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Glenn Greenwald - Stati Uniti d'America, caso Tarek Mehanna: ecco chi sono i veri criminali PDF Stampa E-mail
Venerdì 04 Maggio 2012 07:07
Tarek Mehanna in un fotogramma da un video girato a Boston nel 2009 (Reuters/WHDH-TV)

Traduzione da Salon.

L'esemplare comportamento in tribunale di un musulmano americano condannato per le sue idee politiche

In una delle più plateali violazioni al principio di libertà di parola garantito dal Primo Emendamento che si sia vista da un po' di tempo a questa parte, un musulmano americano di nome Tarek Mehanna è stato processato alla metà di aprile di quest'anno in un tribunale federale di Boston che lo ha condannato a diciassette anni di carcere. E' stato giudicato colpevole di aver sostenuto Al Qaeda per aver tradotto in lingua inglese alcuni documenti diffusi dai terroristi e per aver espresso "considerazioni positive" sul conto dell'organizzazione, oltre che per aver tramato per "uccidere" soldati statunitensi in Iraq (ovvero, per aver mosso guerra ad un esercito invasore che sta conducendo un attacco deliberato contro un paese musulmano). Sono ancora in viaggio e non ho molto tempo oggi per scrivere del caso specifico; Adam Serwer vari mesi fa ha scritto un eccellente sunto di perché la persecuzione giudiziaria contro Mehanna costituisca una minaccia tanto odiosa contro la libertà di parola; qui si trovano altri dettagli sul caso, ed io stesso mi sono già espresso sul conto della crescente criminalizzazione della libertà di parola verificatasi nel corso delle presidenze Bush ed Obama, per cui i musulmani vengojno perseguiti per le loro idee politiche pur chiaramente protette; adesso però voglio che tutti leggano qualcosa di abbastanza stupefacente: la dichiarazione incredibilmente eloquente e profonda che Mehanna ha pronunciato prima che venisse letta la sentenza che lo condannava a diciassette anni di carcere.
Io credo che prima o poi in futuro sarà la storia a giudicare in modo piuttosto chiaro chi sono i veri criminali in questo caso giudiziario. Non Mehanna, ma quelli che hanno messo in piedi la politica che egli si è sentito obbligato a combattere, e le figure che hanno cospirato per consegnarlo per due decenni ad una cella.

La dichiarazione di Tarek - 12 aprile 2012
Letta al giudice O'Toole al momento dell'emissione della sentenza, 12 aprile 2012


In nome d'Iddio, compassionevole e misericordioso.
Quattro anni fa esatti, proprio in aprile, avevo finito il mio turno di lavoro all'ospedale. Stavo andando a piedi a riprendere la macchina quando mi vennero vicino due agenti federali. Mi dissero che potevo scegliere tra due cose: potevo prendere la strada più facile, o potevo prendere quella più difficile. Quella facile, come mi spiegarono, significava diventare un informatore per il governo. Se avessi accettato non avrei mai visto come sono fatti un tribunale o una cella. Quella difficile, beh, è quella che mi ha condotto qui. Sono qui dopo aver passato la gran parte degli ultimi quattro anni in una cella singola grande quanto un ripostiglio ed in cui trascorro chiuso a chiave ventitré ore al giorno. L'FBI e gli inquirenti hanno lavorato molto duramente -e il governo ha speso milioni di dollari di tasse- per chiudermi in quella cella, farmici restare, portarmi in tribunale e alla fine avermi qui in piedi davanti a voi perché oggi fossi condanato a trascorrervi ancora più tempo.
Nelle settimane che hanno preceduto questo momento molte persone mi hanno dato dei suggerimenti su quello che avrei dovuto dirvi. Alcuni hanno detto che avrei dovuto pietire misericordia sperando in una sentenza leggera, altri invece mi hanno detto che in un modo o nell'altro non me la sarei comunque cavata con poco. Quello che voglio fare io è soltanto parlare di me per pochi minuti.
