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Repubblica Araba di Siria, massacro di Al Houla. Le vittime appartenevano a famiglie pacifiche che avevano rifiutato di ribellarsi PDF Stampa E-mail
Domenica 03 Giugno 2012 10:16

Traduzione da Syrian Free Press.

Damasco, 1 giugno 2012. La prima relazione della commissione d’inchiesta incaricata di indagare sul massacro di Al Houla ha confermato che tutte le vittime della strage appartenevano a famiglie pacifiche che si erano rifiutate di opporsi allo Stato, non avevano mai partecipato a manifestazioni, non avevano mai portato armi, e si erano anche opposte ai gruppi terroristici armati.
La relazione ha evidenziato che le vittime sono state uccise da armi da fuoco a distanza ravvicinata e da armi da taglio, e non dal fuoco dell'artiglieria.
Le prime conclusioni hanno altresì mostrato che i gruppi terroristici armati che si erano riuniti ad Al Houla hanno compiuto il massacro durante un attacco contro le forze armate regolari, le quali non hanno avuto accesso alla località in cui si è compiuta l’efferata strage, evidenziando inoltre che molti corpi appartengono a terroristi che sono rimasti uccisi negli scontri con le forze regolari.
Il Presidente della Commissione d’Inchiesta, il generale di brigata Jamal Suleiman,  ha detto in una conferenza stampa tenutasi giovedi scorso presso il Ministero degli Esteri che i lavori della commissione sono ancora all'inizio, e che sono tutt'ora in corso.
Ha aggiunto che la commissione si è basata sulle dichiarazioni di testimoni oculari che hanno assistito al massacro e che queste dichiarazioni possono essere verificate direttamente; alcune di esse appariranno in trasmissioni televisive, confermando il fatto che questa prima relazione si basa su prove e su fatti concreti circa l'attacco che ha avuto come bersaglio le forze armate regolari presenti nella cittadina.
Il generale Suleiman ha dichiarato che le forze armate regolari erano attestate in cinque diversi punti di Al Houla, e che l'obiettivo dell'operazione era quello di trasformare la località in una zona al di fuori del controllo statale.
Suleiman ha detto che i gruppi di uomini armati si sono concentrati all'interno di Al Houla dopo le preghiere del venerdi e che hanno proceduto al massacro in maniera simultanea, insieme ad altri seicento od ottocento uomini armati di fucile d'assalto provenienti dalle località vicine, in particolare da Al Rastan, Al Sa'an, Burjika'i, Al Sam'alin ed altre; era già stato fatto uso di mortai, mitragliatrici e missili anticarro contro due postazioni delle truppe regolari, vicino a Raldao e all'incrocio di Al Sa'a.
Suleiman ha spiegato che i gruppi terroristici sono venuti da fuori città e che hanno massacrato famiglie pacifiche nel corso dell'attacco che hanno condotto simultaneamente contro l'esercito regolare. Il luogo in cui è avvenuto il massacro si trova in una zona dove agiscono gruppi terroristici armati, ed in cui non c'erano appartenenti alle truppe regolari né prima né dopo i fatti: si tratta di una zona lontana dalle postazioni dell'esercito regolare.
Ha aggiunto che l'esercito regolare non ha lasciato le proprie posizioni se non per difendersi dai gruppi terroristici, cosa che può essere verificata passando in rassegna le immagini delle vittime diffuse dai canali satellitari, che mostrano come le uccisioni siano state compiute sparando a bruciapelo e con l'uso di strumenti taglienti e non come conseguenza del fuoco d'artiglieria; questo perché non si vedono nei filmati segni di distruzioni, incendi o edifici che mostrino tracce di bombardamenti. Questo significa che le vittime sono state uccise una ad una.
Suleiman ha aggiunto che uccidere bambini non è cosa che torni a vantaggio dello stato siriano o delle forze armate regolari, mentre può tornare a vantaggio dei gruppi armati terroristici per incitare alla sedizione.
Il generale Suleiman ha detto che tutte le vittime appartenevano a famiglie pacifiche che non si erano levate contro lo Stato, non avevano mai partecipato a manifestazioni, non avevano mai portato armi e si erano anche opposte ai gruppi terroristici armati; lo scopo dei terroristi è quello di spianare la strada ad un intervento straniero e umanitario.
Suleiman ha spiegato che a fare le spese del massacro sono stati innanzitutto i parenti del membro dell'Assemblea del Popolo Abdul Moa'ti Mashlab, di cui i gruppi terroristici volevano vendicarsi; soltanto dopo gli eventi hanno preso un'altra piega e si è arrivati anche allo sterminio di altre famiglie.
Secondo Suleiman questo massacro, perpetrato da gruppi terroristici, fa parte di un piano preciso il cui scopo è quello di lasciare intendere, proprio in coincidenza con la visita dell'inviato delle Nazioni Unite Kofi Annan, che la Siria sia ad un passo dalla guerra civile.
Su questo punto il portavoce del Ministero degli Esteri e dell'Emigrazione, il dottor Jihad Makdissi, ha detto che "questa relazione arriva a tre giorni dagli eventi, è appena un inizio e le indagini sono ancora in corso perché il massacro ha dimensioni sia politiche che criminali. Le indagini sul terreno sono oltretutto rese più difficile dalla presenza di uomini armati nella zona".
