché ogni singolo individuo è importante. Invece migliaia di tonnellate di missili tomahawk, di razzi hellfire, di bombe a grappolo, di bombe intelligenti, di bombe al fosforo, di "tagliamargherite" da millecinquecento libbre e miliardi di proiettili sparati dalle mitragliatrici e dai fucili d'assalto hanno ucciso più persone in Iraq ed in Afghanistan di quanto sia possibile sapere. Esistono stime che vanno dalle centomila ai due milioni. La ragione per cui non esistono stime attendibili per questi paesi è che nessuno contava niente. Né coloro che uccidevano, né coloro che venivano uccisi. Tutti quanti erano meno che vittime collaterali, non erano neanche numeri. Non sono niente. Se l'undici settembre è stato un atto terroristico, ed io credo che lo sia stato, come dovremmo chiamare tutto questo?
La parola "terrorismo" è entrata nell'uso della lingua inglese alla fine del diciannovesimo secolo, dopo che la rivoluzione francese e il suo "Regno del Terrore" avevano portato alla nascita della democrazia francese. Dal momento che la nozione di terrorismo è stata dapprima applicata ad uno stato sovrano, piuttosto che a singoli individui o a gruppi, arrivare a definire il termine in modo univoco è diventato quasi impossibile. E' per questo che in lingua inglese esistono oltre cento significati per questo vocabolo: l'unico fattore comune a tutte è dato dal fatto che comprendono l'uso della violenza o la minaccia di un suo utilizzo. Il Concise Oxford Dictionary definisce terrorista qualcuno che "agevola o utilizza metodi che inducano terrore per governare o per piegare al proprio volere un governo o un gruppo sociale". Non desta meraviglia il constatare che le definizioni più recenti di "terrorismo", come quella che troviamo nello American Heritage Dictionary, escludono il governo dai candidati potenziali: "L'uso illegale, o la sua minaccia, della forza o della violenza compiuto da una persona o da un gruppo organizzato contro altre persone o contro la proprietà, messo in atto con l'intenzione di intimidire o di piegare alla propria volontà gruppi sociali o governi, spesso per ragioni politiche o ideologiche".
Non c'è da sorprendersi neppure del fatto che i musulmani siano montati in collera ed abbiano risposto con azioni armate fuori dalle loro terre dando sfogo alla loro indignazione. Se è stato jihad resistere all'occupazione sovietica in Afghanistan, se è stato jihad contrastare i massacri dei serbi in Bosnia, come può essere qualcosa di diverso il resistere all'occupazione delle terre musulmane ancora oggi in atto? Forse che il jihad è una specie di attrezzo che può essere usato o riposto a seconda del proprio interesse? Il problema è che pochissime persone si dànno la pena di distinguere tra quanti combattono -o cercano di combattere- le forze di uno straniero invasore, e quanti scelgono invece di combattere contro civili inermi che con tutto questo hanno poco a che fare, e che in molti casi si oppongono alla guerra.
Il 28 giugno 1940 i nazisti occuparono le Isole del Canale, battendo il nemico in quella che a sud è praticamente la porta di ingresso del Regno Unito. Mentre il grosso dell'esercito regolare era impegnato in operazioni in tutta europa, in Nord Africa ed in estremo oriente, più di un milione e mezzo di uomini si arruolarono nella Guardia Nazionale, nota col soprannome affettuoso di Dad's Army. Il piano di emergenza da attuare in caso i tedeschi fossero riusciti ad occupare la Gran Bretagna prevedeva anche l'addestramento di questi uomini nelle tecniche della guerriglia. L'addestramento iniziò ad Osterley Park, a Londra, dove veterani comunisti della guerra civile spagnola insegnarono ai volontari britannici come costruire ordigni esplosivi rudimentali, bottiglie molotov e bombe a mano, e progettarono di sabotare e di compiere atti terroristici contro eventuali occupanti nazisti. L'addestramento ebbe successo e vennero aperti vari altri campi dello stesso genere. Per fortuna i nazisti furono battuti sul loro stesso terreno, ma se fossero sbarcati in Gran Bretagna sarebbero andati incontro ad un bel po' di fastidi. Così com'è succeso oggi agli occupanti dell'Iraq e dell'Afghanistan, all'epoca i nazisti sarebbero stati i benvenuti per pochissimi tra i sudditi di Sua Maestà, similmente a quanto loro successo in molti altri paesi, ed avrebbero tacciato di "terroristi" gli insorti britannici, così come fecero per la resistenza francese.