Quando mi sono rifiutato di diventare un informatore, quelli del governo hanno reagito accusandomi del "crimine" di aver sostenuto i mujaheddin -o, come li chiamano loro, i "terroristi"- che combattono contro l'occupazione dei paesi musulmani in tutto il mondo. Io non sono nato in un paese musulmano, sono nato e cresciuto qui in America e questa cosa irrita molta gente: com'è possibile che io, americano, creda nelle cose in cui credo e prenda le posizioni che prendo? Tutto quello cui un uomo è esposto nell'ambiente in cui vive ha un qualche effetto su di lui, ed io non faccio eccezione. Così, per più versi, io sono come sono proprio perché sono americano.
A sei anni cominciai a raccogliere una grande collezione di fumetti. E' stato Batman a ficcarmi in testa un certo concetto, a presentarmi una certa visione paradigmatica di come funziona il mondo: da una parte ci sono gli oppressori, dall'altra ci sono gli oppressi, e poi ci sono quelli che si alzano a difendere gli oppressi. La cosa mi ha colpito a tal punto che per tutto il resto dell'infanzia sono stato attratto da qualunque libro riflettesse questa visione: La capanna dello Zio Tom, l'autobiografia di Malcolm X... riuscii a trovare una dimensione etica anche nel Giovane Holden.
Quando andai alle superiori e cominciai a seguire delle vere lezioni di storia, imparai come il mondo funzioni davvero in quel modo. Seppi dei Nativi Americani e di quello che li aveva fatti cadere nelle mani dei colonizzatori europei, ed imparai poi di come i discendenti di quei colonizzatori vennero a loro volta oppressi dalla tirannia di re Giorgio III.
Lessi la storia di Paul Revere, di Tom Paine, e di come gli americani insorsero armati contro le forze militari britanniche: un'insurrezione che adesso ricordiamo riverenti come guerra rivoluzionaria americana. Da bambino ho anche partecipato a varie gite scolastiche la cui meta era a pochi isolati di distanza da dove ci troviamo adesso. Imparai chi fossero Harriet Tubman, Nat Turner, John Brown e la lotta contro la schiavitù in questo paese. Imparai la storia di Emma Goldman, di Eugene Debs, e la storia delle lotte sindacali, della classe operaia, dei poveri. Studiai di Anna Frank e dei nazisti, e di come perseguitavano le minoranze e imprigionavano i dissidenti. Studiai la storia di Rosa Parks, di Malcolm X, di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili.
Studiai la storia di Ho Chi Minh e di come i vietnamiti abbiano combattuto per decenni per liberarsi da un invasore dopo l'altro. Lessi di Nelson Mandela e della lotta contro l'apartheid in Sud Africa. Tutto quello che ho imparato in quegli anni non ha fatto che confermare le prime cose che avevo appreso a sei anni: nella storia c'è sempre stata una lotta incessante tra oppressi ed oppressori. E in ogni lotta che mi capitava di studiare stavo sempre con gli oppressi e provavo sempre ammirazione per coloro che si levavano a difenderli, non importa di quale nazionalità o di quale religione fossero. E non ho mai buttato via gli appunti che prendevo a scuola: sono tutti in ordine, impilati nell'armadio di camera a casa mia, anche mentre sto qui in piedi a parlare davanti a voi.
