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Come uscire dal pantano afghano? Una lettera aperta a Barack Obama PDF Stampa E-mail
Lunedì 07 Maggio 2012 07:17


Villaggio nell'Afghanistan settentrionale visto dalla riva tagika del fiume Panj. Agosto 2008.

Traduzione da afghanistancalltoreason.com

Lettera aperta al Presidente Obama

Signor Presidente,

In qualità di accademici, di esperti e di appartenenti ad organizzazioni non governative ci siamo occupati di Afghanistan ed in Afghanistan abbiamo svolto il nostro lavoro; qualcuno di noi lo ha fatto per decenni. Oggi siamo molto preoccupati per l'andamento della guerra e per la mancanza di prospettive credibili per il futuro. Soltanto agli Stati Uniti la guerra oggi costa più di centoventi miliardi di dollari all'anno. Un prezzo che alla lunga è insostenibile. Inoltre, le perdite umane sono in crescita. Più di seicentoottanta soldati della coalizione internazionale -senza contare le migliaia di soldati afghani- sono morti quest'anno in Afghanistan, e l'anno non è ancora finito. Ci rivolgiamo a lei perché gli Stati Uniti facciano uso delle loro impareggiabili risorse e della loro influenza perché l'Afghanistan raggiunga quella pace cui anela da tanto tempo.
Nonostante tutte le risorse profuse, la situazione sul terreno è molto peggiore rispetto ad un anno fa perché l'insurrezione talebana ha guadagnato posizioni in tutto il paese. Lavorare fuori dai centri abitati o anche solo spostarsi via terra in Afghanistan è diventato molto difficile. Gli insorti hanno guadagnato popolarità grazie alle manchevolezze del governo afghano e agli errori della coalizione. Oggi i talebani rappresentano un movimento di portata nazionale, con una consistente presenza nelle regioni settentrionali ed occidentali del paese. Le basi straniere sono completamente isolate dall'ambiente che le circonda e non sono in grado di proteggere la popolazione. Le truppe straniere sono rimaste in Afghanistan più a lungo di quanto vi sia rimasta l'Armata Rossa sovietica. Dal punto di vista politico l'assetto emerso dall'intervento armato del 2001 non è sostenibile perché le componenti sociali di cui i talebani costituiscono la forma di espressione più violenta non vi sono rappresentate, e perché la costituzione, improntata ad un forte accentramento, va contro l'essenza della tradizione afghana, per esempio laddove prevede consultazioni elettorali a livello nazionale in quattordici dei prossimi venti anni.
Le operazioni militari nel sud dell'Afghanistan, nella provincia di Kandahar e nella provincia di Helmand non stanno andando bene. Quella che si pensava sarebbe stata una strategia basata sulla popolazione è diventata una campagna militare su vasta scala che provoca distruzione e vittime tra i civili. Le incursioni notturne sono diventate l'arma principale per l'eliminazione di sospetti talebani, ma la maggioranza della poplazione considera illegittimi metodi come questo. La violenza che caratterizza le operazioni militari ci stanno facendo perdere la battaglia per il consenso nelle aree pashtun del paese e questo ha un effetto diretto sulla sostenibilità delle operazioni belliche. Questo modo di agire sul terreno, al di là del fatto che si potrebbe discutere sulla sua efficacia dal punto di vista militare, fa crescere il malcontento. In considerazione del fatto che i talebani ricevono un sostegno attivo da parte del Pakistan, non è realistico scommettere su una soluzione militare. Gli attacchi compiuti con i droni in territorio pakistano hanno un effetto trascurabile sugli insorti, ma in compenso stanno destabilizzando il Pakistan. E i vuoti nelle file degli insorti sono colmati dalle nuove leve, che spesso sono ancora più radicali di quelle che le hanno precedute.
La campagna militare sopprime, peraltro soltanto a livello locale e soltanto temporaneamente, le manifestazioni del problema, ma non offre una vera soluzione ad esso. Con l'azione militare si possono raggiungere migliramenti locali e transitori delle condizioni di sicurezza, ma non si tratta di miglioramenti durevoli, né di qualcosa che possa essere riprodotto nelle grandi aree che sfuggono al controllo istituzionale ed in cui non esistono guarnigioni occidentali.