La parola araba irhab è oggi in uso per indicare il terrorismo. Tuttavia, l'utilizzo di questa parola ha radici ed applicazioni che sono del tutto differenti nei confronti della sua controparte europea. Il Corano afferma: "Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati, per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro...". Anche se il terrorizzare cui fa riferimento il verso viene a volte utilizzato scorrettamente da alcuni musulmani per giustificare il terrorismo, l'esegesi coranica classica e contemporanea concorda sul fatto che il testo qui si riferisce ad un esercito che si sta preparando alla battaglia. E' chiaro che una sciera potente e determinata, pronta e decisa è già abbastanza per costituire causa di preoccupazione per qualunque contendente. Ma un esercito, musulmano o meno, non si riunisce, per lo più, per minacciare e terrorizzare la popolazione civile.
Un altro verso del Corano a volte distorto nello stesso modo è "E se trasgrediscono nei vostri confronti, fate lo stesso con loro, nello stesso modo in cui essi hanno commesso trasgressione..." per giustificare la violenza indiscriminata nei confronti dei civili, considerata una tattica di guerra giustificabile per ripagare il male con il male secondo la stessa logica del "danno collaterale". Ma il verso ha una conclusione, "E temete Allah e sappiate che Allah è dalla parte di coloro che lo temono" che rende chiaro che per quanto brutale possa essere il nemico i musulmani devono comunque comportarsi in un modo che rispecchi il loro timore per il Creatore. Il Corano afferma anche: "Combattete sul sentiero d'Allah coloro che vi combattono, e non trasgredite i limiti; Allah in verità non ama i trasgressori". Il massacro indiscriminato ed il saccheggio non sono pratiche approvate dall'Islam.
Durante la guerra -o jihad- in Bosnia durante gli anni Novanta migliaia di donne musulmane sono state sistematicamente violentate dai soldati serbi, guidati da Slobodan Milošević, Radovan Karadžić e Ratko Mladić, sotto accusa per crmini di guerra. Oltre a questo, centinaia di migliaia di bosniaci sono stati brutalmente uccisi e sono rimasti vittime della pulizia etnica. Di conseguenza, migliaia di musulmani provenienti da tutto il mondo si sono offeti volontari sotto la banidera del jihad, in soccorso dei loro correligionari assediati. In ogni caso, i crimini perpetrati dai nemici dei musulmani non conferiscono ai musulmani il diritto di restituire il male fatto. I musulmani non possono neppure prendere il considerazione l'idea di impiantare dei campi in cui dedicarsi allo stupro delle donne serbe, o a quello di donne di qualunque altra provenienza.
Fu dopo essersi imbattuto nel corpo di una donna non musulmana rimasta uccisa in una battaglia che il Profeta disse "Non è una di coloro che avremmo combattuto". Poi disse ad uno dei suoi compagni: "Cerca Khalid [ibn al'Walid, il più importante generale musulmano] e digli di non uccidere le donne, i bambini e i prigionieri". Il Messaggero si espresse più tardi in modo anche più specifico, ripetendo ai suoi soldati di non considerare mai dei bersagli le donne, i bambini, gli anziani, i religiosi o i paesani disarmati. Proibì anche con decisione l'uso del fuoco per uccidere e la mutilazione dei cadaveri, proibì di tagliare gli alberi senza che ve ne fosse necessità e di torturare i prigionieri catturati.
Il jihad tenta di terrorizzare coloro che sono coinvolti nella pratica dell'oppressione, dell'abuso e della violazione della santità umana; gli uomini che si comportano secondo correttezza non hanno motivo di temerlo, anche se i loro governi hanno commesso crimini a loro nome. combattere con tanta discriminazione i nemici può rappresentare il più difficile dei jihad del nafs, ma è qualcosa che nondimeno viene richiesto ad ogni musulmano.
Voi che credete! Resistete a piè fermo per Allah come giusti testimoni e non lasciate che l'ostilità e l'odio degli altri vi spingano a non comportarvi secondo giustizia. Siate giusti, che è la cosa più vicina alla pietà, e temiate Allah. Anche mentre resistiamo ai nostri oppressori, non dobbiamo mai permettere loro di diventare quelli che hanno qualcosa da insegnarci.
 

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