Di tutti i personaggi storici di cui mi sono interessato, uno spicca su tutti gli altri. Rimasi impressionato per più versi da Malcolm X, ma la cosa di lui che più mi ha colpito è stata la sua trasformazione, il suo percorso di trasformazione personale. Non so se avete visto il film X di Spike Lee; è un film che dura più di tre ore e mezza, ed il Malcolm che si vede all'inizio è diverso dal Malcolm che si vede alla fine. All'inizio è un delinquente analfabeta, poi arriva ad essere un marito, un padre, una guida protettiva e faconda per il suo popolo, un bravo musulmano che compie lo Hajj alla Mecca e, alla fine, un martire. La vita di Malcolm mi ha insegnato che l'Islam non è qualcosa di innato, non è una cultura e non è una questione di appartenenza etnica. L'Islam è un modo di vivere, una condizione mentale che tutti possono scegliere, non inporta da dove vengono o come sono cresciuti. Questo mi ha spinto ad approfondire l'Islam, e l'Islam mi ha conquistato. Ero solo un adolescente, ma l'Islam si è mostrato in grado di dare una risposta ad un interrogativo davanti al quale le più grandi menti scientifiche si sono dimostrate impotenti, la questione capace di spingere alla depressione e al suicidio anche l'individuo più ricco e famoso che non sia in grado di dare ad essa una risposta: qual è il significato della vita? Perché esistiamo? L'Islam inoltre risponde anche all'interrogativo del come dovremmo regolare le nostre esistenze. E dal momento che non schiera alcuna gerarchia e alcun ordine sacerdotale, io stesso ho potuto direttamente e senza indugio iniziare ad approfondire i testi del Corano e gli insegnamenti del Profeta Muhammad ed intraprendere il cammino verso la comprensione di cosa tutto questo significasse, delle implicazioni che l'Islam ha per me in quanto essere umano, per me come individuo, per la gente che mi circonda e per il mondo intero; e più studiavo, più consideravo l'Islam prezioso come l'oro. La pensavo in questo modo quand'ero adolescente ma anche adesso, nonostante tutto quello che ho sofferto negli ultimi anni, io sono qui in piedi davanti a voi e davanti a chiunque altro in quest'aula di tribunale nelle vesti di uno che è orgoglioso di essere musulmano.
Man mano che studiavo cominciai ad interessarmi a quello che stava succedendo ai musulmani in varie parti del mondo. Ovunque guardassi vedevo all'opera grandi potenze intente a cercare di distruggere quello che io invece amavo. Lessi di cosa avevano fatto i sovietici ai musulmani dell'Afghanistan e i serbi ai musulmani di Bosnia; lessi di quello che i russi stavano facendo ai musulmani in Cecenia. Lessi di quello che lo stato sionista aveva fatto in Libano, e di quello che sta continuando a fare il Palestina con il pieno sostegno degli Stati Uniti. E infine scoprii quello che la stessa America stava facendo ai musulmani. Lessi della guerra nel Golfo e delle bombe ad uranio impoverito che hanno ucciso migliaia di persone e fatto salire alle stelle il numero dei casi di cancro in tutto l'Iraq. Ho letto delle sanzioni volute dall'America, sanzioni che hanno vietato di importare in Iraq cibo, farmaci ed equipaggiamenti medici, e di come -secondo le Nazioni Unite- più di mezzo milione di bambini sia morto a causa di tutto questo. Ricordo una sequenza tratta da un'intervista a Madeline Albright trasmessa da 60 minutes, in cui la Albright diceva che secondo lei era "valsa la pena" che tutti quei bambini morissero. L'ho visto l'undici settembre, quando un gruppo di persone si è spinto a dirottare degli aerei e a farli schiantare contro dei palazzi tanta era l'indignazione per la morte di quei bambini. L'ho visto poi, quando l'America ha attaccato ed invaso direttamente l'Iraq. Ho visto gli effetti dello "Shock and Awe" il giorno in cui è iniziata l'invasione, i bambini nelle corsie degli ospedali con le schegge dei missili americani che gli uscivano dalla fronte (no, nulla di tutto questo è andato in onda sulla CNN).
Ho saputo cos'è successo nella città di Haditha dove ventiquattro musulmani, tra i quali c'erano donne, bambini e addirittura un settantaseienne ridotto in sedia a rotelle, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e di bombe mentre ancora stavano dormendo nei loro letti da fucilieri di marina degli Stati Uniti. Ho saputo di Abeer al Janabi, una ragazzina irachena di quattordici anni che cinque soldati americani hanno violentato in gruppo, prima di sparare in testa a lei e a tutta la sua famiglia e di dare alla fine i loro corpi alle fiamme. Vi voglio ricordare che, come potete facilmente constatare di persona, le donne musulmane non lasciano intravedere neppure i loro capelli ad un uomo a loro estraneo. Cercate dunque di immaginare questa ragazzina, che viene da un villaggio conservatore, cui vengono strappati i vestiti e che viene violentata non da uno, non da due, non da tre, non da quattro, ma da cinque soldati. Anche oggi seduto nella mia cella posso leggere degli attacchi con i droni che continuano ad uccidere ogni giorno dei musulmani in paesi come il Pakistan, la Somalia e lo Yemen. Un mese fa abbiamo tutti sentito la notizia dei diciassette musulmani afghani, per lo più mamme con i loro bambini, cui un militare americano ha sparato, dando anche in questo caso fuoco ai loro corpi.