Il limite massimo del 2014 per il trasferimento delle consegne all'Esercito Nazionale Afghano non è realistico. Se si considera il veloce colliquarsi delle istituzioni statali a livello dei singoli distretti, è difficile pensare che un esercito forte riesca a resistere da solo senza l'appoggio di nessuna istituzione. La cosa può non piacere, ma i talebani sono da molto tempo una parte del panorama politico afghano, e dobbiamo negoziare con loro per riuscire a raggiungere una soluzione diplomatica. I capi talebani si sono mostrati disponibili al negoziato, ed è nel nostro interesse intavolare un dialogo con loro. La cosa che più interessa ai talebani è il futuro dell'Afghanistan e non, come qualcuno potrebbe pensare, ampliare la jihad islamica mondiale. I loro legami con Al Qaeda, che comunque non è più in Afghanistan, sono deboli. C'è bisogno di fare almeno un tentativo per sondare la possibilità di realizzare una soluzione politica in cui i talebani vengono considerati parte del sistema politico afghano. Le trattative con gli insorti potrebbero estendersi a tutti i gruppi dell'Afghanistan e a tutte le potenze regionali.
Le prese di contatto che esistono attualmente tra il governo Karzai e i talebani non bastano. Gli Stati uniti devono prendere l'iniziativa di intraprendere negoziati con gli insorti e indirizzare le trattative in modo che ne facciano parte gli interessi americani in materia di sicurezza. Inoltre, dal punto di vista degli elementi più vulnerabili della popolazione afghana -le donne e le minoranze etniche, per esempio- e rispetto ai limitati ma reali progressi compiuti dal 2001 ad oggi, prima si avviano trattative e meglio è, perché il prossimo anno i talebani saranno anche più forti. Ecco perché le chiediamo di avviare e sostenere dei colloqui diretti con lo stato maggiore talebano che si trova in Pakistan. Un cessate il fuoco ed il ritorno dello stato maggiore degli insorti in Afghanistan potrebbero rappresentare parte di un processo di allentamento del conflitto in grado di condurre alla formazione di un governo di coalizione. Dal momento che non esiste alcuna possiblità di una vittoria militare, proseguire con l'approccio fin qui adottato metterà gli Stati Uniti in una posizione molto difficile.
Perché un processo di negoziazione possa alleviare in modo significativo le più importanti questioni alla base del malcontento e ridurre le ineguaglianze sul piano politico, deve svolgersi su livelli molteplici, partendo dai rapporti internazionali tra i paesi confinanti con l'Afghanistan via via scendendo a livello di provincie e di divisioni amministrative dei singoli distretti. Condurre i negoziati su più tavoli è ncessario per rafforzare il messaggio, che a sua volta rispecchia la realtà dei fatti, secondo cui le discussioni sul futuro politico dell'Afghanistan devono riguardare dall'inizio alla fine tutte le parti interessate, e non consistere in qualche rapido abboccamento con qualche appartenente al fronte degli insorti.
Noi siamo convinti che con la mediazione si possano raggiungere accordi capaci di portare la pace in Afghanistan, di fare dei talebani degli attori responsabili nel quadro dell'ordinamento politico afghano, di garantire che l'Afghanistan non possa essere usato come base per il terrorismo internazionale, di proteggere le libertà conquistate a così caro prezzo dalla popolazione afghana, di contribuire a stabilizzare la regione e di rendere superflua la presenza di contingenti internazionali stranieri su vasta scala, oltre che di gettare le basi per l'instaurazione di relazioni durevoli tra l'Afghanistan e la comunità internazionale. Sarà necessario tutto l'ingegno che gli Stati Uniti potranno profondere nella loro politica e nella loro diplomazia per giungere a questo positivo risultato. E' tempo di costruire una strategia alternativa, che riesca a consentire agli Stati Uniti di uscire dall'Afghanistan salvaguardando al tempo stesso i propri legittimi interessa in materia di sicurezza.