"Ulteriori dettagli sono stati tenuti nascosti perché ci sono timori per la vita dei testimoni oculari. A indagine conclusa, mostreremo alla comunità internazionale, al Consiglio di Sicurezza e alla missione degli osservatori delle Nazioni Unite tutti i risultati", ha asserito Makdissi.
Quando gli è stato chiesto se la comunità internazionale e le organizzazioni umanitarie ed internazionali avrebbero trovato convincenti i risultati cui sarebbe giunta la commissione, Makdissi ha detto che "capire quale sia la comunità internazionale non è cosa semplice, perché parte di essa è apertamente ostile alla Siria e si muove contro di essa secondo piani prestabiliti. Quello che più ci interessa è rappresentato dall'opinione pubblica e dai cittadini che sono dalla parte dello stato, perché innanzitutto lo stato non commette crimini del genere, e in secondo luogo è attualmente costretto a difendersi da terroristi che sono finanziati ed armati da qualcuno".
"Siamo davanti ad un crimine odioso che è stato condannato dal governo siriano e per il quale neghiamo ogni responsabilità; l'esercito siriano non può fare cose come questa... Chi ha commesso la strage voleva vendicarsi sulla famiglia di un appartenente all'Assemblea del Popolo, ma la situazione gli è sfuggita di mano, ed il risultato è stato un massacro di queste proporzioni".
Makdissi ha detto che non esiste nulla che accusi l'esercito siriano e che esistono indizi che portano in tutt'altra direzione, aggiungendo che l'esercito siriano protegge i cittadini.
Quando gli è stato chiesto perché nelle indagini non siano stati cooptati anche gli osservatori della missione delle Nazioni Unite, Makdissi ha risposto che "siamo stati noi siriani a prendere contatto con Robert Mood, il capo della missione, che è arrivato nella zona per conto del Ministero degli Esteri... E' successo che i corpi di uomini armati che sono rimasti uccisi negli scontri siano stati spostati nella moschea del villaggio e ripresi con le telecamere perché le dimensioni del massacro apparissero ancora maggiori. Così, all'arrivo degli osservatori, i mass media hanno potuto dare la stura ad una serqua di bugie".
Makdissi ha aggiunto anche che il governo siriano è già uscito scagionato da accuse in merito ad altri massacri, verificatisi a Karm Al Zaitoun e a Deir Baalbeh, sottolineando il fatto che sono emersi ulteriori indizi riguardo all'accaduto.
"E' in corso lo scoperto tentativo di diffondere la sedizione in Siria... Esistono qui in Siria diciotto differenti gruppi religiosi che sono riusciti a vivere in armonia per tanti anni, e queste stragi hanno il preciso scopo di infrangere questa coesistenza; ma la Siria è fatta di un materiale che è impermeabile ai tentativi di sedizione", ha detto Makdissi.
Makdissi ha affermato che esistono fazioni che si stanno adoperando giorno e notte per innescare un processo di sedizione su base confessionale; anche dopo il massacro di Al Houla una qualche fazione ha tentato di attaccare un altro villaggio, senza riuscire nell'intento.
Makdissi ha sottolineato il fatto che i mass media di tutto il mondo hanno concentrato l'attenzione su alcune stragi perché fanno capo ad un gruppo confessionale preciso, ma che in Siria tutti i cittadini sono uguali a prescindere dalla confessione religiosa cui appartengono.
Riguardo al fatto che alcuni paesi occidentali hanno espulso gli ambasciatori e i diplomatici siriani, Makdissi ha detto che "gli ambasciatori lavorano ovunque per servire gli interessi del loro paese: il ritiro o l'espulsione di un ambasciatore sono decisioni politiche. La cosa non ci ha per niente soddisfatti perché ci eravamo adoperati a costruire relazioni diplomatiche con quelli che pensavamo fossero nostri partner a livello internazionale."
Ha aggiunto che le relazioni diplomatiche si basano sulla reciprocità e che nonostante tutto la Siria non si lascerà andare a ritorsioni sul piano politico. La siria crede nella diplomazia e nel dialogo come mezzi per la risoluzione delle controversie tra stati sovrani.
Makdissi ha sottolineato il fatto che in siria stanno lavorano circa duecento agenzie d'informazione, che si aggiungono ai cento mass media accreditati e che non esistono restrizioni per l'operato dei mass media.
Ad una domanda sul coordinamento tra la commissione d'inchiesta siriana e la missione di supervisione delle Nazioni Unite in Siria (UNSMIS), Makdissi ha risposto che la UNSMIS non è una commissione d'inchiesta, e che il suo compito è quello di osservare e di verificare.
Ha affermato che "Stiamo riferendo alla UNSMIS i risultati delle indagini; abbiamo mandato il generale Roberto Mood nella località dov'è avvenuto il massacro, e ci piacerebbe che Annan vedesse la realtà di quanto sta accadendo in Siria attraverso gli osservatori delle Nazioni Unite".
 

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