Tutte storie che finiscono nei titoli di testa, ma una delle prime cose che ho imparato è che l'Islam è essenzialmente una questione di lealtà e di fratellanza: ogni donna musulmana è mia sorella, ogni uomo mio fratello, e tutti insieme siamo un tutt'uno i cui appartenenti hanno il dovere di proteggersi reciprocamente. In altre parole io non posso accettare che cose simili vengano fatte a miei fratelli e a mie sorelle -qui in America o altrove- e rimanere indifferente. Ho continuato a solidarizzare con gli oppressi, ma adesso la questione diventava più personale, così come diventava più personale la mia ammirazione per coloro che li difendevano.
Prima ho citato Paul Revere; quando iniziò la sua cavalcata nella notte, lo fece per avvertire che gli inglesi stavano dirigendosi verso Lexington per arrestare Sam Adams e John Hancock, e verso Concord per sequestrare le armi che i Minuteman vi avevano accumulato. Appena gli inglesi giunsero a Concord trovarono i Minuteman ad attenderli armi alla mano. I Minuteman aprirono il fuoco contro gli inglesi, li costrinsero a combattere e li batterono. La Rivoluzione Americana è nata con quello scontro armato. C'è una parola, in arabo, per descrivere quello che quei Minuteman fecero quel giorno. Questa parola è jihad. Ecco per che cosa mi si processa. Tutti questi video e tutte queste traduzioni e tutte questi litigi bambineschi a base di "Ehi, ha tradotto questo paragrafo" e "Oh, ha riportato questa frase" e tutto il resto del baraccone ruotano attorno ad una questione sola: quella dei musulmani che si sono difesi contro i soldati americani, che stavano facendo loro esattamente quello che i britannici fecero a suo tempo all'America. Nel corso del processo è venuto fuori chiaro e limpido che non ho mai, mai progettato di "uccidere americani" nei grandi magazzini o chissà dove altro. Gli stessi testimoni di parte del governo hanno negato la cosa, e mettiamoci pure tutta la fila di periti che si è avvicendata a quel banco, passando ore a vivisezionare ogni singola parola che ho scritto per spiegare come la pensavo. Inoltre, all'epoca in cui ero ancora libero, quelli del governo hanno mandato un agente sotto copertura per cercare di tirarmi dentro ad uno dei loro "complotti del terrore"; io mi sono rifiutato di partecipare. Stranamente la giuria non ha mai sentito parlare di tutto questo.
Questo processo, quindi, non riguarda quello che penso dei musulmani che uccidono dei civili americani. Riguarda quello che penso degli americani che uccidono dei civili musulmani, e su questo argomento io penso che i musulmani devono difendere le loro terre dagli stranieri invasori, sovietici, americani o marziani che siano. Ecco quello che penso. E' quello che ho sempre pensato e quello che continuerò a pensare. Non si tratta né di terrorismo né di estremismo. E' semplicemente tutto quello che simboleggiano le frecce che compaiono sul sigillo che sta sopra le vostre teste: la difesa della patria. Io non sono d'accordo con i miei avvocati quando affermano che non dovete condividere ciò che penso. No, chiunque abbia un po' di senso comune e un po' di umanità non può che essere d'accordo con me. Se qualcuno fa irruzione in casa tua per rapinarti e fare del male alla tua famiglia, è la pura e semplice logica ad imporre che tu faccia tutto quanto serve per cacciare da casa gli invasori.
Quando la casa è un paese musulmano, e quando l'invasore è l'esercito degli Stati Uniti, chissà perché i parametri di giudizio cambiano all'istante. Il buon senso viene ribattezzato "terrorismo" e la gente che si difende da qualcuno che dall'altra parte dell'oceano piomba lì per ammazzarla diventa i "terroristi" che "uccidono gli americani". Considerare l'America brutalizzata dai britannici che andavano per le sue strade due secoli e mezzo fa, significa considerare brutalizzati anche i musulmani; oggi sono loro che hanno i soldati americani per le strade. E' la mentalità del colonialismo.