In fede,


Mariam Abou Zahab - Ricercatrice e lavoratrice nel campo degli aiuti umanitari in Afghanistan tra gli anni '80 e l'inizio degli anni '90
Matthieu Aikins - Giornalista
Gregg Albo - Facoltà di Scienze Politiche, York University, Toronto, Canada
Scott Atran - Antropologo (University of Michigan) ed autore di Talking to the Enemy
Bayram Balci - Ricercatrice al CNRS ed ex direttore dell'Institut Français d’Etudes sur l'Asie Centrale (IFEAC)
Scott Bohlinger - Analista politico
Rony Brauman - Ex capo di Médecins Sans Frontières
Rene Cagnat - Ex colonnello, studioso dell Asia Centrale (IRIS)
Rupert Talbot Chetwynd - Autore di Yesterday’s Enemy - Freedom Fighters or Terrorists?
Carlo Cristofori - Secretary, International Committee for Solidarity with the Afghan Resistance (fondato nel 1980)
Michael Cohen - Senior Fellow, American Security Project
Robert Crews - Professore associato, dipartimento di storia della Stanford University; coautore di The Taliban and the Crisis of Afghanistan
Robert Abdul Hayy Darr - Autore di The Spy of the Heart ed operatore umanitario in Afghanistan durante gli anni '80 ed i primi anni '90
Rob Densmore - Veterano della US Navy in Afghanistan e giornalista
Gilles Dorronsoro - Visiting Scholar (Carnegie Endowment for International Peace) ed autore di Revolution Unending
Bernard Dupaigne - Professore, Musée de l’Homme, Parigi autore di varie pubblicazioni sull'Afghanistan; operatore umanitario in Afghanistan durante gli anni '80 ed il 2010
David B. Edwards - Antropologo (Williams College) ed autore di Before Taliban
Jason Elliot - Autore di An Unexpected Light
Christine Fair - Assistente, Security Studies Program, Georgetown University
Nick Fielding - Giornalista e scrittore
Bernard Finel - Professore associato, National Security Strategy, National War College (USA)
Joshua Foust - Analista militare ed autore di Afghanistan Journal: Selections from Registan.net
Martin Gerner - Giornalista, scrittore e cineasta (Generation Kunduz: the war of the others)
Antonio Giustozzi - Autore di Koran, Kalashnikov and Laptop e curatore di Decoding the New Taliban
Ali Gohar - Consulente freelance, Just Peace International
Edward Grazda - Fotografo, autore di Afghanistan 1980-1989 e Afghanistan Diary 1992-2000
Prof. Dr. Eva Gross - Senior Research Fellow, Institute for European Studies, Vrije Universiteit (Brussels)
Shah Mahmoud Hanifi - Professore associato, James Madison University
Emilie Jelinek - Senior Researcher, The Liaison Office (TLO), Afghanistan
Muhammad Ajmal Khan Karimi - Giornalista freelance e analista ricercatore di stanza a Kabul
Jerome Klassen - Visiting Research Fellow, Center for International Studies, Massachusetts Institute of Technology (USA)
Daniel Korski - Senior Policy Fellow, European Council on Foreign Relations
Felix Kuehn - scrittore e ricercatore residente a Kandahar, coautore di My Life With the Taliban
Musa Khan Jalalzai - Analista ed autore di Taliban and Post-Taliban Afghanistan
Minna Jarvenpaa - Ex responsabile per l'analisi e la programmazione, UNAMA
Robert C. Jones - Ex colonnello delle U.S. Army Special Forces, direttore in Studi Strategici, Center for Advanced Defense Studies (USA)
Dr. Leonard Lewisohn - Senior Lecturer in lingua persiana, University of Exeter (UK)
Anatol Lieven - Professore, War Studies Department del King’s College di Londra ed autore diPakistan: A Hard Country
Charles Lindholm - Antropologo, Boston University, ed autore di Generosity and Jealousy
Bob McKerrow - Autore di Mountains of our Minds – Afghanistan
Shaheryar Mirza - Inviato di ‘Express 24/7’ (Pakistan)
Nick Miszak - Sociologo, Senior Research Officer, TLO, Kabul
Alessandro Monsutti - Research Director, Transnational Studies/Development Studies al The Graduate Institute, Ginevra
Janan Mosazai - Giornalista freelance residente a Kabul
Naheed Mustafa - Giornalista freelance
Jean Pfeiffer - Esperto in questioni giapponesi per l'ACAF
Gareth Porter - Giornalista
Ahmed Rashid - Giornalista ed autore di Taliban and Descent into Chaos
Amandine Roche - Consulente per l'Afghanistan ed autore di The Flight of the Afghan Doves
Nir Rosen - Fellow, New York University Center on Law and Security, ed autore di Aftermath: Following the Bloodshed of America's Wars in the Muslim World
Gerard Russell - Research Fellow, Carr Center for Human Rights Policy, Harvard University
Prof. Justin Rudelson - Senior Lecturer in lingue e letterature asiatiche e mediorientali, Dartmouth College, ed autore di Lonely Planet Central Asia Phrasebook e di Oasis Identities: Uyghur Nationalism along China’s Silk Road
Lisa Schirch - Consulente e professore in costruzione della pace, Center for Justice & Peacebuilding, Eastern Mennonite University (USA)
Emrys Schoemaker - consulente ed esperto di mass media
Abdulkader H. Sinno - Associate Professor, Indiana University ed autore di e di Beyond
Alex Strick van Linschoten - Scrittore e ricercatore residente a Kandahar, coautore di My Life With the Taliban
Astri Surkhe - Senior Researcher, Chr. Michelsen Institute, Norvegia
Yama Torabi - Co-direttore, Integrity Watch Afghanistan
Matt Waldman - Analista esperto in questioni afghane
Mosharraf Zaidi - Analista indipendente, editorialista per The News


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