Quando il sergente Bales il mese scorso ha sparato a tutti quegli afghani i mass media non hanno parlato altro che di lui: della sua vita, di quanto era stressato, del suo disturbo post traumatico da stress, del mutuo che doveva pagare per la casa: come se la vittima fosse stata lui. Alla gente che aveva ucciso sul serio non è stato riservato alcun coinvolgimento, come se non fossero stati individui reali, come se non fossero stati degli esseri umani. Purtroppo questo modo di pensare ha finito per contagiare tutti i membri della nostra società, che se ne siano o meno resi conto. Ci ho messo due anni, a furia di discussioni, spiegazioni e chiarimenti, per convincere i miei avvocati a togliersi il paraocchi e a dare per lo meno segno di accettare che c'era una logica in quello che sostenevo. Due anni! Persone tanto intelligenti hanno impiegato un tempo così lungo, e si trattava di persone tenute per mestiere a difendermi, per rivedere i propri assunti; quanto ci vorrebbe per mettermi sul serio davanti ad una giuria composta da individui scelti a sorte ma rispettosi della condizione di essere dei miei "pari imparziali"? Siamo seri. Io non sono stato chiamato in giudizio davanti ad una giuria di miei pari, perché con la mentalità che sta stringendo l'America di oggi non è possibile che ci siano dei mei pari. E facendo affidamento proprio su questo quelli del governo mi hanno processato; non perché ne avevano la necessità, ma semplicemente perché avevano il potere di farlo.
Studiando la storia ho imparato anche un'altra cosa. L'America, nel corso della storia, ha sostenuto i governi che più degli altri si sono macchiati di ingiustizie nei confronti delle minoranze - un modo di fare politica che godeva anche dell'avallo della legge - solo per poi guardarsi indietro e dire tra sé "Ma cosa avevamo per la testa?" La schiavitù, Jim Crow, l'internamento dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale furono tutte cose ampiamente accettate dalla società americana; ciascuna di queste iniziative è stata difesa dalla Corte Suprema. Ma col passare del tempo e man mano che l'America cambiava, sia la gente comune che i tribunali hanno preso a guardare al passato e a chiedersi "Ma cosa avevamo per la testa?" Nelson Mandela veniva considerato un terrorista dal governo sudafricano e venne condannato all'ergastolo. Il tempo è passato, il mondo è cambiato, i sudafricani hanno capito quanto oppressive fossero state le linee politiche seguite fino ad allora e che non era lui ad essere un terrorista, e l'hanno liberato. E' persino diventato presidente. Così, tutto è soggettivo: peersino tutto quest'affare del "terrorismo" e di chi è un "terrorista". Tutto dipende dal tempo e dal luogo e da qual è la superpotenza in quel momento.
Per voi io sono un terrorista; per voi non c'è nulla di strano nel fatto che io sia qui in piedi vestito con una tuta arancione. Ma un giorno l'America cambierà e la gente riconoscerà quello che sta succedendo qui ed oggi per quello che è realmente. Si ricorderanno di come centinaia di migliaia di musulmani sono stati uccisi e mutilati dai soldati statunitensi in altri paesi, anche se oggi sono io quello che va in prigione per aver "cospirato per uccidere o ferire" in quegli stessi paesi perché sostengo i mujaheddin che difendono quelle persone. Si ricorderanno di come il governo ha speso milioni di dollari per incarcerarmi come "terrorista": se riuscissimo in qualche modo a riportare in vita Abeer al Janabi proprio nel momento in cui veniva violentata da un gruppo di vostri soldati, a metterla sul banco dei testimoni e a chiederle chi sono i "terroristi", sicuramente ella non indicherebbe me. Quelli del governo dicono che sono ossessionato dalla violenza, ossessionato dall'"uccidere americani". Io, come musulmano che vive in tempi come questi, non potrei pensare ad una bugia più ironica.


Tarek Mehanna, 12 aprile 2012.

 

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